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Turchia, per Erdogan una vittoria di Pirro

Il popolo turco ha votato per il referendum costituzionale voluto da Erdogan. Ha vinto il “sì”, di poco, nonostante l’opposizione sia già operativa per chiedere il riconteggio di almeno un terzo delle schede. Erdogan ha ottenuto ciò che voleva, cioè vincere, ma non è stata la prova elettorale che avrebbe sognato. Il sultano aveva bisogno di un plebiscito per legittimarsi di fronte a tutta l’opinione pubblica nazionale e internazionale, mentre tra il “sì” e il “no” la differenza è stata minima. Questo, nonostante una campagna elettorale completamente invasa da Erdogan e dai suoi sostenitori, in cui la televisione pubblica e le radio sono state megafoni del presidente turco e le reti informative dell’opposizione messe sotto stato d’accusa continuo.

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La Turchia, evidentemente, non è la Turchia che Erdogan ha sognato per molti mesi. È un Paese spaccato a metà, profondamente diviso in molteplici sfaccettature, fra città e campagna, fra etnie e confessione, tra partiti di governo e di opposizione, e con una minoranza curda che sempre più spesso diventa l’emblema dell’opposizione al regime. Se il tentativo di plebiscito è fallito, infatti, questo è dovuto principalmente a quelle sacche di resistenza all’autocrazia di Erdogan che in Turchia non sono mai scomparse. E questo è chiaro dalla semplice analisi del risultato numerico del referendum: 51,4% per il sì, 48.6% per il no, e questo nonostante gli apparenti brogli.

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Il primo elemento che risalta dall’analisi del voto è che le citta più importanti della Turchia non hanno seguito il loro presidente. Istanbul, Ankara e Smirne hanno visto una forte erosione del consenso verso il presidente rispetto alle precedenti elezioni, quando l’AKP comunque si riuscì a imporre sui rivali. Non che le città abbiano abbandonato il presidente, ma è vero che si sia eroso il consenso. In questo senso, le città turche rappresentano l’emblema della divisione cui ha condotto questo referendum costituzionale, se si pensa che in una città come Istanbul, il voto per il “no” abbia prevalso con il 50,96% di voti. Ma rappresenta anche la capacità di resistenza di queste metropoli all’avanzata della nuova dottrina di Erdogan. Con il rischio ormai acclarato di brogli elettorali, infatti, già solo il fatto che sia ufficiale la sconfitta, dimostra che il voto contrario potrebbe essere stato anche ben più ampio di quello dichiarato dal ministero.

Al contrario, sul fronte del “sì”, è evidente un grandissimo sostegno nei confronti di Erdogan da parte della provincia. La mappa della Turchia mostra una fascia metropolitana e costiera in cui vince di poco il “no”, e una parte centrale della Turchia votare apertamente a favore della riforma costituzionale. La polarizzazione sociale tra città e campagna diventa quindi evidente anche in Turchia, dopo che già in Occidente si era palesato il distacco fra capitali, metropoli e provincia. Erdogan questo lo aveva intuito, tanto da aver puntato tutto sui due suoi più preziosi alleati nel referendum: gli islamisti e i nazionalisti.

Aver puntato su questi due mondi, è equivalso ad aver puntato tutto su una Turchia silenziosa e profonda. Non è quella delle proteste, non è quella delle rivolte e non è quella occidentale. È la Turchia che però nel corso degli anni è riuscita a entrare nell’orbita di Erdogan. È quel paese che nel corso degli anni ha, di fatto, avallato tutto quanto proposto da Erdogan e quella trasformazione della Turchia da Paese semioccidentale a Paese mediorientale. E del resto, il presidente turco ha fatto breccia nel cuore di quella parte di popolo interessato non più a combattere né a occidentalizzarti, ma semplicemente stanco da anni di guerre intestine e rivolte. Tra l’incertezza della democrazia e delle opposizioni e la stabilità offerta da Erdogan, la Turchia interna ha preferito la seconda via. E non è da compatire né da biasimare, ma solo da accettare e da analizzare.

Un altro elemento fondamentale per comprendere il referendum turco e il suo risultato, è sicuramente quello concernente il voto dei turchi all’estero. Erdogan ha puntato moltissimo anche su di loro, sicuro che quel 5% di elettori residenti in Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e in altri Paesi, avrebbe portato un numero di voti necessari e fondamentali alla riuscita del suo ideale autocratico. E, in effetti, non è stato deluso da loro. Questi turchi, generalmente vicini al partito di Erdogan, hanno risposto in maniera positiva alle richieste del Presidente. Tranne un caso, ovvero in Svizzera, dove la maggioranza dei turchi emigrati è di etnia curda.

E sono i curdi l’altro grande elemento dell’opposizione al referendum. Nelle regioni a maggioranza curda, infatti, il No ha vinto nettamente. E questo crea ancora più preoccupazione per l’escalation del conflitto fra Ankara e la minoranza curda. Il fatto che il popolo curdo sia stato apertamente contrario alla riforma proposta da Erdogan, non è un dato che deve sorprendere. Ma deve preoccupare la potenziale rappresaglia che un presidente-monarca possa mettere atto nei loro confronti. La comunità internazionale è, infatti, molto preoccupata dalla possibilità che il popolo curdo subisca per primo gli effetti di una riforma che, se confermata come sembra, concederebbe a Recep Erdogan il potere di imporre uno stato d’emergenza continuo e sospendere molte delle garanzie ancora rimaste in Costituzione.

  • Alberto

    La vittoria di pirro sarà quella dei russi che chiusi nel mar nero dal maschione erdogan non potranno far nulla che i democratici Usa, Gb ed Israhell non vogliano, la democrazia vince grazie ai turchi, notorio popolo per bene e pacifista!