Il parlamento turco vota le elezioni anticipate

L’opposizione turca fa quadrato per provare a battere Erdogan

Hanno storie e peso differenti i quattro partiti d’opposizione che in Turchia sono giunti a un’intesa per sfidare e provare a battere il presidente Erdoğan alle prossime elezioni del 24 giugno.

Il risultato di giorni di consultazione è una alleanza politica composta dal Partito repubblicano del popolo (Chp), attualmente il principale gruppo d’opposizione in Parlamento, dai nuovi arrivati del Buon partito (iYi), transfughi dal Mhp iper-nazionalista, e da due partiti minori con una lunga storia alle spalle ma senza alcun seggio nell’attuale legislatura.

Il partito democratico (Dp) e il Partito della felicità (Sp) sono gli ultimi due lati del quadrato, lasciati fuori dal parlamento da una legge elettorale che prevede una soglia di sbarramento al 10%, fortemente penalizzante per le minoranze.  Ed è per evitare il ripetersi di questa situazione che i partiti hanno scelto la via di un’alleanza, che dovrebbe essere annunciata ufficialmente nel fine settimana e che entrerà in campo nel momento in cui si dovranno assegnare i seggi, ma che non presenterà un candidato unico. Le elezioni saranno tanto parlamentari quanto presidenziali.

Un tentativo di trovare un nome da contrapporre a quello di Erdoğan in questi giorni per la verità c’è stato. A lungo si è parlato di una candidatura di Abdullah Gül, che da anni è in cima all’elenco dei potenziali sfidanti, ma che lo scorso sabato ha messo fine a ogni dubbio, ribadendo di non avere intenzione di scendere in campo, quando già era chiaro che la leader del Partito Buono, Meral Akşener, non avrebbe rinunciato a portare avanti la sua candidatura. L’opposizione repubblicana sostiene che Erdoğan abbia inviato il suo consigliere e il capo di Stato maggiore dell’esercito a persuaderlo a non candidarsi. “È stata solo una visita, non ci sono state minacce”, ha replicato lui.

Va cercata nel passato di Gül e nell’identità della Turchia odierna la ragione per cui a lungo è sembrato ad alcuni il miglior candidato possibile. Tra i fondatori del partito di Erdoğan (Akp) e presidente della Repubblica quando lui ne era il primo ministro, viene dallo stesso retroterra culturale dell’attuale capo di Stato – che non ha mai criticato con grande convinzione – e del Partito della felicità. L’aggregatore delle loro esperienze politiche fu quel Partito della virtù di idee islamiste fondato alla fine degli anni Novanta e poi dichiarato contrario alla Costituzione laica nel 2001. Fu da quell’esperienza che nacquero l’Akp, ancora oggi al governo, e il Partito della felicità, che invece fa parte del neonato blocco d’opposizione.

I quattro volti dell’alleanza

Quando lo scorso anno la Turchia andò alle urne per decidere se cambiare la Costituzione e trasformare il Paese in un sistema presidenziale che avrebbe consegnato poteri quasi illimitati al capo dello Stato, un campo del “no” più ampio ma in qualche modo simile alla coalizione attuale ottenne il 48% dei voti, risultato che secondo le opposizioni fu peraltro viziato da una serie di irregolarità. Si può partire da qui per capire la natura estremamente pragmatica della coalizione, in cui convivono partiti molto diversi tra loro, che puntano a catalizzare il voto delle opposizioni e dei disillusi.

  • Il Partito repubblicano , di centrosinistra, è storicamente il portabandiera delle idee del padre della patria Atatürk, ma da anni è piuttosto stabile intorno al 25% e il suo attuale leader Kemal Kılıçdaroğlu non è un uomo di grande carisma. Venerdì mattina ha confermato la candidatura di Muharrem İnce, parlamentare che in più occasioni ha attaccato con durezza Erdoğan.
  • Il Buon partito, comparso sulla scena politica prima del combattuto referendum che ha portato all’approvazione di una serie di modifiche alla costituzione, può contare su una donna più incisiva e secondo molti l’unica sfidante credibile, l’ex ministro Meral Akşener. Su posizioni di centrodestra, il partito si è staccato dal Mhp ultra-nazionalista quando quest’ultimo si è trasformato da forza d’opposizione a stampella della maggioranza di Erdoğan, facendo guadagnare al suo leader una serie di nomignoli poco clementi.
  • Il Partito della felicità di Temel Karamollaoğlu ha idee islamiste e da quando si è formato non ha mai superato il 3% alle elezioni nazionali.
  • Il Partito democratico è una forza di destra, nazionalista e conservatrice, rifondata poco più di dieci anni fa, ma che fa risalire le sue origini all’omonimo Dp che fu il primo a rompere l’egemonia repubblicana quando la Turchia uscì dal periodo del partito unico. A livello nazionale alle ultime elezioni ottenne meno dell’1% delle preferenze.

Manovre politiche in democrazia limitata

Meral Akşener presenta il suo nuovo partito ad Ankara

L’annuncio di elezioni anticipate, non più nel novembre 2019 ma a fine giugno, ha colto le opposizioni sostanzialmente impreparate. Nei giorni immediatamente successivi all’annuncio quindici dei 131 parlamentari repubblicani hanno lasciato il loro gruppo per unirsi alla Akşener e permetterle di costituire un gruppo parlamentare, scongiurando la possibilità che la legge elettorale le impedisse di presentarsi alle elezioni. “Un contributo per la democrazia”, l’ha definito il leader repubblicano Kılıçdaroğlu, apparso per una volta più risolutivo di quanto non lo sia stato in passato. Negli ultimi quindici anni la scarsa organizzazione delle opposizioni ha dato un aiuto notevole a un Erdoğan che era e tuttora rimane il politico più amato in Turchia.

Se i repubblicani hanno offerto un’ancora di salvataggio alla Akşener, tra i partiti della coalizione ne manca però uno: quel Hdp di sinistra e filo-curdo che da solo alle ultime elezioni è stato in grado di superare lo sbarramento al 10% e prendere 80 seggi in aula. Sottoposto a una crescente pressione con l’accusa di essere il braccio politico del Pkk, oggi deve fare i conti con nove parlamentari in carcere, tra i quali il suo leader carismatico Selahattin Demirtaş, che sarà comunque il candidato presidente.

Nonostante qualche timida apertura al Hdp da parte del Partito repubblicano, resta il fatto che l’elettorato di quest’ultimo è almeno in parte fieramente nazionalista, come lo è quello del Buon partito, che non vede per nulla di buon occhio una formazione politica che punta fortemente sui diritti delle minoranze, curdi in testa. “A volte non è sufficiente l’opinione dei leader – ha detto Temel Karamollaoğlu, leader del Partito della felicità – Bisogna ascoltare anche la base”. La coalizione spera d’altro canto di recuperare i voti di quei curdi più conservatori, ma disillusi da Erdoğan.

Al voto in “stato d’eccezione”

Le manovre politiche continuano a pieno ritmo ed è di oggi la notizia che, dall’altra parte della barricata, un terzo partito si è unito ad Erdoğan e agli alleati del Mhp in quella che è stata chiamata l’Allenza popolare. Ma a meno di due mesi dal voto è necessario osservare anche l’aria che si respira.

La Turchia andrà al voto con le leggi d’emergenza ancora in vigore, con più di 180 giornalisti dietro le sbarre e la maggior parte della stampa schierata con il campo governativo. Nel pieno di un’ondata di arresti e indagini senza precedenti iniziata subito dopo il fallito colpo di Stato del 2016 e con la libertà d’assemblea fortemente condizionata.

Le elezioni di giugno anticiperanno l’introduzione di quelle modifiche costituzionali approvate dal referendum, che elimineranno il ruolo di primo ministro, restringeranno notevolmente il ruolo del parlamento e consegneranno al presidente poteri molto maggiori: dalla nomina dei ministri a un maggiore controllo sulla magistratura. Ed Erdoğan non ha nessuna intenzione di perdere.