Roman Lyagin, leader of the separatist republic's election commission, talks on a mobile phone at the commission headquarters in Donetsk, eastern Ukraine May 8, 2014. Pro-Russian separatists in eastern Ukraine ignored a public call by Russian President Vladimir Putin to postpone a referendum on independence, declaring they would go ahead on May 11 with a vote that could lead to war.    REUTERS/Marko Djurica (UKRAINE - Tags: POLITICS CIVIL UNREST ELECTIONS)

Ucraina, i filorussi più duri di Putin

da Lugansk (Ucraina)

I miliziani filo russi, kalashnikov a tracolla, portano a spalla i pesanti scatoloni delle schede elettorali per il referendum di domenica sull’indipendenza di una bella fetta dell’Ucraina orientale. 

Prima passano il reticolato della barricata che circonda l’ingresso del palazzo della regione a Lugansk, il secondo capoluogo, dopo Donetsk, epicentro della rivolta separatista. Poi caricano le schede su un furgoncino che le porterà ai seggi, mentre gli altoparlanti piazzati sulle barricate trasmettono l’annuncio sovietico della guerra del 1941, dopo l’attacco tedesco. Solo 24 ore prima il presidente russo, Vladimir Putin, aveva chiesto ai filo russi dell’Est Ucraina di rimandare il referendum, che nessuno riconoscerà. «Putin è un amico, ma decidiamo noi cosa fare del nostro futuro. Sto andando a distribuire le schede» rivela il responsabile della logistica a patto che non lo fotografiamo.

Poche ore dopo il «niet» al capo del Cremlino, magari concordato dietro le quinte, è ufficiale. Il portavoce Vasily Nikitin, giacca mimetica e jeans, emerge dal palazzo occupato: «Il referendum si terrà l’11 maggio, come previsto. La scheda avrà un solo quesito sull’indipendenza della repubblica di Lugansk. Sì o no». Nikitin sottolinea che non ci sarà nessun riferimento ad un’annessione alla Russia o al federalismo all’interno dello stato ucraino. A guardia delle barricate c’è Andrey, un ragazzone di 25 anni, capelli biondi, che prima faceva il boscaiolo e adesso imbraccia il fucile mitragliatore. «Il mio sogno è marciare su Kiev per cacciare gli usurpatori – spiega senza peli sulla lingua – Dovremmo arrivare nel Lvov (Ucraina occidentale nda) e massacrarli come hanno fatto con noi ad Odessa». Si riferisce alla strage del 2 maggio costata la vita a 48 filo russi morti nell’incendio della Casa dei sindacati. Davanti al palazzo occupato arriva con un rumore da trattore un «Tiger», la versione russa del gippone corazzato dei soldati americani. Tutto dipinto di blu e con la targa russa è stato regalato ai separatisti dal leader ultra nazionalista di Mosca Vladimir Zhirinovsky.

 

Un chilometro più in là i filo russi hanno rispolverato un simbolico cimelio in vista della parata di oggi per la vittoria sovietica della seconda guerra mondiale. A Donetsk sventolano bandiere con il faccione serio di baffone, il famigerato Stalin. E dappertutto ci sono drappi rossi e falci e martello.  «Sembra di tornare all’Unione sovietica – sibila sottovoce un contatto del posto – Non pensate che tutti siano d’accordo con questa marmaglia. Tanta gente è per l’Ucraina unita e vorrebbe fare qualcosa, ma loro hanno le armi e noi no». A Lugansk il primo obiettivo a cadere nelle mani dei filo russi è stata la sede dell’Sbu, i servizi segreti ucraini. Attorno hanno eretto un rettangolo di doppie barricate e dentro c’è un accampamento, che occupa un ex parco. Sembra che abbiamo copiato da Maidan e dappertutto ci sono miliziani armati. Ad un tendone hanno affisso un cartello con forchetta e coltello e la scritta in russo «Da Vinci», fregato da un ristorante italiano.

Marina è una ragazza mora che sta riempiendo i piatti di plastica con un fumante minestrone. Roman monta la guardia sulle barricate. Si sono conosciuti e fidanzati durante la rivolta. “In cosa speriamo per il futuro? – risponde Marina – Nella vittoria, come il nome che abbiamo dato all’accampamento”. In realtà sondaggi riservati rivelano che nell’est dell’Ucraina solo il 20% sarebbe per l’annessione alla Russia, come la Crimea. Oltre il 70%, però, non vuole saperne del nuovo governo di Kiev. Tatiana è una bella mamma con il figlio in passeggino. “Ho paura per i bambini, ma andrò a votare no al referendum – dice la giovane signora – Voglio far sentire la mia voce per restare in Ucraina”.

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