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    Dopo l’attacco alla base in Siria
    Mosca accusa “l’occupazione Usa”

    I terroristi del gruppo armato che lo scorso 31 dicembre ha compiuto l’attacco armato contro la base russa di Hmeymim in Siria sono stati catturati e uccisi dalle forze di sicurezza russe presenti in territorio siriano, lo rende noto Sputnik con poche righe mentre si attendono ulteriori dettagli sull’operazione e sull’identità degli attentatori, nonché dei mandanti.

    Pochi giorni fa le autorità russe avevano annunciato di avere le idee ben chiare per quanto riguarda i responsabili dei due attacchi ai danni di siti russi presenti in territorio siriano, uno appunto lo scorso 31 dicembre e un altro il 6 gennaio. Il primo attacco veniva messo in atto da una squadra infiltratasi con mortai ed ha causato la morte di due militari russi, danneggiando anche alcuni velivoli all’interno della base aerea di Hmeymim. Il secondo attacco è invece stato perpetrato con una serie di droni particolarmente sofisticati ma neutralizzati dalle difese anti-aeree di Mosca.

    L’occupazione illegittima statunitense del suolo siriano

    Mosca ha poi accusato gli Stati Uniti di occupare illegittimamente il territorio siriano nella zona di al-Tanf; ben 55 km con ampia presenza di truppe americane con accesso negato alle legittime autorità governative di Damasco.

    Il Cremlino ha ricordato “la necessità di rispettare la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza della Siria implementando il rispetto della legge internazionale umanitaria”. Ciò in riferimento a un carico di aiuti umanitari di cui non si è più saputo nulla e destinati ai 60 mila rifugiati del campo di Rubkan, dove sono presenti in forze i militari statunitensi. Mosca ha chiesto agli americani di togliere le restrizioni nei confronti dei convogli che portano medicine e viveri, rammentando che le condizioni precarie all’interno del campo sono responsabilità diretta delle truppe statunitensi.

    Fonti russe sostengono inoltre che la zona di al-Tanf è utilizzata dagli americani per addestrare i jihadisti, sia i cosiddetti “ribelli moderati” che i jihadisti dell’Isis e i qaedisti, aggiungendo che i recenti attacchi nei confronti delle truppe governative hanno avuto origine proprio dalla zona a presenza statunitense.

    Il Cremlino ha inoltre fatto notare che le truppe USA hanno attaccato in più occasioni l’esercito governativo siriano e i suoi alleati, al di fuori dell’area illegittimamente occupata da Washington. Del resto anche Israele ha in più occasioni bombardato truppe filo-governative in territorio siriano.

    L’evacuazione dei jihadisti

    A fine estate 2017 erano state segnalate in più occasioni operazioni di evacuazione di jihadisti dell’Isis dalle zone assediate di Raqqa e Deir-ez- Zor, per trasferirli proprio nella base di al-Tanf.

    Il vice presidente del comitato del Consiglio della Federazione russa per la difesa e la sicurezza, Franz Klinzevich, aveva puntato il dito contro gli USA, accusandoli di voler utilizzare i jihadisti in funzione anti-russa, esattamente come all’epoca dell’Afghanistan: “Certo, Deir ez-Zor non è Raqqa. Qui non si possono estrarre centinaia di militanti. Ma questo non riguarda il numero di militanti. Sembra che gli USA considerino ancora il senso della loro esistenza (i jihadisti) in base al confronto con la Russia, e questo, per usare un eufemismo, non è causa di ottimismo”.

    Lo scorso 29 dicembre, due giorni prima dell’attacco alle postazioni aeree russe precedentemente citato, l’agenzia di stampa siriana Sana rendeva noto che gli Stati Uniti avevano aperto un corridoio aereo tra Deir ez-Zor e una base nei pressi di al- Basel, nella provincia di Hasakah, dove erano staio trasferiti i jihadisti dell’Isis, mentre fonti militari russe denunciavano la presenza di jihadisti anche nella base americana di al-Tanf. La notizia veniva ripresa anche da Pravda Report che puntualizzava come i jihadisti trasferiti nelle zone controllate da Washington venivano “ribattezzati” con nuovi nomi come “Nuovo Esercito Siriano” e utilizzati per destabilizzare la zona.

    La destabilizzazione della Siria

    La disfatta dell’Isis, dei qaedisti e di tutta quella galassia islamista legata ai Fratelli Musulmani che aveva infestato la Siria nel tentativo di rovesciare il governo Assad è stata una batosta anche per quella rete internazionale che spalleggiava l’assedio islamista e attribuiva ad Assad tutti i crimini umanitari.

    Il sostegno degli Stati Uniti ai cosiddetti “ribelli moderati” che di moderato avevano ben poco e quello di turchi, sauditi e qatarioti alle varie milizie islamiste, non hanno dato frutto.

    Nel contempo in Egitto crollava il governo islamista di Morsi, ferocemente anti- Assad e spalleggiato fino all’ultimo dall’amministrazione Obama; subentrava il Generale Abdelfattah al-Sisi che si voltava verso Mosca e poco dopo anche la Turchia era costretta ad allinearsi con il Cremlino, girando le spalle a quelle milizie islamiste anti-Assad che aveva tenacemente sostenuto fin dall’inizio del conflitto.

    In sunto, Turchia ed Egitto si allontanavano da Washington, Assad non solo non cadeva ma, grazie all’intervento militare russo, recuperava gran parte del territorio occupato dalle varie branche jihadiste. Nel frattempo i Fratelli Musulmani, alleati di Washington e riferimento principale del nuovo disegno geopolitico mediorientale (le cosiddette “primavere arabe” in Libia, Tunisia, Egitto e Siria) perseguito dall’ex amministrazione guidata da Obama, cadevano nel periodo più buio della loro storia, accusati di terrorismo e messi al bando in diversi Paesi.

    Gli Stati Uniti e i loro alleati escono con le ossa rotte dal pantano siriano dopo aver contribuito con ingenti spese per finanziare e addestrare i “ribelli moderati”, dunque hanno ancora tutto l’interesse a destabilizzare la zona per contrastare il consolidamento del legittimo governo siriano e dei suoi alleati russi, occupando di fatto parte del territorio di Damasco, ovviamente in nome della “lotta al terrorismo”.

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