Guerra civile in Ucraina

  • stati uniti bartolomeo

    La nuova arma degli Stati Uniti
    per dividere l’Ucraina dalla Russia

    Gli Stati Uniti pensano costantemente all’Ucraina. Non è un mistero che abbiano fatto il possibile per sganciarla dalla Russia. E non è un mistero che adesso vogliano fare in modo che essa non torni più bell’orbita di Mosca. E per ottenere questo risultato, Washington ha da tempo messo in atto una serie di iniziative rivolte a Kiev.

    Innanzitutto, c’è il pieno sostegno politico alla causa ucraina nella guerra civile nell’est del Paese. Poi c’è stato il mancato riconoscimento del referendum di annessione della Crimea. E negli anni, è anche migliorato il rapporto militare fra Stati Uniti e Ucraina, con forniture di armi, consiglieri militari e la costante presenza della flotta americana nel Mar Nero.Il tutto, unito allargamento a est della Nato e dell’Unione europea, ha reso chiaro da subito che a Washington non avrebbero mai ceduto sul fronte ucraino, considerato un vero e proprio grimaldello per scardinare il legame fra Russia ed Europa orientale, ma anche fra Russia e Mar Nero.

    Ma da parte statunitense, l’idea è che sia necessario qualcosa di più. Non serve solo interrompere i legami politici: l’approccio deve essere anche culturale. Ed è per questo che la politica di Washington si sta orientando su più livelli. Di cui uno di questi piani è quello religioso.

    Lo scontro fra Mosca, Kiev e Costantinopoli

    In questi giorni, gli Stati Uniti hanno espresso pubblicamente il loro sostegno per una recente decisione del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina. Una decisione importante che ha già creato molte tensioni fra il Patriarcato di Mosca, che ancora mantiene la sua autorità sulla chiesa ucraina, e quello di Costantinopoli.

    Come ricordato dal Financial Times, la Chiesa ortodossa russa, che aveva mantenuto un basso profilo durante il conflitto, ha sospeso i rapporti diplomatici con Costantinopoli in risposta alla scelta di Bartolomeo. Mentre Kirill, il patriarca russo, ha dichiarato che questo per questo mese smetterà di inserire Bartolomeo nelle preghiere. Una disputa che dal sacro passa immediatamente al profano, visto che lo scontro fra Chiese diventa inevitabilmente uno scontro politico e strategico.

    Le parole di Heather Nauert

    Ed è per questo che Washington è entrata a gamba tesa su un tema che appare distante anni luce dalla politica americana. Sembra difficile credere che al Dipartimento di Stato americano siano interessati a un Tomos del patriarcato di Costantinopoli che conceda l’autocefalia a una chiesa dell’Europa orientale. Ma in Ucraina la situazione è diversa. questo gesto potrebbe interrompere un legame tradizionale con Mosca che sa di taglio di una sorta di cordone ombelicale che lega Kiev ai destini russi.

    La portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert ha detto che gli Stati Uniti sostengono la libertà dei gruppi “di governare la loro religione secondo le loro credenze e praticare liberamente le loro fedi senza interferenze del governo”. “Gli Stati Uniti – ha continuato la portavoce – rispettano la capacità dei leader e dei fedeli ortodossi dell’Ucraina di perseguire l’autocefalia secondo le loro convinzioni. Rispettiamo il Patriarca ecumenico come voce di tolleranza religiosa e dialogo interreligioso”, ha aggiunto, ricordano “l’incrollabile sostegno” di Washington alla sovranità ucraina rispetto alle politiche russe.

    Colpire l’influenza russa

    Dal punto di vista americano, è evidente che la scelta di rendere la Chiesa ortodossa ucraina totalmente indipendente dal patriarcato di Mosca, serva per staccare definitivamente i due Paesi. Ed è il motivo per cui Petro Poroshenko sostiene totalmente la linea intrapresa dal primate della Chiesa ortodossa ucraina di Kiev, Filarete, che combatte da decenni per l’autocefalia. Primate che, va ricordato, ha sostenuto da subito i movimenti nazionalisti ucraini e ha avuto un ruolo attivo sia nelle proteste di Piazza Maidan sia nel sostegno ai gruppi che volevano colpire il legame con la Russia.

    E il motivo è che il peso del patriarcato di Mosca è sempre stato molto forte. E in questi anni, la Chiesa russa è stata accusata più volte di essere una sorta di braccio culturale di Vladimir Putin per espandere la propria influenza. Accuse che però non sempre hanno retto alla prova dei fatti: prova ne è stata proprio la Crimea. Quando il presidente russo definì la penisola come il “Monte del Tempio” della Russia, Kirill non ha voluto entrare nel dibattito, quasi a voler definire una sorta di confine fra la politica e la religione che non era necessario varcare. Ma è chiaro che il peso del patriarcato risulta comunque secondario rispetto alla leadership politica del leader russo.

    I motivi dietro la scelta di Bartolomeo

    Ma questa sfida a Putin, se è utile a ucraini e statunitensi, non sembra avere in realtà una concreta utilità per il patriarcato di Costantinopoli, che fondamentalmente è apparso sempre disinteressato alla politica russa. Proprio per questo motivo, la decisione di Bartolomeo deve essere inserita anche e soprattutto nel contesto della politica della Chiesa ortodossa.

    Il fatto che Bartolomeo abbia voluto abbracciare proprio in questo periodo una linea così filo-ucraina, secondo alcuni analisti, non è da ricercare in una logica filo-occidentale, quanto in un vero e proprio desiderio del patriarcato di Costantinopoli di aumentare la propria influenza nella Chiesa ortodossa europea. Il patriarcato di Mosca è spesso considerato il leader de facto, da un punto di vista politico, del mondo ortodosso dell’Europa orientale. E questa scelta di Costantinopoli va anche letta alla luce della volontà di Bartolomeo di uscire dalle mura dell’antica capitale imperiale.

    Con Recep Tayyip Erdogan che ha rifondato la Turchia legandola all’islam, e con una Russia fortemente attiva in tutto il fronte orientale, il patriarcato appare sempre più isolato. Per questo potrebbe aver deciso di investire nell’autocefalia ucraina. Un investimento che però rischia di innalzare ancora di più le tensioni in una regione che tutto ha bisogno meno che di benzina sul fuoco.