Un comizio dell'Akp a Afyonkarahisar

Con il foglio di via ai sindaci
Erdogan “fa pulizia” in vista del voto

Quando, nell’ottobre dello scorso anno, i co-sindaci di Diyarbakır, la principale città a maggioranza curda della Turchia, furono detenuti – uno di loro a casa, l’altra all’aeroporto – non fu lo stupore la reazione più comune nell’opinione pubblica. Non erano i primi a trovare sulla loro strada la lunga mano della legge, accusati di essere vicini ai separatisti del Pkk, e non sarebbero stati gli ultimi. Più di 80 tra gli amministratori locali eletti democraticamente nella parte orientale del Paese sono stati costretti a lasciare il loro posto e molti di più sono finiti in carcere, per essere sostituiti da funzionari appuntati dallo Stato, in un giro di vite iniziato sotto l’ala dei vasti poteri straordinari concessi dalla legge d’emergenza approvata dopo il fallito golpe del luglio 2016.

Questa vasta “operazione di pulizia” riguardava membri dell’opposizione, in municipalità per la maggior parte rette dal partito pro-curdo e di sinistra Hdp, i cui leader sono da lungo tempo in carcere. “Danneggiava profondamente la democrazia turca”, come faceva notare tra gli altri Human Rights Watch, ma aveva un carattere profondamente diverso rispetto a un altro rimescolamento delle carte a livello dell’amministrazione locale, che la Turchia ha iniziato a vedere più di recente.

A maggio, dopo un controverso referendum che ha dato il via alla transizione del Paese dal sistema parlamentare a quello presidenziale, garantendo al presidente Recep Tayyip Erdoğan vasti poteri e restituendogli la carica di leader del partito di maggioranza, la stampa turca già era un fiorire di speculazioni su un atteso turnover nei ranghi locali dell’Akp. Un cambiamento che avrebbe portato con sé una serie di significati, segnalando innanzitutto come i preparativi per le elezioni generali del 2019 fossero pienamente avviati e che ha visto saltare anche il sindaco di Istanbul.

Sostenitori dell'Akp a un comizio per il referendum ad Ankara

C’è una frase che spesso si ripete parlando della politica turca, ma che si basa su una verità di fondo e vuole che “chi si prende Istanbul, si prenda tutto il Paese”. Un’equazione che raramente fallisce, ma che ha inciampato nel referendum di aprile, con il “no” alla riforma costituzionale che ha di poco prevalso nella metropoli, come anche nella capitale Ankara o a Izmir, roccaforte dell’opposizione. E quando Erdoğan ha chiesto un passo indietro a quanti accusassero “la stanchezza del metallo”, a fine settembre le prime dimissioni di peso sono arrivate proprio dal Bosforo, con la rinuncia alla carica da parte del sindaco Kadir Topbaş.

“Un uomo può perdonare tutto, ma non una mancanza di rispetto”, ha detto Topbaş al momento di lasciare l’incarico, dopo 13 anni da sindaco della città che negli anni Novanta fu il trampolino di lancio per l’ascesa al potere di Erdoğan. “Che non fosse più nelle grazie del partito non era un mistero”, scrive sul suo blog il giornalista Michael Sercan Daventry, ma nondimeno sulle vere ragioni del suo passo indietro – siano esse qualche attrito interno all’Akp, l’ammutinamento del Consiglio o altro ancora – ci sono pochi indizi e molte elucubrazioni.

Ciò che è certo è che il sindaco di Istanbul non è stato l’unico a lasciare il posto nell’ultimo mese. Come lui anche quelli delle più piccole Düzce e Niğde hanno liberato la poltrona e pochi giorni fa è giunta un’esplicita richiesta a tre primi cittadini di città importanti perché rassegnassero le dimissioni. Tra di essi quello della già capitale dell’Impero ottomano Bursa, arrivate ieri con un dimesso “non entreremo in conflitto con il partito e con il suo leader”, e quello della Capitale.

C’è certamente un pizzico di ironia nel fatto che un uomo come sindaco di Ankara Melih Gökçek, fervente sostenitore di teorie secondo cui i “poteri forti” scatenerebbero i terremoti per meri fini politici, si sia visto tremare la poltrona sotto i piedi. Uno sciame sismico che si è arrestato ieri notte, quando al termine di un faccia a faccia al palazzo presidenziale è arrivata la conferma ufficiale.

Dopo giorni di vani impuntamenti, Gökçek ha gettato la spugna e annunciato le sue imminenti dimissioni. Lascerà la guida della Capitale sabato, dopo 23 anni. A seguirlo domenica, secondo la stampa filo-governativa potrebbe essere il collega della città di Balıkesir. Una serie di cambiamenti che in pochi giorni hanno rimescolato le carte per circa un terzo della popolazione del Paese.