Un attacco dei talebani contro una moschea sciita in Afghanistan (LaPresse)

I talebani colpiscono di nuovo
L’Afghanistan è ancora in mano loro

Sono ore drammatiche e decisive per l’Afghanistan, dove i talebani oscillano fra la tregua proposta dal presidente Ashraf Ghani, la ricerca di legittimazione internazionale e un nuovo attacco terroristico a Kunduz, con il rapimento di più 170 persone. Ore drammatiche che stanno segnando il destino di un Paese che da troppo tempo non conosce la parola pace. Per adesso, le forze di sicurezza afghane sono riuscite a liberare 150 persone, ma si continuano a registrare scontri violenti fra miliziani e forze governative. Il tutto mentre il gruppo non ha ancora risposto all’offerta di tregua e il tempo passa senza che vi sia chiarezza.

Difficile valutare se l’offerta ora possa essere accettata. È chiaro che questo attacco contro tre pullman che trasportavano civili e forze di sicurezza rischia di colpire in maniera sensibile la proposta di pace. Ma potrebbe anche essere il colpo di coda per far capire a Kabul di avere un nemico con cui scendere a compromessi e ai talebani di non poter rischiare una nuova escalation. La loro ricerca di legittimazione internazionale passa anche dalla capacita di saper evitare attacchi che possano minare definitivamente il loro potere politico accumulato in questi anni.

Ma l’escalation degli ultimi giorni è preoccupante. Durante i quattro giorni di combattimenti a Ghazni, nell’est del Paese, sono morte 325 persone, tra cui 195 talebani, più di cento membri delle forze di sicurezza e 30 civili. Ma l’Onu e la Mezzaluna rossa parlano di almeno 200 morti o feriti soltanto fra i civili.

I talebani sono tornati, in questi ultimi mesi, al centro degli interessi politici delle potenze coinvolte nella guerra. In Afghanistan sono ancora loro a dettare legge in molte aree del Paese. E l’idea di alcuni, specialmente al Pentagono, di sradicare il problema con la guerra evitando di considerarli interlocutori politici, è destinata a fallire. Il movimento è forte e radicato fra la popolazione. E adesso, con l’evoluzione della guerra afghana e l’evidente fallimento della strategia di Washington, sono tornati a essere attori fondamentali con cui è impossibile non scendere a compromessi.

Cinesi e russi sono i primi ad averlo compreso. Le due potenze, che in Afghanistan vivono un coinvolgimento marginale ma estremamente interessato, ritengono da anni che qualsiasi raod-map sull’Afghanistan debba considerare i talebani come interlocutori. Le ragioni che muovono Mosca e Pechino sono differenti.

La Russia ha supportato la coalizione internazionale a guida Usa nei primi anni della guerra contro gli stessi talebani. Per la Russia, nei primi anni del Duemila, era fondamentale non innescare uno scontro con l’Occidente. Le cose sono cambiate con l’era Obama e la guerra in Siria contemporanea alla crisi in Ucraina. Queste due aree di scontro fra Russia e Stati Uniti hanno reso evidente al Cremlino la necessità di riaprire in canali con i talebani anche per evitare che lo Stato islamico prendesse le redini del Paese con la sconfitta della guerriglia locale.

Questa apertura di credito nei confronti dei talebani c’è tutt’ora. La Russia sta preparando un incontro internazionale sull’Afghanistan per il 4 settembre e il rappresentante speciale per la soluzione del conflitto in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha auspicato che “i talebani risponderanno in modo positivo” all’offerta di pace, invitando i vertici all’incontro.

La Cina considera i talebani interlocutori imprescindibili per l’Afghanistan poiché essi controllano buona parte della rete stradale che collega i mercati che interessano a Pechino, ma anche le miniere che muovono i fili dell’espansione cinese nel Paese. Xi Jinping ha invitato da subito i talebani nei dialoghi sull’Afghanistan. Una “alleanza” che serve anche per contrastare, come la Russia, il fenomeno dello Stato islamico, che ha con la minoranza uigura dello Xinjiang legami solidi e molto pericolosi per Pechino.

A questa conclusione sono arrivati di recente anche gli americani. Una conclusione probabilmente tardiva frutto della presa di coscienza che sconfiggere i talebani dopo le aperture di Cina e Russia (e anche Iran) era pressoché impossibile. Donald Trump annunciava nei mesi scorsi l’arrivo di migliaia di soldati Usa sul suolo afghano. Ma i risultati tardano ad arrivare.

Ma la tattica di Mike Pompeo dovrà necessariamente fare i conti con l’asse nato in questi anni fra Cina e Pakistan. È Islamabad ad avere i contatti più forti con i talebani. E oggi il Pakistan è certamente più legato alla Cina di quanto lo sia con gli Stati Uniti. E questo può essere un ostacolo decisamente duro da superare per la Casa Bianca, soprattutto dopo le campagne militari annunciate per sconfiggere la guerriglia afghana.

  • Alox2

    …la necessità del Cremlino di riaprire in canali con i talebani anche per evitare che lo Stato islamico prendesse le redini del Paese con la sconfitta della guerriglia locale. Ma cosa vuol dire? Ormai e’ chiaro che per Putin meglio la peggior feccia della terra compresi, ISIS e tutto il resto, che gli USA (Obama non c’e’ piu’ da due anni!); e domani lo riporterete.