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L’asse Russia-Turchia
dietro Turkish stream

La strategia russa per il gas passa anche per il gasdotto Turkish Stream, che, insieme al Blue Stream, costituisce l’asse dell’oro blu fra Russia e Turchia.

I due Stati, che condividono il Mar Nero, hanno da tempo formato un’alleanza energetica che si fonda non solo sul gas ma anche sull’energia nucleare. Il sogno di Recep Tayyip Erdogan è quello di trasformare la Turchia non solo in una potenza militare e politica, ma anche energetica. E per farlo, ha bisogno di Mosca, che può fornire non solo il gas per il mercato turco, ma anche la tecnologia per le centrali nucleari, oltre che trasformarla nell’hub del gas russo per l’Europa sud-orientale.

A questo scopo, sono essenziali due pipeline: il Blue Stream, che è già attivo, e il Turkish Stream, in fase di completamento e con la parte off-shore già realizzata e inaugurata con una cerimonia in Turchia cui ha partecipato anche Vladimir Putin.

Il percorso del Turkish Stream

Il gasdotto Turkish Stream è composto da due linee parallele con una capacità totale di 31.5 miliardi di metri cubi all’anno. Come riportato dal sito del progetto, sarà il primo sistema di tubi da 32 pollici posato a una profondità subacquea di oltre 2 chilometri. E ciascuna delle due linee è costituita da migliaia di tubi lunghi 12 metri ciascuno.

La pipeline parte dalla stazione di compressione di Russkaya vicino ad Anapa . Percorre il Mar Nero per circa 910 chilometri fino a Kiyikoy, punto di approdo in Turchia. Da lì, un altro gasdotto di 180 chilometri arriverà a Lüleburgaz, dove si unirà alla rete già esistente. 

Il progetto è realizzato dalla South Stream Transport Bv, una società sussidiaria di Gazprom, che è stata originariamente istituita per l’implementazione del progetto South Stream. Poi, una volta fallito il sogno South Stream, ha “ripiegato” sul Turkish Stream.

gasdotti turchia

La storia del Turkish Stream

L’idea di rafforzare l’asse fra Russia e Turchia è nata dopo la realizzazione del Blue Stream. Nel 2009, il presidente russo Putin intavolò delle trattative con il suo omologo turco per approvare una seconda linea del gasdotto realizzato nel 2005 dalla joint-venture Gazprom-Eni. Ma il progetto non è mai stato preso troppo sul serio e nel 2014 è stato definitivamente abbandonato per lasciare spazio al Turkish.

Il primo dicembre 2014, Alexey Miller, presidente del comitato di gestione di Gazprom e Mehmet Konuk, presidente del consiglio di amministrazione di Botas Petroleum Pipeline Corporation, hanno firmato ad Ankara il primo memorandum d’intesa sulla costruzione di un gasdotto attraverso il Mar Nero dalla Russia verso la Turchia.

Il memorandum, firmato alla presenza di Putin ed Erdogan, ha previsto che 14 miliardi di metri cubi di gas russo sarebbero stati destinati ai consumatori turchi, mentre circa 50 miliardi di metri cubi di gas sarebbero stati trasportati al confine fra Grecia e Turchia per prendere la rotta dell’Europa.

Il progetto è iniziato però con un grave incidente che stava per causare il blocco dei lavori: il 24 novembre 2015, due F-16 turchi hanno abbattuto un Sukhoi Su-24. Nelle fasi successive all’abbattimento, il ministero dello Sviluppo economico russo della Russia dichiarò che il progetto del gasdotto Turkish Stream rientrava nelle misure restrittive contro la Turchia. E la parte russa, seguita da quella turca, sospese unilateralmente i colloqui.

I colloqui sono ripresi poi a luglio 2016, come parte della riconciliazione fra Russia e Turchia. Mosca accettò le scuse di Ankara per quanto avvenuto sui cieli turchi. E da quel momento, aumentò la partnership strategica fra i due Stati, a tal punto che la Turchia è riuscita a diventare una sorta di hub degli interessi strategici russi in Medio Oriente.

Come spiegato dall’analista Costantino Moretti a Occhi della Guerra, “il Turkish Stream è un’ulteriore dimostrazione della spregiudicatezza di Erdogan a condurre azioni diplomatiche su più tavoli avendo sempre come obiettivo la difesa o la promozione degli interessi nazionali”. E l’obiettivo, almeno fino a questo momento, sembra sia stato raggiunto visto che “pur essendo ancora aperta la questione relativa alla gestione/distribuzione degli ingenti quantitativi di gas scoperti sotto i fondali del Mar Mediterraneo orientale, con la realizzazione del Turkish, la Turchia ha posto una forte ipoteca a diventare hub gasiero dell’area mediterranea compromettendo, forse definitivamente, le residue speranze italiane al riguardo”.

I lavori per la parte off-shore del gasdotto sono terminati a novembre 2018, con la cerimonia di Istanbul. Nello stesso mese, la Serbia ha annunciato la preparazione per la costruzione della seconda tappa del gasdotto entro la fine del  2019.

L’interesse strategico russo

La realizzazione del Turkish Stream rappresenta una mossa fondamentale della strategia della Russia per portare il gas in Europa. “Con il completamento del Turkish e del Nord Stream 2 – spiega Moretti – la Russia centrerà il proprio obiettivo strategico di diversificazione delle rotte di fornitura del gas all’Europa”.

Attualmente, la Russia è il più grande fornitore di gas per l’Unione europea. E questo dato di fatto contrasta con la politica energetica dell’Ue, che invece punta, insieme agli Stati Uniti, a diversificare le fonti energetiche onde evitare che Mosca rappresenti un elemento imprescindibile dal gas europeo.

Una scelta politica che Bruxelles ha già chiarito attraverso il ruolo dato alla realizzazione del Tap, al progetto East-Med, e ai dubbi riguardano il completamente del Nord Stream 2. Ma che contrasta con due altri fattori estremamente importanti: la strategia della Russia, da sempre estremamente lineare e coerente, e la vaghezza degli interessi europei.

Su questo punto, Moretti insiste: “Romano Prodi in un recente articolo apparso su Il Messaggero ha affermato testualmente: ‘l’Unione Europea che non ha la forza politica per definire obiettivi comuni al suo interno, non può certo proiettarli all’esterno’. Il Nord Stream 2 e il Turkish Stream rappresentano la testimonianza tangibile della veridicità dell’affermazione di Prodi, almeno riguardo gli obiettivi comuni di politica energetica del gas, cioè la diversificazione dei fornitori di gas all’Ue”.

In questo senso, la strategia del Cremlino appare non solo chiara, ma anche vincente, dal momento che si comincia a parlare non solo di un secondo ramo del Turkish diretto verso la Bulgaria. Come riportato da Agenzia Nova a dicembre, “l’operatore bulgaro della rete del gas, Bulgartranssgaz, ha ufficializzato la decisione di aprire la gara bandita per la costruzione di un gasdotto volto a trasportare il gas naturale russo dalla Turchia alla Serbia attraverso il territorio della Bulgaria”.

“Il gasdotto servirà a trasportare il gas russo in arrivo tramite il Turkish Stream, includendo così Bulgaria e Serbia nelle diramazioni dell’infrastruttura energetica” e, prosegue l’agenzia, “la società russa Gazprom avrebbe deciso il percorso della seconda linea del gasdotto Turkish Stream, che attraverserebbe Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia”. E nel frattempo, la Russia ha già iniziato a pensare di utilizzare il Tap per trasportare eventualmente il gas russo del Turkish, riprendendo mano al progetto del gasdotto off-shore Poseidon,