Karakorum highway

Viaggio sulla Karakorum highway

Da Kasghar. La geografia ha le sue emozioni. La via centrale di Tashkurgan sembra il cuore di un ortomercato: i negozi sono garage aperti, la mercanzia frutta fresca, arnesi agricoli, vestiti di chissà quale moda, paccottiglia di plastica invade con ordine il marciapiede dove passeggiano impettite signore vestite di rosso o viola bardate con un curioso copricapo: uno zucchetto ricamato cui è legato un turbante che non copre il volto ma lo avvolge soltanto. Sembrano monache ortodosse, sono donne tagike. I pastori kirghisi invece li riconosci perché indossano un gran copricapo di feltro bianco. Mentre gli uomini uiguri si limitano allo zucchetto colorato tipico dell’Asia Centrale, le donne sfoggiano veli sgargianti degni di una sfilata di Missoni. Gli unici ad andare con la testa scoperta sono i cinesi Han: storicamente ospiti da queste parti, di fatto padroni. Situata nell’estremo Ovest cinese, a un giorno di auto da Kasghar, Tashkurgan si trova sulla Karakorum highway, nel cuore della geografia centro asiatica: nel giro di 250 chilometri si trovano i confini di Cina, Tajikistan, Afghanistan, India e Pakistan.

LEGGI ANCHE
La Russia si espande a Oriente

Nonostante si chiami pomposamente highway, autostrada, è ancora poco più che una statale a doppio senso di circolazione e un’immensità di lavori in corso. Tortuosa come ogni strada di montagna, affascinante come può essere solo la strada carrozzabile più alta del mondo. La Karakorum highway unisce Cina e Pakistan attraverso il passo Kunjerhab, su cui si scollina a 4.693 metri sul livello del mare: centoquindici metri in meno della vetta del Monte Bianco. Aperto per ora dal primo maggio al 15 ottobre, il passo Kunjerhab è la tappa più significativa della Karakorum highway che di per sé, oltre a rappresentare un pezzo da collezione per i viaggiatori, è un’arteria che mette in comunicazione due universi: la Cina del comunismo di mercato e il Pakistan con i suoi fondamentalismi riluttanti.

LEGGI ANCHE
Karachi adesso cerca il lusso

Non lunghissima, 1.300 chilometri, venne ultimata nel 1979 dopo un ventennio di lavori piuttosto avventurosi costati la vita a un migliaio di operai. Il primo progetto è del 1959, quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via che servisse a migliorare gli scambi di mercanzie tra Lahore e Pechino, stringendo ancor più l’amicizia tra due Paesi accomunati dall’odio per l’India. L’unica possibilità era rendere carrozzabile questa strada, facendo rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere sulla via della Seta attraversando luoghi mitici, come la valle di Hunza che porta verso le pianure alluvionali pakistane, e accarezzando vette storiche come il K2, che si immagina di vedere tra le nuvole sulla sinistra mentre lentamente si risale nell’aria rarefatta e leggera. Sulla destra invece i cartelli indicano il passo Wakhjir, una sella a quasi cinquemila metri che segna il confine (chiuso) con il corridoio di Wakhan, stretta striscia di terra nell’Est dell’Afghanistan.

In mezzo a questi paesaggi d’alta montagna si arriva a Tashkurgan: 130 chilometri dal confine e ultima città degna di questo nome dove fermarsi prima di abbandonare il mondo cinese. Il suo nome significa città di pietra e al limitare della cittadina, verso il fiume, effettivamente sorgono i resti di un’antica, immensa fortificazione che fa pensare alla fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari. Qui, racconta lo storico Tolomeo, due secoli prima di Cristo confluivano tre rami della Via della Seta: quello verso Kasghar e Xian, in Cina; quello verso il Pamir e le città carovaniere che dopo chilometri di deserti portavano negli altopiani dell’Iran; e quello che attraverso l’Afghanistan scendeva verso l’India. Di qui si dice sia passato Marco Polo nel suo viaggio a Oriente, anche se nel Milione non ve n’è traccia.

Oggi che la Cina va veloce, Tashkurgan è poco più di una cittadina autogrill animata da un grande mercato che chiama a raccolta tutte le popolazioni della zona: kirghisi, tagiki, uiguri e ovviamente coloni cinesi. All’ingresso della città la Karakorum highway per un breve tratto si allarga così tanto da sembrare un viale trionfale o la pista d’atterraggio di un aeroporto, a scelta. Mentre appena usciti dall’abitato il panorama estivo è un mare di verdi cangianti, con l’erba chiazzata di papaveri rossi, greggi di pecore e case di pastori come in un immenso alpeggio. Tutto intorno vette perennemente innevate di sei, settemila metri. Nonostante ogni tanto si incontri ancora qualche cammello battriano che incede con passo lento, oggi di carovane della seta ne passano ben poche. E anche le merci non sembrano essere troppe: giusto qualche camion con il container ricolmo chissà di che sale sbuffando fin quassù. Per ora la strada serve più ai commercianti locali per portare in Pakistan quei prodotti cinesi che invadono le piazze del globo. Ma in futuro sarà uno snodo fondamentale nella politica espansionistica del presidente Xi Jinping. Lo dimostrano i lavori che rendono il viaggio una gimcana con qualche rischio e molta polvere.

Abbandonata di buon mattino Kasghar con un autista uiguro, che parla al telefono per tutto il tempo quasi dovesse dettare le ultime volontà a chi è rimasto a casa, la Karakorum per il primo tratto scorre semplice tra oasi interminabili popolate di abitazioni sfatte e fabbriche di mattoni. Diventa spettacolare solo quando si entra nel profondo e stretto canyon della valle di Ghez. Passato un primo checkpoint dove militari annoiati controllano senza attenzione i lasciapassare dei turisti, concentrandosi sugli autisti e chiunque abbia lineamenti centroasiatici, la strada sale lenta e costante, in un tripudio di polvere e buche. L’autista non si toglie il suo cappellino giallo e sembra in trance: guida come se fosse un rally ma al rallentatore. Il senso di marcia è un concetto relativo e ognuno battezza il suo percorso cercando di evitare le buche più dure: alle volte ci si riesce, altre no. Sembra di essere in mezzo ai cantieri eterni della Salerno-Reggio Calabria con i suoi viadotti spettacolari, ma a tremila metri d’altezza tra rocce di argilla che franano a ogni soffio di vento, rigagnoli di acqua grigia che scendono dai ghiacciai che appena intravedi in alto, tra una curva e la successiva. I lavori servono per allargare la carreggiata dagli attuali dieci metri fino a trenta, ma intanto si sobbalza come su di un autoscontro, mentre dalle pareti cadono massi così tanto spesso che uno inizia a chiedersi se non sia un azzardo mettersi in marcia su questa strada. La ricompensa è un lago di acqua verde cristallina, il Karakul, a 3.700 metri di altitudine, dove ci si ferma per ringraziare che ce la si è fatta e per ammirare il panorama contornato di gigantesche dune bianche spettinate dal vento gelido che soffia da Nord. Se uno sapesse riconosce le vette che cingono l’altopiano intorno potrebbe enumerare il Muztagh Ata (7.546 metri), il Kongur Tagh (7.649) e il Kongur Tiube (7.530). Ma invece si viene distratti dalle greggi di pecore che attraversano la strada. Sono di razza Karakul, come il lago: nome che non dice niente se non fosse che dal vello degli agnelli appena nati si ottiene la lana nera dei cappotti di Astrakan.

Oltre il lago, dove contadini con il senso degli affari cercano di vendere pessime yurte di cemento come riparo pittoresco per la manciata di turisti che arriva quassù, si sale ancora fino al passo Subash per poi ridiscendere in una vallata ampia e verde. Un arco tanto trionfale quanto posticcio corona la strada e avvisa che stiamo entrando nella prefettura speciale abitata dalla minoranza tagika che parla persiano, lasciandoci alle spalle la prefettura altrettanto speciale dei kirghisi che invece parlano una lingua turca. Oltre, non distante, c’è Tashkurgan con le sue abitazioni fuori contesto, eccessivamente grandi, eccessivamente malconce per essere nuove, costruite negli ultimi anni dai cinesi per portare concretamente il verbo (e i soldi) di Pechino anche qui, alla periferia dell’impero, nel cuore della geografia centroasiatica.

Osvaldo Spadaro

  • Bragadin a Famagosta

    L’india mi è antipatica, non solo per la storia dei Marò, per cui faccio il tifo peri i cinesi che sono pragmatici.