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Il Vaticano e la pace in Siria
La strategia della Santa Sede

Il Vaticano vuole la pace in Siria. I primi appelli risalgono a quasi dieci anni fa. Benedetto XVI, durante l’udienza generale del 7 novembre del 2012, ribadì la necessità di “fare tutto il possibile” dato che un giorno sarebbe potuto essere “troppo tardi”. Parole che, come sappiamo oggi, sono cadute nel vuoto rimanendo inascoltate. Poi è venuto il tempo di Papa Francesco e del cardinale Pietro Parolin a capo della diplomazia della Santa Sede, ma i toni e le aspettative sul conflitto siriano non sono mai cambiati. 

Il pontefice argentino, solo nel corso delle ultime due settimane, ha lanciato ben due appelli affinché la via del negoziato possa prevalere su quella del conflitto. Parolin, dal canto suo, ha sempre visto la fine della guerra siriana anche come un obiettivo utile a ribadire la possibilità della convivenza tra religioni nel mondo. In gioco, ha dichiarato in una recente intervista a La Voceil prefetto della Segreteria di Stato, c’è sì l’equilibrio mondiale, ma anche la convivenza futura delle varie confessioni religiose e dei grandi gruppi etnici. La Siria, insomma, come simbolo del mondo che verrà. 

L’unilateralismo americano e una certa retorica promossa da Donald Trump non sono particolarmente apprezzati dalla Santa Sede.  Vladimir Putin, interpretato partendo da questo presupposto, diviene un interlocutore centrale tanto per via della radice ortodossa della Russia(e per i rapporti con il patriarca Kirill) quanto per la funzione di contraltare a un mondo sempre più schiacciato addosso alle strategie geopolitiche e culturali degli Stati Uniti. Il Vaticano non ha mai rilasciato dichiarazioni di sostegno alle posizioni di Putin in Medio Oriente, ma gli obiettivi perseguiti sembrano essere condivisi: la liberazione della Siria dall’Isis, la salvezza dei cristiani perseguitati  ed evitare che la Siria divenga una nazione posta sotto un protettorato americano. Sul metodo da utilizzare, com’è normale che sia, può esistere una differenza di visioni. 

La Santa Sede, in diplomazia, si è fatta promotrice della cosiddetta “Ostpolitik 2.0” e la politica di Putin, come dichiarato in questa intervista su La Stampa da don Stefano Caprio del Pontificio Istituto Orientale, finisce con l’essere “abbastanza compatibile” con “certi interessi della politica vaticana”. Il mondo contemporaneo, quello liquido, globalizzato e alimentato dalla finanza speculativa e dalle logiche delle multinazionali non piace a Papa Francesco, che continua a ritenere la cristianità un modello opposto a quello propagandato dall’establishment degli Stati Uniti. Questa critica deriva anche dal fatto, spesso dimenticato, che il pontefice è un sud Americano, quindi naturalmente portato a criticare lo strapotere a stelle e strisce.  

Donald Trump continua ad essere tenuto in considerazione dal Vaticano. Le sue politiche pro life stanno compattando il mondo conservatore. Non solo in America, ma in tutto l’Occidente. Molti guardano a Trump come al leader più sensibile ai temi della bioetica che si sia mai seduto nello Studio Ovale. Papa Francesco non può permettersi di attaccarlo a spron battuto anche perché alimenterebbe una divisione tra la sua figura e quella del tycoon che negli States è già diffusa e praticata. La storia del muro al confine con il Messico è sufficiente per evidenziare quanto i due siano idealmente distanti. La via per un negoziato in Siria, passa però da una via mediana. La Santa Sede sembra volersi porre in mezzo ai due leader per facilitare  il raggiungimento della pace. ù

Un appello, ancora una volta, è stato rivolto dal nunzio apostolico contro le “deplorevoli divisioni” createsi all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Per il bene della Siria e dei cristiani siriani, il Vaticano necessita che Putin e Trump vadano d’accordo.Al contempo, però, sembra che la Santa Sede abbia un interesse a far sì che qualcuno si contrapponga al monopolio geopolitico degli Stati Uniti in Medio Oriente. Questo qualcuno, sulla base della citata Ostpolitik 2.0, dovrebbe essere proprio Vladimir Putin. Una “sceneggiatura” che in pochi avrebbero potuto prevedere.