Meral Akşener a un comizio a Istanbul. Dietro di lei lo slogan "80 milioni di volte 'no'"

Il voto che spacca i “Lupi” turchi


È sufficiente percorrere la strada che dall’aeroporto porta a Istanbul per rendersi conto di come lo spazio urbano sia occupato da un’immagine. Quella del primo ministro Binali Yıldırım, sui manifesti della campagna per il “sì” a quel referendum in cui, se dovesse andare in porto, la sua carica finirà per essere abolita.

Grandi manifesti e poche battute, il tam tam di una campagna che ai cittadini ricorda: “La nostra scelta è il sì”, lasciando spazio con molta fatica e decisa ostilità alle voci d’opposizione, in un Paese ancora sottoposto allo stato d’emergenza che vige da luglio, quando il golpe militare è stato sventato e di cui in questi giorni è stata annunciata un’ulteriore reiterazione.

Si esprime con fatica il composito campo contrario al presidenzialismo, assalito dal vigore di un partito di maggioranza in cui comizi dominano lo spazio televisivo, sostenendo che il “no” è la volontà dei “terroristi”, il “sì” quella di chi vuole una Turchia forte, andando a toccare quelle corde nazionaliste che, quale che sia la direttrice su cui sono declinate, per la Turchia non sono affatto concetti remoti.

È un presidenzialismo forte quello su cui punta il “sì”, con a capo lo stesso uomo che da dieci anni tiene le redini del Paese, e che ora ha un traguardo in mente: il 2029 che ricorre di frequente nel martellante battage dell’Akp, sostenuto da quel Mhp ultra-nazionalista che è sì un partito d’opposizione, ma più che altro sulla carta.

Il manipolo di uomini che siede al parlamento (il partito vale poco più del 10%) è spaccato in seno da una disputa che arriva da lontano e che lo frattura tra chi ribadisce che “i Lupi grigi votano no”, come il deputato Sinan Oğan, e una linea maggioritaria che ha spedito lui e chi come lui la pensa di fronte al Comitato disciplinare, per poi espellerli oggi, per avere messo in discussione l’adesione alla linea di Erdoğan.

Ha risvolti singolari lo scissionismo del Mhp, portato dalle circostanze a tenere una riunione ad Ankara in una sala che porta il nome di Nazım Hikmet, voce grande –  ma pur sempre comunista  –  della poesia turca, i cui resti mortali ancora oggi riposano a Mosca. Costretto a comizi urlati dentro un megafono, quando l’elettricità, in un hotel i cui proprietari sono considerati vicini al presidente, è stata staccata per impedire che la voce del “no” di Meral Akşener, che già ha sfidato il leader del suo partito dopo risultati elettorali deludenti, si sentisse troppo chiaramente.

“Un no per il Paese, un no per l’ideale”, scandisce uno degli slogan dei ribelli, giocando sulla somiglianza, in turco, delle parole che indicano la madrepatria e il “sentiero” degli ultra-nazionalisti.

Una posizione diametralmente opposta a quella di Devlet Bahçeli, l’ultrasessantenne leader che tiene le redini del partito dal 1997 e che allo scoppiare dell’ennesima crisi con la Germania si è affrettato a chiarire di essere pronto a partire per Berlino con i membri del governo, per rivolgersi alle folle turche emigrate, un bacino elettorale che vale un milione e mezzo di schede, e convincerle della bontà del presidenzialismo alla turca. È grazie ai voti di chi gli è leale che le modifiche alla Costituzione, messa assieme dopo il colpo di Stato del 1980 e poi ritoccata più volte, hanno potuto superare lo scoglio dell’aula parlamentare, per poter essere portate a referendum.

La tensione palpabile che accompagna l’avvicinamento del Paese alla data fatidica del 16 aprile è la stessa che ha portato all’attacco – nemmeno il primo – a Ümit Özdağ, uno dei dissidenti espulsi dal partito, fortemente contestato l’8 marzo da quelli che erano una volta i suoi elettori mentre a Mersin, nel meridione del Paese, teneva un comizio per perorare la causa di una Turchia ancora parlamentare insieme al collega Yusuf Halaçoğlu.

Non è di poco conto il fatto che gli ex leader degli Ülkü Ocakları, i “Club degli idealisti” ultra-nazionalisti si siano espressi per il “no” al referendum, in un contesto in cui le politiche della maggioranza, soprattutto la durezza con cui sta affrontando la “questione curda” sono anche un ammiccare al volere dei Lupi, apertamente contrari al nazionalismo curdo del Pkk, sigla che in Turchia è considerata organizzazione terroristica.

L’adesione all’idea di una Turchia a guida presidenziale è ben lontana dalla posizione che lo stesso partito professava fino a pochi anni fa. Divide chi nel concentrare in mano a Erdoğan il potere vede un risposta a una “minaccia vitale” per il futuro del Paese e chi la trova contraria al pensiero del Mhp. Segno di una spaccatura della base, quanto profonda è da capire, che si consuma sullo sfondo di un referendum che vuole cambiare il volto istituzionale di un Paese che, sotto la guida del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) è già mutato, e di molto.

LEGGI ANCHE
La "controtenaglia" di Putin
  • Sterminator

    Ma basta con sti turchi… fategli un bel muro tutt’intorno e finiamola quì. Il tizio sembra uno psicopatico con manie di grandezza dovute ad un forte complesso d’inferiorità. E’ come un bambino di 3 anni che se non gli dai il lecca-lecca si butta per terra ed inizia strillare. Nel mondo ci sono squali molto più grandi di lui e quando saranno stufi delle sue manfrine lo elimineranno in meno di 5 secondi. Il golpe di luglio 2016? Se l’è fatto da solo per purgare gli oppositori secolaristi che non vedono di buon occhio il sultano che vuole reintrodurre l’islam nell’apparato statale. Se Putin (o Trump) s’incxxxxa sul serio, stavolta saranno dolori.

  • cientje

    Ultima notizia… il governo olandese impedisce l’atterraggio a Rotterdam dell’aereo con a bordo il ministro turco intenzionato a fare campagna eletterale per il referendum in Turchia. Erdogan reagisce duramente accusando gli olandesi di fascismo e rigurgito nazista.