I DESAPARECIDOS DEL TRIANGOLO DEL NORD

di Federico Vespignani

"Se non la troveremo entro la fine della giornata sarà perduta per sempre. Mi dispiace per sua madre”, commenta l’antropologo e criminologo forense Israel Ticas, mentre osserva l’impenetrabile vegetazione che lo circonda. Sta scavando tra i boschi in un'area sotto il controllo della Mara Salvatrucha per trovare Reina Isabella Sanchez, una giovane donna di vent’anni scomparsa nel 2013. Reina era la ragazza di un poliziotto. Non verrà mai ritrovata.

Negli ultimi quarant’anni - nel cosiddetto Triangolo Del Nord che include El Salvador, Honduras e Guatemala - la violenza fa parte della vita, come le periodiche eruzioni dei vulcani attivi in questa parte di mondo.




Qui, dove si registra un tasso di omicidi pari a quello di una zona di guerra, le persone non solo vengono uccise. Spariscono. In America Latina, il verbo “desaparecer” ha acquistato un valore sinistro. Si dice infatti “lo desaparecieron”, ovvero: lo hanno fatto scomparire. L’uso passivo del verbo evoca la brutale tecnica usata dai governi autoritari per sopprimere il dissenso e intimidire.



Le reti clandestine già presenti nelle guerre centramericane si sono trasformate e radicalizzate in organizzazioni criminali. Gang o Pandillas, come La Mara Salvatrucha (Ms13) e il Barrio 18, regnano con la paura e determinano la vita delle persone: ver, oir y callar (osserva, ascolta e taci) è un motto che appare sui muri di tutto il Paese.

La Mara Salvatrucha e il Barrio 18 sono originarie della California e sono un prodotto americano. Si sono formate negli anni Ottanta nelle comunità marginalizzate di giovani immigrati centramericani in città come Los Angeles e San Francisco e si sono poi diffuse in gran parte del Centro America e del Messico, in seguito all’elevato numero di deportazioni dagli Usa nei rispettivi paesi di origine dei giovani criminali.

Oggi La Mara Salvatrucha e il Barrio 18 sono gang transnazionali, presenti anche sul territorio europeo.

Seguendo una sorta di utopia, secondo cui la violenza dovrebbe porre fine alla violenza, nell’ultimo decennio i governi centramericani hanno fronteggiato questo tipo di criminalità con la cosiddetta “Mano Dura”, ovvero l’invio di unità d’assalto nelle zone emarginate. In questo contesto, il Triangolo del Nord ha visto per più di un decennio un uso sistematico delle sparizioni forzate da parte sia delle organizzazioni criminali che delle forze dell’ordine.



Una battaglia per il controllo del territorio attraverso la paura che ha finito per confondere i ruoli. Se i precedenti conflitti in America Latina erano definiti da un modello specifico che permetteva di identificare le vittime e i carnefici, oggi la violenza oscura un qualsiasi tipo di comprensione. È come percepire la presenza di una creatura che sentiamo solo respirare: trasmette paura. Una paura paralizzante, che però permette alla bestia di alimentarsi.



Il Commando

C'era una macchina rossa parcheggiata qui fuori. Erano le 20.30 quando mia figlia e la sua amica sono uscite. Ho sentito gridare 'Carmen'! E quattro uomini con passamontagna e giubbotti anti-proiettile della polizia sono uscite da quella macchina rossa. Mio figlio ha visto la scena ed è corso dentro casa inseguito da uno degli uomini incappucciati che si è fermato all’entrata con la pistola nella mano ed è tornato indietro”.



“Alla fine era per mia figlia, se la sono portata via”, racconta Marìa Del Carmen Baron. “Ho aspettato cinque mesi e non ho ottenuto nulla. Adesso ho smesso di cercare per la paura. Hanno minacciato una mia amica che mi stava aiutando e ho un altro figlio da proteggere”.



Carmen ha 29 anni e, da quella sera di gennaio del 2016, è svanita nel nulla. “Dopo questi cinque mesi, un detective della Dic mi ha detto che a volte uccidono le ragazze rapite, le fanno a pezzi e gettano le parti del corpo un po’ dappertutto… L’anno scorso ho avuto un infarto”.


Non è possibile avere un conteggio reale del numero dei più recenti desaparecidos in Centramerica. Un documento ottenuto da un agente della Dpi, l’unità investigativa della polizia honduregna, riferisce di 436 sparizioni nei primi tre mesi del 2017 solo a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras che conta poco più di un milione di abitanti. Ufficialmente il governo honduregno non rilascia cifre, ma El Salvador stima che ci siano 15 mila desaparecidos dal 2008 a oggi mentre in Guatemala un’inchiesta indipendente ha determinato la presenza di 28.909 sparizioni tra il 2004 al 2015.



Questi numeri raccontano solo un frammento della storia. “Ci sono centinaia di famiglie che sono troppo spaventate per presentare una denuncia alle autorità. Queste persone sono come zombie, sopratutto le madri, il loro cuore se n'è andato con i figli”, ci spiega l’unico criminologo salvadoregno, Israel Ticas, il cui lavoro è quello di cercare le persone scomparse. Il Desaparecido in questo contesto viene sistematicamente ignorato da governi e istituzioni. Ha smesso di esistere per rimanere in un limbo: per il sistema economico e sociale non c'è più, per le istituzioni è svanito e il modo più semplice per relazionarsi con questo problema è cercare di dimenticarlo.





I sicari

Il modus operandi della violenza in Centramerica è una continua evoluzione per raggiungere il potere. Una sorta di competizione ai livelli più alti della psicopatologia. Il ruolo del sicario in questa situazione è diventato un elemento fondante. L’origine di questo termine proviene dal latino “sica”, con il quale si indicava un tipo di pugnale.

“Abbassa il finestrino: devono vederci senza problemi”. Due ragazzi all’entrata della via posano uno sguardo disinteressato sulla nostra macchina. Oltre a loro due non c’è nessun altro. Mi trovo insieme a un giornalista locale, in un barrio alla periferia di San Pedro Sula, la capitale industriale dell'Honduras, nota alle cronache internazionali come il regno degli omicidi. Parcheggiamo di fronte a una casa. Tutte le finestre sono oscurate. Non appena usciamo dal mezzo, ci accoglie un uomo sulla trentina che ci invita nella sua casa.



“È un po’ buio qui dentro ma, per come stanno le cose, devo usare alcune precauzioni”, racconta P.. Fa parte di un gruppo di sicari, ha iniziato all’età di quindici anni per vendicare suo fratello e non ne è più uscito: all’attivo ha cento 136 uccisioni. “Il problema è che qui non c’è lavoro, soprattutto per chi viene da zone marginali come questa. Ci considerano criminali. Per questo, adesso più che mai, gang e gruppi come il nostro stanno reclutando un sacco di giovani. Nel nostro gruppo abbiamo persone con titoli di studio che non riescono a trovare un impiego e che, in un modo o nell'altro, devono sostenere le loro famiglie”. P. prosegue raccontando la completa assenza delle istituzioni in questi luoghi: “Qui la polizia viene pagata per non essere presente, lavorano con noi, così possiamo far sparire la gente”.



In Guatemala un ex sicario di soli 17 anni de Il Cartello de Los Zetas mi confida: “Ognuno cerca di proteggere i propri cari, ma io ho sempre avuto un sacco di odio nel mio cuore e ho lasciato molti cadaveri alle mie spalle. Mi sentivo bene. Ora le cose per me sono cambiate, credo che sia possibile un Salvador, un Guatemala o un Honduras migliore. Nessuno può cambiare tutto questo oggi, ma spero che coloro che verranno dopo di noi riescano a trovare un po’ di amore e possano cambiare qualcosa”.



Così queste persone sfidano l'idea di svanire nel nulla: dando fiducia al futuro.
In difesa di tutto ciò che amano, anche se sanno che è destinato a scomparire.

di Federico Vespignani


vincitore del