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Trump e le corporations

Oltre a ridefinire confini geografici Donald Trump vuole ridisegnare i confini economici delle corporations. Gli Stati Uniti sono la patria delle opportunità, ma sopratutto delle corporations. Giuridicamente compagnie o gruppi di persone autorizzate ad agire come una singola entità. Per legge sono riconosciute alla stregua di una persona. La costante predicazione della libera iniziativa ha portato queste compagnie ad ottenere ingenti ricchezze, portando però con sé profonde contraddizioni.

Il potere delle corporations

È infatti negli stessi Stati Uniti che si è sviluppata un’articolata critica nei confronti dello strapotere delle corporations. Più volte il loro interesse è stato visto in contraddizione con quello dei cittadini. Il saggista Noam Chomsky è arrivato a definire le corporations “fasciste”, perché “hanno uno stretto controllo al vertice e una larga obbedienza a qualsiasi livello, c’è un ristretto margine di contrattazione, ma la linea dell’autorità è perfettamente lineare. Così come mi oppongo al fascismo politico, allo stesso modo sono contro il fascismo economico”.

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Le corporations hanno sempre rappresentato delle entità quasi a sé stanti rispetto al Governo centrale. Nella terra dove la libera iniziativa è dogma non ci sono esempi di presidenti che hanno provato a interferire con la mission delle corporations. Trump è l’eccezione anche a questo. Proprio lui che ha passato una vita a stretto contatto con l’imprenditoria americana, conoscendone pregi e difetti. Il 45esimo Presidente degli Stati Uniti sembra voler cambiare la rotta dell’iniziativa privata made in USA.

Lo scontro tra Trump e le corporations

Secondo Bloomberg lo slogan del tycoon sarebbe “o con me o contro di me”. Il portale d’informazione del mondo finanziario cita infatti due casi che dimostrano come il nuovo Presidente non esiti entrare a gamba tesa nell’iniziativa aziendale privata. Lo scorso mercoledì Trump ha twittato contro l’azienda Nordstrom Inc. “Mia figlia Ivanka è stata trattata così ingiustamente da Nordstrom. Lei è una grande persona e mi spinge sempre a fare la cosa giusta. Terribile!”, questo il tweet di The Donald. Il riferimento è relativo alla decisione dell’azienda di abbigliamento di ritirare il marchio lanciato da Ivanka Trump.

Bloomberg riporta poi che qualche ora dopo il tweet Donald Trump si sia incontrato con il CEO di Intel Corp. Brian Krzanich, un’azienda che produce semiconduttori. Il Presidente ha espresso la volontà di appoggiare l’azienda nell’apertura di una nuova sede a Chandler, in Arizona, con un investimento di 7 miliardi di dollari e la creazione di 3.000 posti di lavoro. Un successo che è stato festeggiato da un altro tweet con l’hashtag ormai evergreen #AmericaFirst. “Fai quello che Trump dice o dovrai scontrarti con il suo rimprovero”, questa è l’interpretazione negativa che Bloomberg fa del fenomeno Trump.

Corporations per il popolo prima del profitto

In realtà questa nuova strategia ha del rivoluzionario. Perché ricolloca le aziende in un ruolo più consono per la comunità dei cittadini. Non solo per il profitto personale, ma anche per il benessere del Paese e dei suoi abitanti. Il fatto che il “muslim ban” abbia scatenato la rabbiosa reazione di compagnie come Starbucks, Apple, Amazon e Google, dimostra il potere detenuto da queste corporations. Il “muslim ban”, criticabile sotto alcuni aspetti, è una minaccia per quelle aziende che finora hanno potuto usufruire di manodopera immigrata a basso costo. Le stesse corporations sentono la minaccia di ritorsione dei Paesi colpiti dal “muslim ban”. Mercati dedicati alla delocalizzazione che possono ora chiudersi definitivamente.

È la prima volta in cui un presidente degli Stati Uniti viene così apertamente attaccato da alcune delle più influenti corporations americane. Trump vuole riportare indietro la lancetta dell’orologio. Non in senso anacronistico, ma verso un passato più democratico. Quando l’iniziativa privata era prima di tutto volta al beneficio della comunità e dell’ambiente circostante e il profitto, più che in termini monetari, era calcolato con il prestigio acquisito.