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Iraq, i timori degli yazidi
e il ritorno del Califfato

(Zakho, Iraq)  Abiti bianchi e una lunga barba canuta, un anziano conosciuto come Shamo conserva le foto dei suoi cari rapiti dall’Isis nella sua tenda nel campo di Chamishko.

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I migliaia di Yazidi che risiedono qui, appartenenti a una minoranza religiosa di lingua curda dell’Iraq, sono arrivati in questo campo vicino alla città di Zakho, nella regione del Kurdistan, nel 2014, dopo che l’Isis ha invaso Sinjar, la loro città. Il gruppo terroristico ha ucciso diverse migliaia di Yazidi durante l’attacco e, nonostante Sinjar sia stata liberata dalle forze curde Peshmerga nel 2015, solo pochissimi Yazidi hanno fatto ritorno in città. Shamo si lamenta, infatti, dell’assenza di progressi tanto nel riportare a casa gli Yazidi rapiti che nel rendere Sinjar un posto sicuro in cui fare ritorno.

“Una soluzione per quanti sono stati rapiti dall’Isis. Questa è la nostra prima richiesta”, ha detto, tenendo in mano le fotografie delle persone scomparse di fronte a lui. “Inoltre, abbiamo bisogno di protezione internazionale in questo genocidio”.

Molti dei residenti di Chamishko preferiscono vivere nelle tende del campo poiché temono che Sinjar non sia ancora al sicuro da un’eventuale recrudescenza dell’Isis.

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Lo Stato islamico si è espanso nell’Iraq settentrionale nel 2014, prendendo Sinjar, Mosul, parte della Piana di Ninive, e altre aree ancora. Sostenute dal supporto aereo della coalizione internazionale a guida statunitense, la milizia irachena, le Unità di Mobilitazione Popolare pro-governative (Pmu), i militari del Kurdistan iracheno, i Peshmerga, e altri gruppi hanno riconquistato tutti i territori occupati dall’Isis entro la fine del 2017. Tuttavia le notizie riferiscono che l’Isis sta ancora portando avanti degli attacchi nell’Iraq del Nord. Le bandiere nere hanno preso di mira in particolar modo gli Yazidi, uccidendoli e riducendoli in schiavitù a causa delle loro pratiche religiose non islamiche.

Ad oggi, ci sono più di 5mila famiglie nel campo di Chamishko, stando a quanto riferisce la Commissione per le operazioni umanitarie e di soccorso della provincia di Duhok. I residenti vivono in una serie di tende blu e bianche dotate di tubature ed elettricità, anche se i blackout, a volte della durata di diverse ore, sono all’ordine del giorno, qui come in altre parti del Paese. Le tende sono alte circa due metri, coperte da incerate e rinforzate sui fianchi con materiali duri.

Molte delle persone che vivono a Chamishko temono che Sinjar, anni dopo la sua liberazione, non sia ancora sicura. Usman Salih Murad è fuggito con la sua famiglia nel 2014, dormendo per le strade di Duhok per molti giorni prima di trovare infine un rifugio, quando fu costruito il campo di Chamishko. La presenza di presunti sostenitori dell’Isis attorno a Sinjar è una delle ragioni per cui la città rimane pericolosa, secondo lui.

“Le persone che hanno lavorato con l’Isis sono tornate”, ha detto dalla sua tenda. “E questo genera molta paura”.

Murad si riferisce al ritorno a Sinjar di famiglie arabe accusate di aver collaborato con l’Isis. Lui non vuole vivere in mezzo a persone che potrebbero aver avuto parte alle note atrocità commesse dai terroristi nei confronti delle donne Yazide.

“Non gli rivolgeremo più la parola”, ha detto Murad. “Hanno preso le nostre ragazze e le hanno stuprate”.

Chamishko è protetto dalle forze di sicurezza curde, e anche la più vasta area di Zakho è sicura, essendo stata risparmiata dagli scontri avvenuti a Mosul, a sole due ore di distanza. Dall’altro lato, però, in agosto la Turchia ha lanciato un attacco aereo su Sinjar, per colpire il leader del Partito dei lavoratori curdi (Pkk). L’attacco era solo uno dei molti della campagna condotta dalla Turchia contro il Pkk, che si è a lungo opposto allo stato turco nella sua area operativa nell’Iraq settentrionale.

Ma i problemi di sicurezza vanno oltre i presunti sostenitori dell’Isis presenti nella zona, o il conflitto con la Turchia. Ci sono troppi gruppi che si contendono il potere a Sinjar, secondo Said Saydu Khaydar.

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“Il motivo è la sicurezza”, dice quando gli si chiede perché le persone siano riluttanti a far ritorno a casa. “Basta camminare per un piccolo tratto per vedere bandiere bianche, gialle e nere sorgere sulle macerie delle case distrutte”

I gruppi Yazidi fedeli ai Peshmerga della regione curda e ai Pmu dell’Iraq sono presenti sia dentro che nell’area intorno a Sinjar, andando ad aggiungersi all’esercito iracheno e al Pkk, considerato come un gruppo terroristico dal governo turco. Sinjar è contesa dal governo federale iracheno e dalla regione del Kurdistan, e tra questi due è il primo ad aver riconquistato la città nell’ottobre 2017, in seguito al referendum per l’indipendenza del Kurdistan.

La gente di Sinjar non può non vedere poi anche problemi economici e infrastrutturali. Khaydar, che ha visitato Sinjar a ottobre, dice che la città manca dei beni di prima necessità.

“Non ci sono ospedali, le strade sono distrutte,” racconta. “Non ci sono servizi”. Murad e Khaydar non sono i soli a pensarla così. A maggio 2018 un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle operazioni umanitarie (Ocha) indicava la scarsa sicurezza, la mancanza di opportunità economiche e le abitazioni distrutte come ragioni per le quali i gruppi Yazidi non possono fare ritorno a Sinjar.

Shamo vuole tornare a casa nonostante tutto quello che è successo, ma dice che per ora può solo aspettare e sperare. Se Sinjar non riuscirà a ottenere la protezione internazionale delle potenze straniere, allora proverà a lasciare l’Iraq.

“Se non possiamo avere protezione,” dice Shamo, “allora che si aprano le porte dell’immigrazione, per permetterci di andarcene da questo Paese”.