Hasaka

Ankara prepara la battaglia in Siria

Quando Jarablus cadeva nelle mani dei jihadisti, l’Isis non era ancora familiare alle orecchie dei più e gli analisti ne parlavano citandone il suo primo, più lungo nome: Stato islamico dell’Iraq e del Levante. La città nel nord della Siria, a un passo dalla frontiera che divide il Paese dalla Turchia, veniva occupata dagli uomini del sedicente Califfato, che d’allora, salvo per un breve periodo, ne hanno mantenuto il controllo.

È a Jarablus che si combatterà la prossima battaglia per il controllo della Siria, in uno scontro che non vede opposti soltanto i jihadisti e le altre formazioni ribelli, ma interessi molteplici: da quelli delle milizie curde, intenzionate ad allargare il territorio su cui di fatto governano, a quelli della Turchia, che tutto vuole tranne che un altro pezzo di frontiera si colori del giallo delle loro bandiere.

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Ypg e Ypj, le “unità di difesa” dei curdi, avanzano da tempo verso ovest, nell’intento di unire i loro cantoni orientali con quello di Afrin e con la zona limitrofa, controllata da altre milizie siriane. A frapporsi tra loro e questo risultato il territorio ancora controllato dal sedicente Stato islamico, che tuttavia si è ulteriormente ristretto con la caduta di Manbij nelle mani delle Forze democratiche siriane (SDF), coalizione in cui i curdi fanno la parte del leone.

È proprio per evitare che un altro pezzo di frontiera finisca sotto il controllo delle milizie curde, ampliando quel territorio che chiamano Rojava, che i turchi hanno agito d’anticipo. Il legame dei miliziani curdi con il Pkk, la sigla che si riconosce nelle idee di Ocalan e che ormai da un anno ha ripreso le armi nel Sud-est della Turchia, in un conflitto che ha già provocato centinaia di vittime da ambo le parti, fa sì che Ankara guardi con apprensione al nord della Siria e agli sviluppi della guerra civile.

Combattente curdo delle Ypg ad Hasaka

Pur in contrasto con Assad fino a oggi, Erdogan ha almeno una preoccupazione in comune con lui: l’integrità territoriale della Siria. Per la Turchia significa non ritrovarsi con centinaia di chilometri di frontiera controllati unicamente dalle milizie del Pyd (Partito dell’unione democratica), per la Siria tirare il freno rispetto ad ambizioni irredentiste che agevola da anni, se non per convinzione, se non altro in chiave anti-jihadista e con cui prima o poi dovrà fare i conti.

Uno scenario complesso. In cui le forze lealiste siriane si sono trovate a combattere contro i curdi ad Hasaka, ultima zona nel nord-est del Paese dove i partigiani di Assad ancora controllavano alcuni quartieri, salvo raggiungere una tregua quest’oggi; in cui l’America si è trovata a difendere dall’alto – contro i lealisti – i curdi, che considera i suoi più validi alleati sul campo.

È in questo contesto che si sono create le premesse per un’avanzata su Jarablus contro l’Isis. Non dalla Siria, non dei curdi. Ma dalla Turchia e da parte di milizie che si riconoscono sotto il più ampio ombrello dell’Esercito siriano libero. Una presenza più confortante per Erdogan, che con loro – piuttosto che con il Pyd – preferirebbe gestire la frontiera.

Le indiscrezioni su un’operazione in fase di preparazione si rincorrono da giorni e oggi le autorità turche hanno rotto gli indugi, dichiarando il loro pieno appoggio a un’avanzata che allontani i jihadisti da Jarablus, “tappando” definitivamente un corridoio d’approvvigionamento fondamentale per l’Isis.

“La Turchia giocherà un ruolo più attivo in Siria”, ha detto pochi giorni fa il primo ministro Binali Yildirim: in questo momento significa che è dalla Turchia che passeranno i ribelli, pronti ad avanzare dopo che l’artiglieria avrà aperto loro la strada.

I primi segnali dello scontro si sono già visti da ieri sera e oggi da Ankara è arrivato l’ordine di evacuare Karkamis, città che da Jarablus dista due chilometri: solo una frontiera a dividere i cittadini turchi e le bandiere nere. Frattanto il comandante locale delle Forze democratiche siriane, Abdul Sattar al Jader, è stato assassinato e voci – impossibili da confermare – insinuano che dietro all’omicidio ci sia la mano dei servizi segreti turchi.

Le truppe ribelli si ammassano alla frontiera, i civili si allontanano, i colpi di artiglieria proseguono da ambo i lati, mentre il sud-Est turco ancora piange i 54 morti di Gaziantep, che non dista nemmeno cento chilometri. Un attentatore suicida ha compiuto una strage qui pochi giorni fa, facendosi esplodere durante i festeggiamenti per un matrimonio curdo. Una rivendicazione non è arrivata, ma l’operazione sembra portare i segni dell’Isis. Chiunque sia stato, ci sono tra le vittime più di 20 bambini da seppellire, strappati anzitempo alla loro gioia.