Uganda -kinder im Krieg

Tra i bambini soldato

“Imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme, imparare ad essere (Jacques Delors)”. Quando si è in Africa, specie se per motivi umanitari, bisogna mettere in discussione il modo di relazionarsi con gli altri. La riflessione diventa necessaria per non correre il rischio di porre invisibili barriere, di mal interpretare, di valutare in modo non corretto l’aiuto di cui hanno bisogno.

La Sierra Leone è il paese in cui, da oltre dieci anni, lavoro come volontario in virtù della mia esperienza di primario di Psicologia nella Asl 1 Imperiese. Studio il trauma di ex bambini-soldato, bambini di strada, detenuti nei carceri minorili e ora anche dei sopravvissuti al virus Ebola. Dal marzo 1991 al gennaio 2002 la Sierra Leone ha subito diversi colpi di Stato e un’atroce sanguinosa guerra civile, con oltre 50.000 morti e più di due milioni di profughi. In molti si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità, specie tra i ribelli del Ruf, Revolutionary United Front, responsabili di avere costretto migliaia di bambini sotto i 15 anni ad arruolarsi come soldati, il 30% dei quali femmine. Venivano portati via di forza da casa, brutalizzati, obbligati come rito di iniziazione a uccidere anche i loro parenti, ad amputare braccia e gambe anche a bimbi più piccoli di loro, a squartare il ventre di donne incinte e scommettere sul sesso del feto; tutto ciò li rendeva sempre più persi, in balia di un demone che brutalizzava la loro anima-bambina, con il risultato che tutto questo uccideva in loro il senso di appartenenza alle proprie radici. Diventavano zombie senza nessuna identità. Il loro nome veniva cambiato per fare cadere nell’oblio anche il loro passato. Senza più possibilità di ritorno. Le femmine, in guerra, subivano una sorte ancor più terribile. Molte diventavano schiave sessuali dei ribelli e tante morivano nella giungla di parto o di malattie, altre erano costrette a infiltrarsi come spie tra le forze regolari; in tante sono diventate prostitute e non è stato facile convincerle a scegliere una vita diversa. A causa di tutto ciò la loro memoria emotiva veniva in qualche modo anestetizzata, diventavano brutali «macchine da guerra» senza più freni, sotto gli effetti di un micidiale mix di droghe.

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Questo aspetto, legato alla loro ferocia, è diventato uno dei problemi maggiori in fase di recupero psicologico. Ho presto compreso, avendo assistito tanti di loro dopo la guerra civile, che non potevano più tornare nei loro villaggi, nessuno li avrebbe accettati e perdonati. Cominciai a notare che la vera esperienza dolorosa era, per loro, legata alla perdita dell’identità personale e sociale, delle radici e della famiglia; l’insieme dei loro disturbi mentali, la mancanza di stabilità emotiva costituivano disfunzioni che trovavano le loro fondamenta in quello che ho chiamato «trauma primario». Proprio su questo, con i miei colleghi, abbiamo iniziato a lavorare, lasciando in secondo piano quello che avevano fatto in guerra. Abbiamo costruito percorsi terapeutici su misura; non vi erano molte esperienze in questo campo, la letteratura scientifica non aveva ancora affrontato questo problema da un punto di vista psicologico. Abbiamo lavorato sull’aspetto profondo delle loro menti, studiando l’antropologia locale, la cultura, le religioni, i legami sociali. Il lavoro con gli ex bambini soldato invece è stato incentrato sul ripercorrere la storia dei loro legami più antichi, sui ricordi, sulle immagini di una madre o di un padre che a poco a poco prendevano forma. Dovevano affrontare un dialogo intimo con loro stessi, un linguaggio spirituale e rituale di cui avevano bisogno. Così, per molti di loro, è iniziato un lungo percorso di riabilitazione. Quando i giornalisti venivano a intervistarli, capimmo che il riferire, a volte in modo esagerato, ciò che avevano fatto, significava per loro affermare che erano stati «qualcuno», che la loro storia era importante e da raccontare. Quando si riunivano, nel nostro Centro a Lakka, passavano ore a ricordare gli avvenimenti; rimanevo sconvolto dal loro modo cinico di evocare scene di guerra e atrocità. Ma poco a poco capii che quella era solo una maschera, un modo per non affrontare i gravi dolori che avevano dentro. Spesso di notte li sentivo gridare nel sonno, urla atroci, quando al mattino gli chiedevo cosa avessero sognato dicevano sempre la stessa cosa: «Arrivavo nel villaggio, la gente mi riconosceva, dovevo scappare, mi volevano uccidere».

Negli anni questi bambini sono cresciuti, ora si usano chiamare «ex bambini soldato», oggi sono adulti. Con l’esperienza, e in quel contesto in Sierra Leone, ho imparato che l’idea di bambino andava cambiata. Ragazzi di 15-16 anni avevano già figli e un atteggiamento che li rendeva simili a gente navigata ma la maggior parte, invece, erano individui incompleti poiché non avevano avuto la possibilità di vivere un’infanzia normale, non si era compiuto in loro un percorso di crescita psicologica e affettiva, degno di questo nome. Tanti si portavano dentro, nel fisico e nella mente, tutte le loro mutilazioni, le difficoltà, segnati per sempre da un passato drammatico con cui dovevano fare i conti ogni giorno. Ho discusso, con molti colleghi a livello internazionale, se per questi ex bambini soldato, avesse ancora senso parlare di «disturbo post traumatico da stress», una patologia molto seria da un punto di vista mentale che spesso colpisce i reduci di guerra e interferisce sotto molti aspetti nella vita emotiva e relazionale delle persone. Ho imparato a conoscere sul campo tutto questo, ho capito che potevo aiutarli solo comprendendo bene alcuni aspetti chiave del loro funzionamento mentale. In Sierra Leone, dirigo il Ravera Children Rehabilitation Centre, organizzazione non governativa che ho fondato a Lakka e che viene economicamente sostenuta da Fhm Italia Onlus, l’altra associazione che ho creato in Italia e di cui sono presidente. Da cinque anni gestiamo anche l’assistenza psicologica e sanitaria nei carceri minorili di Freetown, insegniamo un lavoro ai detenuti e li avviamo al reinserimento sociale attraverso l’affido a famiglie locali. Abbiamo aperto ambulatori per dare assistenza medica e farmaci gratuiti nelle baraccopoli più povere come Goderich, Kongotown e Kroobay. Lì i nostri assistenti sociali riescono ad individuare molti casi di minorenni con gravi problematiche che poi vengono presi in carico da noi. Ci tengo a dire che tutti i nostri operatori sono sierraleonesi, in questo modo noi, volontari italiani, formiamo personale che sarà il futuro del Paese. La Sierra Leone, con un sistema sanitario carente, poche risorse umane e infrastrutture, a fatica stava riemergendo dopo il lungo periodo di conflitti e instabilità, quando nel luglio 2014 è stata messa in grave difficoltà dal virus Ebola. È stato dichiarato lo stato di emergenza e tristemente i dati aggiornati al mese scorso dall’Organizzazione mondiale della sanità, registra oltre 13.911 casi tra confermati, probabili e sospetti e 3.955 morti.

Purtroppo l’Oms conferma che solo nella settimana del 14 settembre scorso, sono stati registrati cinque nuovi casi in Sierra Leone. Dunque Ebola non è sconfitto. Alcune zone sono a rischio. Durante il periodo più «caldo» del virus abbiamo lavorato a un progetto di prevenzione della malattia. La felice intuizione è stata utilizzare informazioni sanitarie alla portata dei bambini, proprio loro infatti sono stati capaci di far comprendere agli adulti i giusti messaggi su come evitare il contatto con il virus. Pochi mesi fa, abbiamo messo a punto e organizzato un percorso di sostegno – sia materiale sia psicologico – per 120 sopravvissuti; abbiamo creato gruppi per canti, balli, discussioni e anche incontri individuali. Il gran finale di quei giorni insieme è stata un’emozionante pièce teatrale, come attori-protagonisti: i sopravvissuti a Ebola. Hanno portato in scena tutti i loro drammi e il vissuto durante la malattia. Particolare attenzione è stata rivolta ai piccoli e al loro percorso di recupero, i ricordi e le emozioni durante Ebola loro li hanno raccontati disegnando. Rimane dentro di me ciò che tempo fa mi ha detto un’antropologa locale: Ebola è il virus dell’amore e dell’affetto, infatti viene trasmesso attraverso i rapporti sessuali, l’allattamento materno, quando il malato perde le forze e viene abbracciato da chi si prende cura di lui, o quando si dà sepoltura ai propri cari senza le dovute precauzioni. Tutti modi apparentemente amorosi, ma che attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di un individuo infetto, diffondono e propagano il virus.

Roberto Ravera
*Primario di psicologia della Asl 1 Imperiese, presidente di Fhm Italia Onlus e di Ravera ChildrenRehabilitation Centre