French Foreign Legion settled down has some kilometres in the North of the city of Markala (40km in the North of Segou on the road of Diabaly) in Mali, on January 18, 2013. Photo by Julien Tack/ABACAPRESS.COM   

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Troppi militari e pochi investimenti:
l’insuccesso europeo nel Sahel

L’Italia in Niger sta inviando un contingente per una missione che, dopo le incomprensioni ed il braccio di ferro con la Francia, a breve dovrebbe prendere definitivamente il via. Questo è solo uno degli esempi di come, sia Roma e sia molti altri paesi europei, guardano con molta attenzione al Sahel. Il perché è presto detto: sicurezza ed immigrazione sono due tematiche che strettamente si intrecciano lì dove, ad intrecciarsi, sono le ultime dune del deserto con le vallate dei fiumi sub sahariani. L’Europa guarda a questa fetta d’Africa e lo fa sia sotto un profilo politico che militare. Negli ultimi anni sono diverse le missioni avviate nel sud della Libia, nel Niger appunto, così come nel Mali. Alcune di queste hanno anche il marchio europeo, come ad esempio le missioni Eutm nel Mali ed Eubam in Libia. Ma non sempre si ottengono i risultati sperati. Molto dell’impegno del vecchio continente ha due “peccati originali”: eccessivo peso dato allo sforzo militare ed eccessivo protagonismo della Francia.

“Meno soldati e più investimenti”

Le missioni militari, con relativi contingenti da parte di diversi paesi europei, servono per addestrare l’esercito locale e per cercare di controllare il più possibile i confini. Specialmente lungo le frontiere tra Niger e Libia, difficili da gestire anche in tempo di pace, scorre il flusso di migranti che poi si riversa verso l’Italia. “Si è puntato molto al rafforzamento delle forze di sicurezza, ma si è investito poco per affrontare le questioni alla base dell’emigrazione”, afferma in un’intervista a La Stampa Andrew Lebovich, analista dell’European Council on Foreign Relations. In poche parole, molti soldi vengono destinati alla sicurezza ed al lato militare delle missioni, sempre meno invece vanno ad incidere a livello sociale ed economico sui territori da cui partono i flussi migratori.

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Il tallone d’Achille delle ultime strategie europee nel Sahel sembra essere proprio questo. Le somme destinate a progetti di sviluppo, a costruzioni di infrastrutture e ad opere in grado di attivare i processi economici e di sviluppo in questi Stati appaiono in proporzione molto poche rispetto a quelle spese per le missioni militari. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire. Del resto l’Europa ha sempre peccato in questo sotto il profilo delle proprie strategie nel continente nero. Ben si conosce infatti la differenza con la Cina, la cui strategia invece contempla la costruzione di numerose opere in cambio di una facilitazione nell’ingresso di merci ed investimenti di Pechino nei paesi africani. Secondo Lebovich, se non si interviene con programmi di sviluppo nel lungo periodo i flussi migratori non sono destinati a cessare. Niente sviluppo, niente freno all’immigrazione: è questa l’equazione che non permette un giudizio del tutto lusinghiero e positivo sulle missioni europee nel Sahel.

L’eccessivo protagonismo della Francia

Ma c’è un altro aspetto, per l’appunto, da non sottovalutare. I paesi del Sahel più importanti sono il Mali, il Niger, il Burkina Faso, la Mauritania ed il Ciad. Assieme formano il cosiddetto G5, un organismo con il quale l’Europa intrattiene importanti rapporti per i motivi sopra descritti. Diversi paesi del vecchio continente iniziano ad accorgersi dell’importanza del G5 del Sahel, la stessa Italia oltre ad avviare la missione in Niger a fine 2017 ha anche aperto la prima ambasciata del nostro paese a Niamey. Ma questi cinque paesi sono anche cinque ex colonie francesi. E Parigi non sacrifica certo il suo ruolo a favore di progetti comuni europei. Se da un lato l’Ue, con le missioni soprattutto nel Mali ed in Libia, prova ad avere una linea comune sia militare che umanitaria, la Francia non abdica al ruolo di madrepatria.

E questo ovviamente rallenta ogni prospettiva di discussione futura. A livello militare ad esempio, Parigi ha ostacolato l’avvio della missione italiana nel Niger. Ma, in generale, dall’Eliseo non arrivano segnali volti a cambiare lo status quo. Non solo Macron, ma anche le precedenti amministrazioni si sono mosse in tal senso. Basti pensare che nel 2012 la Francia è intervenuta da sola nel Mali per stroncare il nascente califfato islamico nel nord del paese. Attualmente Parigi ha il più grosso schieramento di soldati nell’area, non solo nel Mali ma anche nello stesso Niger ed in altri paesi sub sahariani.

Quanto accade nel Sahel è dunque l’evidenza di come in realtà l’Ue non esiste, specialmente in politica estera. Nel Sahel i problemi sono comuni, ma nessuno ha voglia di rinunciare al proprio ruolo, a partire dall’ex madrepatria. Questo complica la situazione ed impedisce una visione di sviluppo a lungo termine per queste aree. Forse però lo strapotere francese su queste aree potrebbe proprio essere messo in discussione da futuri duelli economici e commerciali in grado di ridimensionare il ruolo di Parigi.