di Vincenzo Metodo


Furti, sparatorie, degrado. Sono queste le immagini che evoca Secondigliano, il quartiere napoletano dal 2004 teatro della guerra di camorra tra il clan Di Lauro e gli "scissionisti". All’interno di questo microcosmo dominato da un’illegalità profondamente radicata sorge, quasi come simbolo e monito, il Centro Penitenziario “Pasquale Mandato”. Una cittadella di 384mila metri quadrati che ospita più di 1300 detenuti sottoposti al regime di Alta Sicurezza.

Inaugurato nel 1992, il carcere di Secondigliano si trova oggi ad affrontare un grave problema di sovrappopolamento che a sua volta ha generato una vera e propria emergenza sanitaria.

Questa condizione, insieme ai tempi lunghi dei processi e alla mancanza di contatti, porta spesso a fenomeni di autolesionismo che in alcuni casi sfociano nel suicidio.

Anche nel buio di questo affollato e caotico ambiente, la speranza e il desiderio di andare avanti riescono però a trovare un piccolo spazio da cui far filtrare la propria luce.

È proprio in questo clima così precario che, nonostante i frequenti tentativi di boicottaggio da parte degli agenti di custodia e talvolta dei detenuti stessi, ogni settimana un piccolo gruppo di detenuti si riunisce per frequentare il laboratorio di Lettura e Scrittura. Per un paio d’ore, guidati da volontari esterni, i detenuti discutono di opere letterarie e si cimentano nella scrittura creativa. Lo scopo è quello di mantenere viva l’identità e la creatività di queste persone e di prevenire il più possibile i comportamenti antisociali. È da questi incontri che nasce e prende forma “Dal buio”, un progetto di ritratti in cui fotografia, musica e poesia si fondono, per raccontare l'uomo, i suoi errori, le sue sofferenze, i suoi rimpianti, i suoi desideri.

Sul palcoscenico del teatro dismesso del penitenziario, in un angolo protetto e buio, i ragazzi si raccontano. Il buio è una livella. Sfuma tutte le differenze: i detenuti si lasciano abbracciare dalle ombre, sfuggendo così dai margini in cui sono confinati, facendo emergere i loro volti, la vita del carcere e della periferia di Napoli.

Ogni ritratto è la testimonianza di una lotta che coinvolge tutti: la ricerca di uno spiraglio di luce, di qualunque natura siano le tenebre da cui si fugge.

A. non è mai stato affiliato ad un clan malavitoso. Gestisce un bar a Secondigliano, frequentato da pregiudicati e persone coinvolte in attività criminali. Molti dei clienti abituali sono suoi amici di vecchia data. Racconta di non essere mai stato coinvolto in alcuna attività criminale. “Sono stato ingannato e usato come capro espiatorio”, dice con gli occhi bassi. Quale sia la verità è difficile da stabilire. A. si sente una mosca bianca, un estraneo in una realtà di criminali, assassini, mafiosi. Si sente profondamente solo. “Il dolore più grande, però, è vedere i tuoi cari, o quelli che credevi fossero amici, voltarti le spalle per sempre”, racconta. E gli occhi si fanno lucidi di commozione.



Per M. la prigione è un rischio da correre, il prezzo da pagare per garantire una vita dignitosa alla sua famiglia. Racconta di come il crimine lo abbia salvato da una vita di stenti. Non si pente di aver fatto l’usuraio. “Grazie a questo lavoro ho sempre portato il cibo in tavola per la mia famiglia”. Senza alcuna esitazione confessa che, una volta tornato libero, continuerà a fare quello che meglio gli riesce: lo strozzino. Come per altri detenuti, anche per M. l’illegalità è un lavoro vero e proprio, esattamente come il panettiere.



Gentile e disponibile, E. è di un timidezza che non passa inosservata. Non parla mai della sua vita prima della prigione, come se appartenesse a qualcun altro. Con lo sguardo perso nel vuoto, parla della lotta quotidiana per la sopravvivenza.



Racconta che i giochi di potere che esistono fuori sono gli stessi di quelli all’interno del penitenziario. Non esiste riabilitazione secondo E.: anche le attività organizzate nel carcere, come il laboratorio di lettura e scrittura, sono per lui una mera illusione, un inganno per la mente che resta inesorabilmente imprigionata tra le spesse mura della galera.



“Vengo da una famiglia onesta che non è mai stata legata ad attività criminali”, dice orgoglioso P.. Serio lavoratore, dopo anni di sacrifici suo padre riesce a comprare la casa in cui lui e la sua famiglia avevano sempre vissuto. Ma l’inganno e il tradimento si abbattono sulla famiglia di P.: attraverso una serie di manovre bancarie, alcuni parenti portano via la proprietà della casa. La famiglia di P. è sul lastrico. P. non può stare a guardare inerme. Appena 23enne, decide di recuperare i soldi per ricomprare la proprietà e lo fa nel modo più veloce e apparentemente sicuro: rapinando banche. “Sono sempre stato la pecora nera della mia famiglia, ma tutto quello che ho fatto l’ho fatto solo per i miei genitori”, dice con un sorriso amaro.

L. è uno dei pochi a focalizzare l’attenzione sugli aspetti più spensierati della quotidianità del carcere. Fin da ragazzino, è sempre stato affascinato da tutto ciò che era proibito. Aveva appena dieci anni quando guidava uno scooter rubato che usava per compiere piccoli crimini con i suoi amici. Del suo passato non dice altro.



Preferisce raccontare della sua vita oggi, in carcere: una vita che nonostante le difficoltà sa regalare momenti di spensieratezza, se non addirittura allegri. Ma i rimpianti e le delusioni riaffiorano quando un’ombra di malinconia fa capolino sul suo volto. La malinconia della libertà.



Sfuggente e sfacciato, D. non rivela nulla della sua vita personale o dei motivi che lo hanno condotto all’arresto. Parla però a lungo delle dinamiche che dominano all’interno del penitenziario. Coabitazione forzata, assenza di adeguate misure sanitarie e inverni rigidissimi. Ma quello che fa più rabbia a D. è soprattutto il destino infame di chi lì dentro si dimostra debole nei confronti degli agenti di custodia e degli altri detenuti. “La prima regola quando metti piede in carcere è guadagnarsi il rispetto dei criminali più importanti”, dice serio D. Solo così ci si può assicurare una vita decente fin tanto che si rimane prigionieri del penitenziario.



G. passa le sue giornate leggendo libri, scrivendo poesie e piccole pieces teatrali. Quando lo incontriamo, G. ha appena ricevuto la sentenza a quattordici anni di prigione per tentato omicidio. In lacrime racconta la sua debolezza, di come è stato sopraffatto dalle sue relazioni, di come la vita gli abbia sempre messo davanti solo persone che hanno tirato fuori il peggio di lui. Il suo primo arresto risale a ventisei anni fa, quando uccise sua moglie con un colpo di pistola. Confermata la semi infermità mentale, viene rinchiuso per dodici anni in un ospedale psichiatrico giudiziario.



Considerato completamente riabilitato, viene rilasciato. Conosce un’altra donna con cui intrattiene una relazione di dieci anni. Lei però ha un unico vero amore: la droga. Esasperato dalla tossicodipendenza di lei, G. le spara contro alcuni colpi di arma da fuoco a pochi passi dal tribunale di Napoli, senza riuscire ad ucciderla. Dopo il decreto legge n. 211/2011, che sancisce l’illegittimità costituzionale degli ospedali psichiatrici giudiziari e ne determina la chiusura, casi come quello di G. sono stati smistati nei penitenziari comuni.



Per R., la vera prigione è la distanza da sua moglie e i suoi bambini. Dopo il suo arresto, suo figlio di dieci anni ha iniziato a soffrire di crisi nervose, con violenti attacchi, soprattutto durante gli incontri familiari all’interno della struttura. I medici dicono che si tratta di una reazione nervosa causata dal trauma dell’improvvisa assenza del padre. Ora l’unica preoccupazione di R. è quella di scontare al meglio la sua pena e uscire il prima possibile per rimediare agli errori fatti e ricostruire una vita con la sua famiglia.



F. , R. , E. , P. , M. , D. , G. , A. , L.

Sono solo alcuni degli uomini che abbiamo incontrato nel Padiglione Mediterraneo del carcere di Secondigliano.

Le loro azioni le lasciamo giudicare da qualcun altro. Noi non siamo giudici ma solo spettatori di un’umanità sofferta e profonda che si è offerta a noi in tutta la sua sincerità e fragilità. Mentre scorrono i loro volti, Raffeale Viviani, lo scugnizzo diventato uno dei maggiori poeti napoletani, canta la loro quotidianità, il loro dolore, il loro rimpianto.


“ La lotta mi ha reso lottatore. Dicendo lotta intendo parlare di quella sorda, quotidiana, spietata, implacabile che ogni giorno si è costretti a sostenere. E la mia vita fu tutta una lotta: lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l'avvenire”. Raffeale Viviani



di Vincenzo Metodo
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