Una donna siriana in fuga da Tal Aswad, Afrin // AFP Photo/Nazeer al-Khatib

Quanta ipocrisia sui curdi in Siria
Lo scontro coi turchi va bene a tutti

La battaglia per il distretto di Afrin nel nord della Siria continua senza sosta e tutti i nodi previsti sembrano arrivati al pettine.

Tutto inizia col diretto coinvolgimento turco nell’agosto del 2016. Dietro l’orpello della lotta allo Stato Islamico, Scudo dell’Eufrate nasconde in realtà due scopi:

  • incrementare l’influenza di Ankara lungo un cuscinetto di sicurezza interno al Paese arabo;
  • preservare la Turchia da possibili connessioni fra miliziani Kurdistan siriano e PKK.

Il primo obiettivo, apparentemente limitato rispetto al costo politico dell’operazione, è il controllo di una larga fetta di confine turco-siriano, ormai frontiera di una nuova onda di profughi. Dietro il proposito militare c’è la prospettiva del ricatto all’Europa, minacciata dall’arrivo di disperati con annesso reflusso di jihadisti foreign fighters.

La strategia militare turca, una volta smascherata la poco convinta lotta all’ISIS, si ferma nella primavera del 2017 ad Al Bab, quando la Seconda Armata incrocia le truppe di Assad, dirette verso l’Eufrate, tra Raqqa e Deir Ezzor.

Erdogan ha già previsto la fine di Scudo dell’Eufrate e l’arresto della penetrazione a sud, troppo fuori dagli obiettivi turchi e soprattutto politicamente costosissima.

Quello che più ha a cuore Ankara è il raggiungimento del vero scopo dell’intervento militare diretto: arginare il pericolo curdo.

“Il Kurdistan non s’ha da fare…” è il leitmotiv di ogni pensiero strategico turco. Una specie di ossessione, in bilico tra un istinto di sopravvivenza e l’indomabile spirito espansionista ottomano. La guerra in Siria è la grande occasione per sporcarsi le mani, ma anche una rogna da spicciare in fretta viste le evoluzioni militari e politiche che ne conseguono.

Fino all’estate del 2016, Ankara si limita all’appoggio logistico dei gruppi ribelli del nord originariamente armati per contrastare Assad. L’idea di un Turkestan trasversale che unisca il Mediterraneo al Caspio, rientra nelle manie di grandezza di Erdogan e fa parte dell’immaginario collettivo turco, fin dai tempi dell’Impero. Sogno o realtà, Ankara appoggia prima i turcomanni nel nord della Siria, poi allarga la borsa raggruppando gli islamisti di al Nusra (la Al Qaeda siriana) e Ahrar al Sham, e i non islamisti di Faylaq al Sham. Molti “ribelli moderati” che combattono l’esercito siriano ad Aleppo sono appoggiati proprio dalla Turchia.

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Un riordino avviene nel 2017 quando Ankara usa l’ormai logora sigla del Free Syrian Army per riunire 20-30.000 combattenti reduci da Scudo dell’Eufrate, islamisti e non, per combattere contro le Syrian Democratic Forces.

In sostanza, i turchi, con truppe regolari e il FSA, si concentrano contro le milizie curde nel settore centrale del confine turco-siriano e rimandano la resa dei conti nel Governatorato di Idlib, dove la crescita di Tahrir al Sham ha già allontanato i ribelli da Ankara.

L’offensiva turca contro i curdi potrebbe sembrare un problema globale, ma in realtà è solo lo sviluppo di un film già annunciato.

Cosa c’è dietro il sipario?

La Siria di oggi è politicamente divisa dall’Eufrate: a ovest la parte più importante e popolata del Paese, tornata quasi tutta in mano a Damasco; a est il deserto che arriva ai confini con Turchia e Iraq, scarso di popolazione e città, gestito dalle milizie appoggiate dagli americani. Di questo secondo settore fa parte il Rojava, il Kurdistan siriano.

La questione curda è stata portata alla ribalta da Wrath of the Euphrates, la campagna appoggiata dagli Stati Uniti per liberare la “capitale” siriana dell’ISIS. Dal novembre 2016 salgono alla ribalta le Syrian Democratic Forces assoldate dagli USA per combattere l’ISIS e soprattutto strappare ad Assad la Siria meridionale.

In realtà, benché il grosso delle SDF sia fatto dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG), il fronte impegnato nella grande battaglia per Raqqa è molto più complesso.

Perché dunque l’Occidente insiste tanto sulla causa curda?

C’è una ragione ufficiale umanitaria, rafforzata dalla natura politicamente corretta del popolo asiatico.

Tifare Kurdistan sembra perfetto per la retorica occidentale socialmente impegnata. I riferimenti politici e iconografici di molte fazioni curde fanno proprio al caso, così come le imprese delle ragazze soldato dell’YPJ, rimbalzate dal fronte di Kobane fino alla nausea.

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Le innegabili sofferenze del popolo curdo, finiscono così per essere strumentalizzate ben oltre quello che si può realmente ottenere sul campo politico.

All’amore per la causa curda infatti, non sembra corrispondere un interesse geopolitico reale della comunità internazionale.

L’aiuto mediatico, militare e finanziario che i curdi hanno ricevuto negli ultimi tre anni è in realtà vincolato alla strategia di Washington interessata a contenere la presenza russa e a impedire che fra Siria e Iraq prevalgano le milizie sciite appoggiate dall’Iran. Sembrerebbe l’unico modo per ridurre gli effetti di un fallimento americano che l’amministrazione Trump imputa in toto a quella Obama.

I curdi dunque, servono solo a giustificare la presenza USA in Siria?

Sembra cinico dirlo, ma sostanzialmente sì.

La realtà parla chiaro. Al di là dei servizi strappalacrime, del Kurdistan non importa a nessuno. I quattro Stati in cui si sparpagliano i curdi, non hanno nessuna intenzione di assecondare un progetto indipendentista.

Ovviamente non la Turchia, né l’Iraq, la cui posizione è ben chiara, né la Siria di Assad, né l’Iran.

A questi si aggiungono proprio gli Stati Uniti che non possono inasprire i già compromessi rapporti con Ankara, fino a prova contraria seconda forza militare e membro strategico della NATO.

Lo scontro USA-Turchia sulla questione curda è un gioco di equilibri a cui gli americani sono stati costretti ma in cui in realtà non credono fino in fondo.

Se fosse caduto Assad, come preventivato a suo tempo, Washington non avrebbe mai intrapreso la strada di Raqqa al fianco delle Syrian Democratic Forces. Le stesse, probabilmente non sarebbero nemmeno mai nate.

Erdogan lo sa benissimo e com’era prevedibile sfrutta il momento per colpire a fondo.

Il presidente turco sa anche che sulla questione curda può contare su un altro alleato inaspettato, con cui ha preso a collaborare proprio sul quadrante siriano: l’Iran.

Storicamente Iran e Turchia non si amano. Nei primi tempi della guerra in Siria l’ostilità era evidente al punto che i gruppi islamisti sunniti armati da Ankara, avevano come obiettivo dichiarato la distruzione dello sciismo, erede dell’impero safavide persiano.

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La realpolitik però può più dei rancori. Erdogan lo ha già dimostrato con Putin.

L’Iran in realtà sulla questione curda non ha bisogno della Turchia. Nonostante la recrudescenza della guerriglia curdo-iraniana guidata dal Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK, d’ispirazione comunista), la stabilità di Teheran non è mai stata messa in pericolo dai curdi iraniani, molto divisi e poco strutturati. L’Iran ha però tutto l’interesse a portare la Turchia fuori dall’influenza occidentale, alimentando la zizzania tra Ankara e Washington. Gli ottimi rapporti con la Russia e il trittico di Astana, dove si decidono i destini della Siria, incidono molto in questo senso.

La Turchia dal canto suo, cerca complici interessati a non interferire nei suoi piani anti-curdi, molto remunerativi anche sul piano politico interno.

Nemmeno i rischi di un ulteriore peggioramento delle relazioni con gli USA sembrano frenare i piani di Ankara. Nessun momento sembra più appropriato di questo per iniziare la mano finale della grande partita siriana.

Cosa c’è da aspettarsi dal fronte di Afrin?

Tutto dipende da quanto i turchi affonderanno il colpo. Più la campagna sarà pesante, più i curdi dovranno sfoltire il fronte meridionale, costringendo gli USA ad un ulteriore presidio militare a sud. Washington non può permettersi uno scontro aperto con le milizie filo-turche ma nemmeno di abbandonare il lembo di Siria occupato.

In tutto questo, la causa curda tornerà lentamente alle dimensioni minime antecedenti alla guerra, lasciando gli equilibri geopolitici ai rapporti di forza fra Usa, Russia, Iran e Turchia.

  • Divoll79

    Spero che i curdi abbiano capito che, per gli americani, non sono altro che pedine (sacrificabili) e che la loro salvezza sta nell’unione con i siriani di Assad e la Russia.

    • Maria

      Erdogan sta preparando un attacco contro i curdi nel nord dell Iraq w e sono molto preoccupata poiche la tensione e gia alle stelle e ci sono gia infiltrati degli hezbollah pronti a collaborare con Erdogan alleato dell Iran da cui importa gas ad un prezzo favorevole dopo quello russo.Maria

  • Divoll79

    Intanto, a Ghouta un primo lotto di jahidisti ha deposto le armi e si sta consegnando all’esercito siriano…

    • eusebio

      La sacca di Ghuta è stata divisa nelle tre sottosacche di Duma, Harasta ed Arbin, i jihadisti ne hanno per poco, poi tocca ad Idlib.

  • Vlado Cremisi

    Non vorrei mettermi nei panni di Nethaniauh leggendo l’articolo, però la curiosità di sapere quanti pozzi di petrolio controlla Al Assad al di là dell’Eufrate e invece quanti ne controllano gli americani con i curdi mi piacerebbe saperlo

    • Maria

      Ci sono veramente informazioni devianti Cosa c entra in questo caso Netanyahu?? Semmai e Erdogan che interessato ai pozzi petroliferi di Kirkuk antica residenza curda guidata da Barzani. Il 16 marzo del 196 errore del 1988 Saddam Hussain gasso 5000 curdi iracheni. Consulti su youtube il filmato documentario non un invenzione del Mossad o degli USA. Rinfrescatevi la memoria storica per favore.Maria

  • best67

    un puzzle di combattimenti..!

    • Maria

      Un vero massacro poiche mi trovo non molto lontana e secondariamente tramite la radio satellitare in Germania il governo teme confronti pericolosi tra turchi e curdi. Gia ad Hannover ci sono state dimostrazioni per il momento pacifiche.Maria

      • best67

        un altro grattacapo per i tedeschi! ricorda quando arrivò (col benestare di un parlamentare di sinistra) il curdo ocalan da noi?dopo un po venne arrestato,in forza di un mandato di cattura internazionale emesso dalla germania!ma mquando si contattò la predetta germania per l’estradizione ci disse che potevamo tenercelo,perché loto temevano attriti tra curdi e turchi da loro..!

        • Maria

          Questi curdi non sono i sostenitori del PKK. Sono dei civili e basta. Sono curdi siriani nulla a che fare con ocelan. Capitela una buona voltas!! Prossima tappa di Erdogan Kirkuk e i curdi iracheni.Maria

          • best67

            signora,non deve dirlo a me!

  • Maria

    I turchi hanno innalzato ad Afrin la bandiera turca!!! Come reagira Assad dato che Afrin e territorio siriano???