Pope Francis gets ready to board the plane for the Vatican at Tocumen Airport after participating in World Youth Day, in Panama City, on January 27, 2019. (Photo by RAUL ARBOLEDA / AFP)

Così il Vaticano ha già stretto la mano alla Cina di Xi Jinping

Repubblica popolare cinese e Stato del Vaticano non sono mai stati così vicini. “Per incontrarsi bisogna essere in due”: a quanto pare è questa la riflessione che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha condiviso parlando del possibile incontro tra Papa Francesco e Xi Jinping, che si appresta a trascorrere qualche giorno nel Belpaese. Quasi come a dire che, per la parte che riguarda la Santa Sede – come si legge su IlFoglio – la volontà è già stata espressa. Sarebbe allora il leader cinese ad avere qualche perplessità sull’avere a che fare o no in pubblico con il pontefice argentino. Non è dato sapersi. Mentre scriviamo, sappiamo solo che della cosa si sta ancora discutendo. 

Certo, suonerebbe strano se la presenza a Roma di Xi Jinping non prevedesse un passaggio dalle parti di piazza San Pietro. Proprio ora, poi, e cioè poco dopo che Santa Sede, Conferenza episcopale cinese e “dragone” hanno avallato l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi. Le gerarchie ecclesiastiche vaticane ne vanno fiere. Pensano di aver dato vita a quel processo di pacificazione che i fedeli cattolici della Cina comunista attendevano da tempo. Il cardinale Zen, che è un critico di quell’atto, pensa esattamente l’opposto: la Chiesa cattolica avrebbe così svenduto la sua autonomia al governo di Pechino. Zen considera il comunismo come un fenomeno destinato a finire i suoi giorni. E avrebbe voluto che a Roma attendessero i titoli di coda senza scendere a patti, per poter recitare un ruolo domani, quando si tratterà di ricostruire la Cina dalle ceneri lasciate a terra dall’ideologia maoista.

A prevalere negli ambienti diplomatici del Vaticano è stata la via breve. Quella che oggi consente al Romano Pontefice di essere riconosciuto come un’autorità religiosa pure nei luoghi dove – di confessioni religiose – si continua a far fatica a parlare. Basterebbe pensare a quei santuari cattolici che le autorità continuano a ordinare di abbattere. In gergo tecnico si chiama “sicinizzazione”, in pratica vuol dire assorbire – in maniera scientifica – qualunque credo religioso persista nell’animo popolare, adattandolo ai dettami del comunismo. Zen, che magari in funzione di questa eventuale incontro tra il Santo Padre e il leader cinese dirà di nuovo la sua, sembra aver paura che la “Chiesa sotterranea”, quella non riconosciuta dal partito, subisca le conseguenze di un accordo che, tuttavia, rimane provvisorio. Le parti si sono date due anni per comprendere se regge. 

E adesso, stando alle voci che circolano, Xi Jinping sarebbe titubante sull’incontrare Jorge Mario Bergoglio perché non vorrebbe dare la sensazione di perseguire una linea troppo conciliante, rischiando di far filtrare messaggi  aperturisti a chi, nella sua nazione, di papi, chiese e cattolicesimo non ne vuole proprio sapere. La Cina e il Vaticano – si diceva – sono vicini. Ma chi è ad aver allungato la mano verso l’altro?