Quattro fuochi e sei anime

di Camilla Ferrari


"Attraverso queste poche pagine ed immagini, di ieri e di oggi, capirai che la testimonianza di Civita non è ancora finita, anzi durerà nel tempo, perché Civita ha ancora un messaggio da trasmettere: il rispetto e la cura per tutto ciò che è destinato a morire." G. Medori, Civita di Bagnoregio, 2014

Un telescopio sul belvedere di Lubriano guarda il panorama di fine gennaio e, nascosto tra le salite e le discese rocciose dei Calanchi, un campanile svetta nella valle: è Civita di Bagnoregio, un borgo di sei abitanti al confine tra il Lazio e l’Umbria, collegato al resto della regione soltanto da uno stretto ponte pedonale.



“La città che muore”. Così l’ha definita uno dei suoi più celebri abitanti, lo scrittore Bonaventura Tecchi. La roccia di tufo che sorregge il borgo perde infatti circa 7 centimetri ogni anno a causa dell’erosione degli agenti atmosferici.

Questa fragile condizione ha trasformato il villaggio in un’attrazione turistica per la quale si paga il biglietto d’ingresso, al punto che più di un milione di turisti ha attraversato il ponte di Civita negli ultimi quattro anni: 40mila solo a Pasqua di quest’anno e il numero è in costante aumento.

Il turismo ha inevitabilmente stravolto la vita del borgo: Ivana, Mario, Tony, Rossana, Antonio e Felice vivono ancora a Civita con un senso di precarietà tra il solido passato di un paesino agricolo e un futuro fragile come la roccia che li ospita. Realino, il poeta della valle, canta le memorie per un luogo perduto riempiendo con l’eco della sua voce un paesaggio ormai cambiato per sempre.



Piuttosto, ciò che si è perso è il ricordo della quotidianità di un tempo. Fino a qualche decennio fa, Civita viveva soltanto della coltivazione dei legumi nella valle e la fortuna era possedere un maiale con cui sfamare la propria famiglia. I bambini scendevano nella valle a giocare tra i campi di grano che luccicava a mezzogiorno.

Ora, nascoste tra ristoranti, negozietti e bed and breakfast, solo poche delle case di Civita sono ancora abitate da Civitonici. Per raggiungerle bisogna attraversare il ponte che conduce alla Porta Santa Maria, unico varco d’accesso al villaggio.

Subito a sinistra, una grotta scavata nel tufo - che un tempo ospitava il corpo di guardia della città-fortezza - ospita il negozio di souvenir di Ivana, una dei sei abitanti del borgo. Nella piazza antistante si scorgono facciate di edifici ormai crollati, finestre che lasciano intravedere il cielo azzurro o la fitta nebbia invernale. Camminare per le strette vie di Civita è come fare un viaggio indietro nel tempo, passo dopo passo, a tratti bruscamente interrotto dall’arrivo di pullman e autobus ricolmi di turisti provenienti da tutto il mondo per scoprire quel magico borgo - che si dice abbia ispirato la città sospesa di Laputa creata da Miyazaki nel suo meraviglioso lungometraggio “Il castello nel cielo”.



Percorrendo la strada principale del villaggio, un’Ape Car blocca l’inizio di una piccola via: Tony è in casa. Tony Costa Heywood e Astra Zarina, due architetti dell’Università di Washington, si sono innamorati di Civita a prima vista. All’inizio degli anni Sessanta hanno deciso di trasferirsi definitivamente e di avere un ruolo attivo nella comunità: Tony e Astra, un po’ come il lungo ponte, hanno collegato Civita al resto del mondo. Ancora oggi, l’Istituto Civita da loro creato promuove lo scambio artistico e culturale tra gli Stati Uniti e l’Italia, ospitando i membri della fondazione e gli studenti per approfondire gli studi sul territorio. Grazie a loro e ai loro studenti, sono state svolte molteplici ricerche sul borgo, tra cui mappature e misurazioni, fino ad azioni di vero e proprio restauro. Tony racconta che la stessa casa in cui vive ora, strutturata su tre piani, non era altro che un cumulo di ruderi quasi sessant’anni fa. Quando lui e sua moglie arrivarono nel villaggio, molti edifici erano disabitati. Non c’era acqua, né corrente. Oggi c’è un americano nascosto in un magico angolo recondito dell’Italia. Nonostante la solitudine possa spaventare molti, è proprio ciò che Tony apprezza della sua tranquilla dimora a picco sulla valle.



Una piccola porta a vetri, nascosta dietro ad un cancello di legno, fa da ingresso alla casa; salendo le scale si intravedono dei manichini, probabilmente appartenuti alla moglie di Tony, mancata nel 2008. Nella camera da letto c’è ancora il suo specchio con delle boccette di profumi. Su una sedia, un cumulo di scarpe marroni - “Non mi vanno più, non riesco più a camminarci ma non le ho ancora buttate”, dice Tony, infilandosi faticosamente le calze. Le sue gambe non sono più forti come un tempo.
Al piano di sotto, una pila di giornali occupa il tavolo del salone principale. Giornali italiani e americani, di ogni testata. Ogni giorno Tony si dedica alla lettura, sorseggiando un bicchiere di vino rosso di origine locale, accarezzando Figaro, uno dei suoi dieci gatti - undici, se si conta anche il gatto di Felice che scappa ogni pomeriggio per procacciarsi del cibo in più. Nella sua dimora protetta su un’isola immersa nella nebbia, Tony accende il fuoco, si prova la pressione e si informa sul mondo, accompagnato dalla radio che trasmette l’opera.







Dall'altro lato della strada, Felice, con la sua coppola marrone che mai abbandona la sua testa, è intento a potare il suo albero di mele: è lui ad occuparsi del giardino fintanto che sua moglie, Margarita, non tornerà da El Salvador. Margarita si divide infatti tra l’America Centrale, da dove proviene e dove vivono ancora tutti i suoi parenti, e Civita di Bagnoregio. Ha conosciuto Felice proprio mentre era in visita al borgo, grazie ad un’amica comune. Quando è in città è lei a curare con dedizione le piante e i fiori che popolano la loro terrazza sulla valle, accompagnata dai miagolii dei suoi tre gatti.
Felice custodisce queste reliquie del passato con la dedizione e l’affetto che si hanno per quelle cose capaci di resuscitare immagini ed emozioni che si credevano sepolte.

Nella roccia fragile ed evanescente di Civita, la grotta di Felice comunica solidità, la forza inestirpabile di un legame che mantiene intatta tutta la propria intensità. Scendendo le scale della cantina, poi, si incontrano i torchi per l’olio e per il vino, un frantoio, antichi attrezzi da lavoro appesi alle pareti.

Oggetti che hanno fatto parte della vita del borgo ma soprattutto della vita di Felice, che ha conosciuto sin da piccolo la tradizione contadina, aiutando la famiglia nei campi e nell’allevamento.

Col trascorrere degli anni Civita si è lentamente ma inesorabilmente trasformata da cittadina agreste a meta turistica popolata, quasi invasa da attività commerciali. Tale trasformazione ha al contempo visto il proliferare di ristoranti, negozi, alberghi e servizi e il progressivo spopolamento del borgo.

Civita, con tutti gli oggetti che hanno popolato l’infanzia di Felice, oggi per quasi tutti non rappresenta una casa, ma un luogo di lavoro dove trascorrere la stagione, per poi essere nuovamente abbandonato.

Anche Felice si è adattato a questo cambiamento, cominciando a lavorare nel campo dell’elettricità. Eppure lui è rimasto, ed è uno dei pochi che ancora chiama civita “casa”. Una volta raggiunta la pensione Felice ha finalmente potuto ricongiungersi con gli oggetti che lo hanno accompagnato nella sua gioventù, e che ora vuole mostrare a tutti.



Con amore e nostalgia ne racconta la storia ai passanti e, quando le giornate sono più tranquille, esce dalla grotta per ammirare il panorama della valle. Ne conosce perfettamente ogni angolo, ogni roccia, ogni insenatura e dall’alto la osserva come uno spettacolo teatrale senza fine: “Hai visto oggi come sono blu le montagne, là dietro? Poche volte le ho viste così”.


Innamorato del suo paese, Felice racconta che nei giorni di nebbia più fitta, affacciandosi alla finestra, si riesce a vedere solo un muro di coltre grigia. Attraversare il ponte è come fare un viaggio verso il vuoto. Ma quel viaggio verso il vuoto descritto da lui ha la rassicurante familiarità della strada di casa.
“La vedi quella roccia? È il Montijone”. Ha perso un pezzo recentemente.

Si vede ancora, dal balcone della grotta, la roccia fresca, appena crollata, nascosta nella vegetazione. Il vento lavorerà su di essa e creerà dei fori, come accade per molte delle rocce cadute, inermi in balia dell’azione delle raffiche. A Felice sembra non importare della recente mutilazione della roccia: per lui quel masso continua a rappresentare tutto ciò che ha sempre rappresentato.

“Oggi non ci sono i due cavalli. Uno è bianco e uno è nero. Stanno sempre sulla collina, chissà oggi dove sono finiti”. Si rallegra nel vederli comparire finalmente sotto la luce del sole, qualche ora dopo, quasi rassicurato. Si sentono rumori di spari in sottofondo: è la stagione della caccia di cinghiali e palombi. Quando il tempo lo permette, Felice prende il suo fucile e scompare nel verde della valle che ha ospitato i suoi ricordi di bambino.

Si allontana da ciò che Civita sta diventando e si immerge in ciò che solo lui - o quasi - riesce ancora a vedere, attraverso la spessa lente degli anni.

Più tardi, camminando lungo la via principale del borgo, si sentono delle risate accompagnate dal rumore dei bicchieri e da un sonoro “Salute!”: Felice sta pranzando nella sua casa in compagnia dei carpentieri e dei muratori che quotidianamente restaurano gli edifici di Civita. Si stanno occupando, dopo tanti anni, di restaurare l’ultimo edificio fatiscente della piazza, che vedrà nuova vita come bed and breakfast o comunque come attività turistica.

Come Felice, anche Antonio e Rossana vivono da sempre a Civita di Bagnoregio. Gestiscono, con l’aiuto delle figlie, un ristorante. Mentre il marito si occupa dell’attività, Rossana si prende cura della casa, una bomboniera popolata da rosari e fotografie dei genitori e dei parenti.


Il rumore della televisione accesa fa compagnia allo scoppiettio del fuoco nel camino. Antonio mangia velocemente il pranzo prima di iniziare il servizio nella cucina, ancora impregnata del fumo delle pentole. Rossana racconta delle sue numerose interviste con televisioni e giornali italiani, tedeschi, francesi, perfino brasiliani, che bussano insistentemente alla sua porta per avere notizie e curiosità sulla famosa “città che muore”. Non è con questo nome che Rossana chiama Civita, il paese in cui ha vissuto tutta la sua vita e che è stato dimora dei suoi genitori prima di lei. Le stanze della sua casa, che ora custodiscono fotografie e ricordi di tempi ormai passati, hanno visto ripetersi usanze e tradizioni tramandate di generazione in generazione, che ancora oggi hanno una profonda importanza nella vita della sua famiglia.



Nei giorni precedenti alla Pasqua, Rossana aiuta il parroco e la confraternita a preparare la chiesa di San Donato in vista della Processione del Venerdì Santo: insieme ad Ivana, anche lei di origine civitonica, prepara il vecciato, tradizione tipica dei Sepolcri pasquali, piantando semi di grano in alcuni vasi e lasciandoli crescere al buio della cantina, come simbolo di passaggio dalle tenebre alla luce della Resurrezione di Cristo. Il Giovedì Santo, prima della messa, i vasi vengono riposti ai piedi del crocifisso all’interno dell’antica cattedrale, vero cuore del villaggio, a pochi passi dalla Porta di Civita.


La chiesa, dove Padre Luca celebra la messa ogni domenica alla presenza di una manciata di fedeli, è anche il punto di partenza della Processione del Venerdì Santo, una delle rievocazioni della Passione di Cristo più antiche del Lazio, un’usanza celebrata e rispettata da quattrocento anni. La cerimonia affonda le sue radici nella Civita del 1600 e anche allora vi partecipava non solo il clero ma anche le confraternite del borgo, i cantori e la popolazione. Tuttavia, la processione è stata successivamente spostata da Civita alla città di Bagnoregio, a causa del progressivo spopolamento del borgo. Da quel momento, durante la processione, la confraternita di Civita - vestita con abiti bianchi - trasporta il crocifisso ligneo su una bara, attraverso il ponte, fino a raggiungere la città di Bagnoregio.

Da lì, una processione di trecento figuranti, vestiti con costumi d’epoca romana sapientemente cuciti da sarti e maestri cuoiai bagnoresi, raggiunge la piazza di Sant’Agostino per rendere omaggio al crocifisso e alla confraternita di Civita. La storia del crocefisso è narrata dalla tradizione ma anche dalla leggenda: secondo la credenza, per scongiurare il pericolo che il borgo venga nuovamente colpito dal terremoto, come nel 1695, quando una forte scossa ha semidistrutto la città, è necessario che il crocefisso torni nella chiesa di Civita prima di mezzanotte. Se questo non succede il crocifisso verrà ceduto ai bagnoresi: idea inconcepibile per i civitonici che celebrano il profondo amore per il proprio paese attraverso il rispetto delle tradizioni e dei simboli che lo rappresentano.
Ma l’importanza della Processione non risiede soltanto nella sua storia e nel suo folklore: è una delle ultime occasioni in cui le due città di Civita e Bagnoregio si uniscono.

Per molti giovani bagnoresi - e non solo - Civita sta infatti diventando parte di un panorama sempre più lontano, un’immagine sempre più nascosta nella nebbia.

Quest’anno avviene l’imprevedibile: una pioggia torrenziale impedisce la processione. È la prima volta dopo 10 anni consecutivi. La chiesa di San Donato, che fino a quel momento risuonava dei canti pasquali intonati dai fedeli, si riempie improvvisamente di un preoccupante brusio. Sono tutti in attesa della decisione finale: nonostante i tentativi di proteggere la statua del crocifisso con teli di plastica e corde di sicurezza, il prete comunica che la confraternita non uscirà dalla chiesa.

L’espressione di delusione e sconforto che si dipinge sul volto dei presenti potrebbe sembrare quasi comica a un forestiero. Ma la cancellazione della processione ha un significato molto grave nelle vite di tutte le persone coinvolte.

Da mesi, a Bagnoregio, il Comitato per la Processione del Venerdì Santo guidato da Giordano Fioco aveva iniziato a curare ogni minimo dettaglio. La confraternita aveva preparato ogni elemento come da tradizione. Mentre gli uomini erano intenti a montare la statua della Madonna, gli abiti erano stati divisi per tipologia - uomini, donne e soldati - dalle donne della confraternita, e attendevano di essere indossati nelle stanze dell’asilo di Bagnoregio.

Le iconografie sante, che costituiscono la parte folkloristica della processione, erano già state posizionate in ordine nel magazzino, pronte per essere trasportate da bambini e ragazzi illuminati da candele a fiamma viva. L’impianto audio era pronto per accompagnare i figuranti con la suggestiva colonna sonora tipica della cerimonia.



Ma a perdersi con l’annullamento della processione non sono solo tempo ed energie, in gioco c’è lo stesso senso di comunità e di partecipazione dei civitonici. La processione rappresenta un’occasione di comunione e interazione, uno degli ultimi momenti di quella vita sociale che a Civita va inesorabilmente sgretolandosi. Ora che la processione non si farà più è come se altri 7 centimetri fossero improvvisamente venuti a mancare sotto i piedi dei presenti.



Rincasati, i civitonici tornano a malincuore a una solitaria quotidianità, portando con sé il rimpianto per la festa tanto attesa e dissoltasi in pochi istanti sotto la pioggia. Ivana si commuove nel descrivere come suo marito Mario avrebbe dovuto accendere il fuoco nella piazza dopo il ritorno del crocifisso, come ogni anno. Ma questa volta non succederà. Nelle parole di Ivana si percepisce un immenso rispetto e orgoglio per le tradizioni civitoniche, misto ad una dolce malinconia per tempi ormai perduti, per un borgo la cui cultura sta lentamente svanendo ma che si regge in piedi anche grazie all’aiuto del turismo. Questo sentimento dolce amaro è una costante nelle parole degli abitanti, che provano un senso di privazione e allo stesso tempo riconoscenza per coloro che attraversano le loro strade con gli occhi pieni di meraviglia.

Ivana, che ha trascorso tutta la sua vita a Civita, giocando nella piazza principale del villaggio con i suoi cugini, ora possiede un negozio di souvenir proprio all’ingresso del borgo. Ogni giorno accoglie fiumi di turisti, incuriositi dalle riproduzioni di vasellame etrusco e dai piccoli oggetti tipici sparsi qua e là nel negozio. A volte nel negozio entrano degli amici di famiglia, con i quali si intrattiene a scambiare quattro chiacchiere e ad aggiornarsi sulle ultime novità del borgo e della città.



Suo marito Mario, ormai in pensione, ha lavorato tutta la vita come fabbro. Quando non lavorano, si riposano nella loro casa, esattamente sopra il negozio, leggendo un libro davanti al fuoco. Sopra il camino, una collezione di campanelli raccolti nei viaggi con il marito, o portati da suo figlio e i suoi nipoti.

Per ogni commissione, dal fare la spesa all’andare alle poste, Ivana - come gli altri abitanti di Civita - deve percorre il lungo e stretto ponte per raggiungere Bagnoregio. Ogni giorno, deve lasciare la sua auto nel parcheggio all’inizio del ponte e prepararsi alla salita, osservando il panorama che l’ha accudita e ospitata sin da quando era bambina.




L'amore per Civita non accomuna soltanto gli abitanti del borgo: c’è anche qualcuno che, pur non essendo un vero e proprio civitonico, si sente fortemente legato al villaggio nascosto nella valle. Realino, soprannominato da tutti “il poeta della valle”, è nato a Campo Grande, un piccolo paese sperduto nei Calanchi. Al censimento, che definiva le case come fuochi e gli abitanti come anime, risultava nato a Civita, dove “ha ricevuto il battesimo con quell’acqua cretosa, purificata dalle fatiche dell’uomo”, come narra il professor Medori nell'introduzione a una delle raccolte di racconti di Realino.




Nonostante ora viva a Lubriano, dall’altra parte della valle, Realino trascorre le sue giornate a farsi ispirare dal piccolo borgo, a cui dedica la maggior parte dei suoi versi, oltre che a lasciarsi coinvolgere nelle tradizioni del paese - come il Presepe Vivente e la Processione del Venerdì Santo, durante i quali si traveste per impersonare vari personaggi della tradizione.


Entusiasta di raccontare la sua storia, Realino comincia a narrare leggende e avvenimenti storici accaduti nella valle, salendo le strette strade di ghiaia con la sua Ape rossa: passa per mulini in disuso e fonti d’acqua essiccate, recitando i suoi versi tra una sosta e l’altra. Qua e là, tra gli alberi, sui muri fatiscenti, sulle rocce, piccoli quadretti incorniciano le poesie scritte da Realino nel corso degli anni. Li mostra con vanto, insieme ai suoi libri che raccontano la sua storia e le sue origini. Racconta di come suo padre lo chiamò Realino in onore di un soldato che gli salvò la vita in Albania, della sua esperienza nell’esercito, della casa in cui vive con sua moglie. Della sua passione per le moto d’epoca, custodite con cura nel suo garage a Lubriano. Nella stanza accanto al garage, luccicanti, svettano i trofei di letteratura e di poesia.






Racconta poi di come, un tempo, quelle colline fossero di un colore dorato, perché il grano scintillava alla luce del sole. Di come non si sentisse mai solo perché urlando il suo nome dalla cima di una delle creste rocciose, la valle gli rispondeva con l’eco della sua voce.


Ora, queste valli che accolgono con paziente rassegnazione frotte di turisti in cerca di tranquillità, risuonano dell’eco segreto delle poesie di Realino, che tramandano con nostalgia un passato ormai perduto.



di Camilla Ferrari
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