Tillerson

Il lascito di Tillerson in Siria:
il tradimento nei confronti dei curdi

Se c’è qualcuno che non avrà un ricordo positivo di Rex Tillerson come segretario di Stato Usa, quelli sono certamente i curdi . Come ultimo lascito dell’ex capo della diplomazia americana, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha ricordato in questi giorni l’accordo fra Stati Uniti e Turchia con cui hanno concordato che controlleranno congiuntamente la sicurezza nella città siriana di Manbij e che le truppe curde si trasferiranno nella parte orientale del fiume Eufrate. I due eserciti “costituiranno insieme una safety zone non appena i curdi del Pyd-Ypg avranno abbandonato la città di Manbij”.

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I curdi negano che un tale accordo sia mai stato raggiunto. Non possono pensare che Washington li abbia traditi dopo aver combattuto contro lo Stato islamico al posto dei soldati americani. E anche l’amministrazione degli Stati Uniti non l’ha annunciato ufficialmente. Ma non c’è motivo di dubitare della dichiarazione di Cavusoglu, anche se va detto che lo stesso ministro aveva affermato di vedere Tillerson il 19 marzo, poche ore prima dell’annuncio della defenestrazione dell’ex Ceo di Exxon.

L’accordo è un lascito pesante. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiesto che l’America mantenga la sua promessa di cacciare i curdi da Manbij e di riprendersi le armi pesanti consegnate durante l’offensiva contro l’Isis. Washington aveva minacciato una ritorsione militare qualora Ankara avesse puntato le truppe su Manbij. Ma quello che ha ottenuto la parte statunitense, è stato un rapporto spezzato con i curdi, una Turchia autonoma dall’ombrello Nato e una Siria ancora più nel caos. Insomma, qui Tillerson non ha fallito, ma ha compiuto mosse che, per la strategia americana, non hanno senso.

Le minacce reciproche si sono intensificate dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione sul cessate il fuoco di 30 giorni in Siria. Per Washington, la risoluzione includeva anche l’avanzata della Turchia contro Afrin. Per Ankara, assolutamente no. Ed è prevalsa la linea di Erdogan, il quale subito dopo l’approvazione dell’atto al Palazzo di Vetro, non solo ha affermato che la risoluzione escludesse Afrin, ma ha anche accusato il portavoce del Dipartimento di Stato di non aver letto bene il testo o di averlo male interpretato contro la Turchia. Insomma, debacle su tutta la linea.

Gli Stati Unito affrontano ora un difficile dilemma: riconciliarsi con la Turchia a spese dei suoi protetti curdi o continuare a sostenere i curdi, anche se questo possa condurre a uno scontro militare con la Turchia. Stando alle tradizionali mosse americane, la seconda opzione sembrerebbe folle. Meglio tradire i curdi che mettersi contro Ankara. Inutile fare troppa ideologia. I curdi sono sempre stati pedina di scambio, ma la Turchia è un’altra cosa. Gli Stati Uniti lo sanno benissimo. C’è in ballo la Nato, la base di Incirlik, l’influenza russa e un potenziale nemico con un esercito già dentro la Siria e con una posizione strategica notevole.

Sebbene l’invasione di Afrin da parte della Turchia abbia provocato condanne sia dall’America che dall’Europa e sia cinta d’assedio dalle forze turche, è Manbij che è sempre stata il vero obiettivo di Erdogan. La maggior parte dei 300.000 abitanti della città sono arabi siriani. La città è protetta da circa 5mila soldati delle Ypg. Ankara li vede come terroristi.

Ma il vero ostacolo all’avanzata turca è rappresentato dalla presenza dell’esercito americano. Gli Stati Unit hanno più volte detto che le loro truppe rimarranno in Siria fino a quando non verrà trovata una soluzione soddisfacente alla fine della guerra e giustifica la sua continua presenza con la necessità di completare la guerra allo Stato islamico anche se ha già annunciato che questa guerraè finita. Inutile che neghino l’evidenza: sono lì per capire cosa sarà del futuro della Siria. Finché Washington e gli alleati non avranno garanzie sull’assenza dell’Iran dal palcoscenico siriano, loro rimarranno lì. 

L’accordo con la Turchia è una mossa che in realtà ha un senso per gli Usa molto più che un’eventuale prosecuzione dell’alleanza con i curdi. La cooperazione militare con la Turchia a Manbij assicurerà una presenza militare statunitense in Siria e sosterrà l’argomentazione di Washington contro le richieste russe e siriane di ritirare le sue truppe. Erdogan sta giocando sporco, ma è un abile scommettitore. Ha capito che tirare troppo la corda in seno alla Nato sarebbe stato un errore sotto tutti i punti di vista. L’arrivo della flotta Usa nel Mediterraneo orientale come monito per le operazioni sulle trivellazioni, è stato solo il primo segnale di cosa significasse agire contro gli interessi di Washington.

I curdi salutano Tillerson con l’amara consapevolezza che lui è l’artefice del tradimento. Forse dovevano aspettarselo. Del resto gli Usa hanno lasciato che le truppe turche assediassero Afrin senza colpo ferire. E non sono certo nuovi a cambi di casacca. Ora sono di nuovo soli. Ma forse, l’ultima possibilità, è il loro vecchio nemico come ad Afrin: Bashar al Assad.