File photo dated 26/10/14 of mortars firing off over the perimeter of Camp Bastion, Helmand Province, Afghanistan, as the Ministry of Defence announced that women could be allowed to serve in British Army infantry and armoured units for the first time pending further research. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Friday December 19, 2014. A government-commissioned review which began earlier this year has recommended close combat roles are opened to women. See PA story DEFENCE Women. Photo credit should read: Ben Birchall/PA Wire

Ecco perché è ancora necessario
raccontare la guerra in Afghanistan

La guerra in Afghanistan non è stata vinta. Non è stata del tutto persa. Ma prosegue ormai da diciassette lunghi anni. Tra le aspre montagne e lungo i deserti desolati, dove si sono scontrati negli ultimi tre secoli britannici, sovietici, mujaheddin, talebani, e americani. 

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È un Paese complesso l’Afghanistan, crocevia d’Oriente dove le potenze internazionali si sono misurate in giochi di potere coloniale e globale per secoli. Prima i britannici con i russi dello Zar nel cosiddetto “Grande Gioco” del ‘800; poi gli americani della Cia e i sovietici, durante la Guerra fredda, quando una guerriglia per procura indirizzata a dissanguare lentamente l’Armata Rossa impegnata in un’invasione, con l’appoggio del Pakistan, portò i combattenti afghani a sconfiggere per la prima volta una super potenza mondiale. Quello fu il prodromo delle guerra dei nostri giorni: armi e contezza di poter sbaragliare un nemico più potente e superiore in numero in un terreno assai inospitale ma familiare.   

Al centro di questo nuovo conflitto, la radicalizzazione dell’islam, la costrizione della popolazione alle leggi più brutali interpretate dal Corano, all’odio per l’Occidente e alla repulsione per ogni sua contaminazione. Quando il governo dell’Afghanistan appoggiato dai sovietici viene rovesciato nel 1992, e il Paese è teatro di una sanguinosa guerra civile, gli insorti talebani combattono per ottenere il potere politico-religioso e costituire un emirato. Nel 1996 estendono il loro dominio su tutto il territorio dell’Afghanistan, rendendolo un Paese dove le donne non possono studiare, dove la corruzione è altissima, dove la coltivazione del papavero da oppio garantisce l’unica risorsa nazionale, dove la povertà è allo stesso tempo dilagante e dove i martiri della sharia si preparano a colpire al cuore le potenze imperialiste. Un laboratorio di islamizzazione che mischia leggi pashtun, wahhabismo e jihadismo. Un laboratorio supportato e foraggiato dall’Arabia Saudita dove nasce e si forma l’organizzazione terroristica Al Qaeda .

Che rivendicherà l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. La lotta al terrorismo inizia quel giorno. La guerra in Afghanistan tornerà appena un mese dopo. Quando i talebani si rifiutano di collaborare con gli Stati Uniti per consegnare i mandanti dell’attentato. Una pioggia di fuoco lanciata dai sottomarini nucleari americani colpisce obiettivi prestabiliti in tutto il Paese. I missili tomahawk centrano campi di addestramento, bunker e istallazioni di difesa, di concerto con le bombe a guida laser lanciate dai bombardieri americani e britannici. Di lì a poco le forze speciali, i marines e il grosso delle divisioni di fantasia metterà gli “scarponi a terra” senza più toglierli. In un avanzata lenta, che ha visto la strage nelle fila delle forze regolari afghane e il susseguirsi di attentati che hanno ucciso centinaia di soldati della coalizione interazione compresi 53 militari italiani. Nei combattimenti sono oltre 2mila i soldati americani che hanno perso la vita. Un numero di poco inferiore a quello registrato nelle file dell’esercito britannico. Il conflitto non terminerà nemmeno quando il leader dei qaedisti Bin Laden verrà ucciso dei Seal americani. Nemmeno quando la più potente bomba usata dopo Hiroshima distruggerà un bunker dove erano stati identificati i nuovi leader di Al Qaeda.

Oggi, a 17 anni dall’inizio di questo lungo conflitto, l’Afghanistan si trova ancora diviso e martoriato dal conflitto che vede i talebani guadagnare nuovo terreno dei confronti dell’Esercito di Kabul – che viene considerato nemico dai talebani poiché considerato al soldo di un governo burattino dell’Occidente. Contestualmente agli scontri nelle province che una dopo l’altra sembrano ricadere in mano al controllo degli insorti, centinaia di attentati kamikaze nella capitale e nei centri abitati, e la completa cancellazione dell’intenzione di ritirare le truppe da parte di Stati Uniti e Regno Unito.

“Non si può abbandonare l’Afghanistan; il rischio è la vittoria del radicalismo e il ritorno dei talebani. Parole che chiamano in causa anche il nostro Paese”. ha dichiarato recentemente il presidente Donald Trump.  E nonostante l’ipotesi di lasciar difendere il paese da organizzazioni private, nemmeno la Gran Bretagna ha ritirato i suoi uomini – anzi pensa di inviare altre 500 unità – oggi impegnati, come i nostri 900 uomini, nell’addestramento delle forze afghane che però muoiono al numero di mille al mese. Terrorizzando i volontari che ormai temono di arruolarsi per andare a combattere contro i talebani.

9) 2008 Afghanistan Bala Murghab LP_8318026 LP_8456067 9) 2003 Afghanistan misisone a Khowst LP_8387610 LP_8902017 9) 2012 Afghanistan soccorsi ad un bambino 9) 2004 Afghanistan caduto italiano 9) 2009 Afghanistan soldato afghano LP_8504644 LP_8842691 LP_8465859 LP_8765846

Sullo sfondo di questo conflitto, la crisi di un paese poverissimo che non può o non riesce a sfruttare le proprie risorse minerarie per curare un’economia disastrata. Ricchezze riscontrate in triliardi di dollari di valore in materiali preziosi e terre rare che però ora fanno gola, oltre che a Occidente, Russia e Cina, ai talebani stessi. Un Paese dove la corruzione è una pratica non solo consolidata, ma necessaria per vivere. Dove le donne che non posso studiare, non vengono curate per la riduzione della sanità a loro riservata; dove vengono giustiziate in strada a colpi di Ak-47 per la minima trasgressione delle leggi coraniche interpretate dalla Sunna. Dove non si può andare a fare la spesa in un mercato, o camminare per strada in una zona affollata della capitale Kabul senza avere il timore di saltare in aria, per l’arrivo improvviso di un autobomba e di un kamikaze con una cintura esplosiva. Dove i droni armati lanciano in continuazione bombe teleguidate che, nonostante la loro precisione millimetrica, provocano un enorme quantità di vittime civile registrate sotto la macabra espressone di “danni collaterali”. Dove il rumore di un jet nella notte, è sempre seguito, magari in qualche remota provincia, da una improvvisa e devastante esplosione. Un paese che oltre diciassette lunghi anni, ogni mattina si sveglia con questa consapevolezza.

Secondo gli ultimi report, nel 2018 il governo di Kabul presieduto da Ashraf Ghani controlla o “influenza” soltanto il  55% dei distretti del Paese, i talebani avrebbero il controllo completo del 12,5 per cento del territorio afghano, ed è in ascesa nei distratti rurali. La situazione potrebbe andare fuori controllo. Nel frattempo Mosca, che sembra essere tornata interessata al “Grande gioco” della diplomazia nella regione, ha preso apertamente contatto con i leader talebani offrendosi come mediatrice per il futuro del paese. Preoccupando la Nato, che vedrebbe fallire non solo militarmente, anche diplomaticamente una campagna lunga e sanguinosa.

L’Afghanistan è un conflitto che non si può dimenticare. E noi vogliamo tornare per raccontarvelo. Scopri come aiutarci

Questo è il paese che Gli Occhi della Guerra vogliono tornare a raccontare con il vostro aiuto. Questo lo stato di una guerra che non compare spesso sulla stampa italiana. Dove parola “fine” sembra essere ogni giorno più distante. Dove una pace duratura figlia di un processo democratico sembra essere impossibile. Un miraggio nella “tomba degli imperi” che sembra rimanere l’Afghanistan. Terra dove è necessario capire come e quanto si è sbagliato, ma soprattutto come si può aspirare a rimediare.