Profughi di due guerre

Non è possibile sapere che rapporto Jami Fatah avesse con sua madre e quanto tempo abbia trascorso con lei e neppure quale fosse il loro legame e che attenzioni la donna avesse verso il figlio. Si può però immaginare tutto questo attraverso l’ossessione che il ricordo della mamma provoca al giovane. I pensieri del ventenne, rivolti continuamente all’ anziana donna, e una foto di lei, logorata dai continui sguardi, fanno comprendere la crudeltà della rottura di un legame primigenio e il dolore di un addio che perseguita chi per vivere è dovuto fuggire.

Abdel Fatah è yemenita, è salpato dal suo Paese a causa del conflitto che è esploso nel marzo del 2015. Trentamila civili hanno raggiunto le coste somale insieme ad Abdel e lui oggi vive nel campo profughi allestito sulla spiaggia di Mogadiscio con altre 450 persone, tutte in fuga dallo Yemen. Nel Paese della Penisola Arabica i ribelli scitii Houthi, alleati con l’ex Presidente Saleh e appoggiati dall’Iran, si fronteggiano agli uomini del Presidente Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita e da una coalizione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, oltre che dall’Egitto. Intanto sta acquistando terreno anche lo jihadismo locale, con i gruppi legati ad Al Qaeda e al Daesh, e le stime dicono che in sette mesi di bombardamenti e scontri si sono registrati più di 5mila morti, 25mila feriti e le persone che hanno lasciato le case sono più di un milione.

I paradossi della tragedia hanno spinto gli yemeniti a scappare nell’unica direzione possibile, verso le coste somale. Ad accoglierli, però, un altro ventennale conflitto.

”Noi siamo arrivati in Somalia perchè era l’unica via di fuga che avevamo. Alcuni sono sbarcati nel Nord, in Puntland, altri più a Sud. Sapevamo che c’era la guerra, ma non avevamo alternative; il problema è che ora però non abbiamo possibilità di andarcene, siamo prigionieri di questa realtà”. A parlare è Tissam Abdulawit, più di 50 anni e guida nella tendopoli.

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Il calore della terra sembra rendere gli uomini che popolano il campo un tutt’uno con le sabbie di dannazione che calpestano. In una baracca, in un silenzio di ordinario dolore, volti scavati da rughe di disperazione, ormai indelebilmente tatuate sulla pelle, osservano il braciere di un narghilè. Nessuna parola viene pronunciata da quel gruppo di rifugiati che con una passività endemica tengono gli occhi incollati al tabacco che si incendia, mentre i loro pensieri e sogni sono dati in custodia alle nuvole di fumo che si levano dalle bocche ed evadono libere dalla prigionia dello stento. In un’altra tenda, una donna ammalata di cancro agonizza tra le braccia dei cari e ognuno dei presenti nel campo porta con sè una storia tedofora d’orrore. Abdel Faith Ahmed Mahmud mostra una lettera che certifica la sua condizione di profugo e poi solleva la maglia e rivela le cicatrici delle schegge delle bombe saudite. ”Sono rimasto ferito durante un bombardamento, i frammenti mi hanno investito e ho perso l’udito all’orecchio sinistro. Sono dovuto scappare. Ho attraversato il mare già una volta e sono pronto a rifarlo. Voglio arrivare in Germania, non mi fanno paura né il deserto e neppure il Mediterraneo; è l’unica salvezza che ho, perchè qui stiamo morendo lentamente”. Una moltitudine di persone sfinite dalla paura e dalla miseria racconta che mancano cibo e medicine e che non c’è nessuna sicurezza. C’è chi denuncia le incursioni di miliziani che armi in pugno e inclemenza nel petto saccheggiano l’indigenza; c’è chi è crivellato dagli attacchi di tubercolosi e striscia le gambe cercando un appiglio a cui sorreggere il corpo e poi c’è Sait Ahmed, che invita a entrare nel suo giaciglio. Lì, il riflesso arancione dei sacchetti che coprono il rifugio, colora la stamberga e in un angolo una bambina appena nata viene cullata dalla mamma. L’uomo con la ferma dignità di un padre presenta la sua famiglia, caricandosene il destino sulle spalle ormai consumate. Sait afferra un sacchetto con dentro una manciata di riso e confessa: ” Non c’è il latte per la neonata, non c’è più cibo per la madre e per i miei figli. E non ci sono neppure le medicine. Ho paura per loro”. E la rassegnazione che a poco a poco sta avanzando nel campo è impressa nell’istantanea di una donna seduta sola all’ombra di una baracca. Combatte i morsi della fame mordendo con rabbia lenitiva l’orlo nero dell’hijab, con le mani allontana i nugoli di mosche e intanto i suoi occhi impassibili raccontano il trascorre di una vita in grembo alla disperazione, oltrechè una resa totale alla fatalista attesa di una tragedia irreversibile e, forse, sperata imminente.

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A Mogadiscio la vita dei rifugiati yemeniti è speculare a quella dei profughi somali. Come un internazionalismo del bisogno, l’assenza di ogni mezzo accomuna gli ultimi della terra, abbatte confini e frontiere e arruola i dannati in un disarmato esercito della sopravvivenza. In Somalia ci sono infatti oltre un milione di rifugiati interni e un milione sono quelli che hanno abbandonato il Paese; e basta percorrere le vie che costeggiano il Lido e oltrepassare l’Arco di Trionfo italiano, che dalla tendopoli yemenita si arriva a quella di Onat, dove sono accampate oltre 700 famiglie africane.

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Nei vicoli delle baracche i bambini camminano tra i rivoli d’acqua dell’ultimo acquazzone, le capre brucano tra i rifiuti e anche qui uomini e donne vivono il presente senza porsi più domande. Lo sa bene Alima, che è da 25 anni nel campo rifugiati e ha assistito da quel loggione di dolore a tutte le fasi del conflitto: ”Io sono arrivata quando in città imperversava lo scontro tra Ali Mahdi e Aidid. Mi ricordo i morian (milizie dei signori della guerra), combattevano e sparavano ovunque, c’ero anche quando sono sbarcati gli americani, ma loro sono andati, io invece sono rimasta. Ed ho assistito all’arrivo degli Al Shabaab, quello è stato il periodo peggiore.” La donna racconta delle incursioni degli jihadisti nei campi profughi, del marito ferito, delle donne violentate, dei bambini rapiti e poi, però, conclude: ”Oggi la guerra sta diminuendo d’intensità, sembra aprirsi uno spiraglio in grado almeno di farci sperare”. Ma immediata una raffica di kalashnikov fa calare il silenzio; subito ne sopraggiunge un’altra, è scoppiata una sparatoria poco distante e all’interno della baraccopoli tutti fuggono alla ricerca di un nascondiglio. Il conflitto e le armi si riappropriano della capitale e la violenza rimane ancorata a Mogadiscio, con la veemenza di un giuramento di eterna fedeltà, pronunciato su un altare di morte.