Fronte al Nusra

  • Arsal

    È partito l’attacco lungo il confine libanese

    E’ stata annunciata nelle scorse ore dal primo ministro libanese Saad Hariri, è stata presentata come l’ultimo stadio della lotta contro il terrorismo nella valle della Bekaa e come un’operazione congiunta tra Beirut e Damasco coadiuvata dai miliziani di Hezbollah: e così, alle prime ore del mattino di questo venerdì, ha preso il via l’offensiva militare volta a sconfiggere i miliziani islamisti rifugiati all’interno della regione di Arsal, nel cuore della parte ovest del Qalamoun; i gruppi jihadisti stazionano in questa zona sostanzialmente dall’inizio del conflitto siriano ed anzi proprio la loro presenza a ridosso del confine siriano ed all’interno di alcune aree del territorio libanese, ha spinto Hezbollah nel 2012 ad entrare in scena nella guerra al fianco di Assad al fine di prevenire l’ondata jihadista nel paese dei cedri qualora i valichi di frontiera avessero dimostrato maggiore porosità.  Dopo le battaglie tra il 2013 ed il 2014, sia Damasco che Beirut hanno deciso di chiudere definitivamente i conti con la presenza jihadista a ridosso dei confini.

    L’importanza strategica di Arsal

    La fisionomia assunta dalla guerra civile siriana appare oramai consolidata: il conflitto lungo l’asse più urbanizzato del paese, da Aleppo a Daraa, si snoda in due fronti ben distinti, uno che riguarda la zona nord ed in particolare il confine turco e la provincia di Idlib, l’altro invece che è inerente a quanto accade nelle zone meridionali presso il confine giordano e nella provincia di Daraa. Ma all’inizio del conflitto, la situazione era ben diversa: in particolare, uno dei motivi per i quali in tanti sostenevano la prossima caduta del governo di Assad, era dato dalla continuità dei collegamenti tra i territori controllati dai ribelli i quali, di fatto, avevano creato un’unica grande zona fuori dal controllo di Damasco che si estendeva dalla periferia di Aleppo fino a quella della capitale, passando per Homs, terza città del paese e soprannominata all’epoca ‘capitale della rivoluzione’.

    Questa continuità tra i territori ribelli, era garantita soprattutto dal controllo della parte centrale dell’asse lungo la M5 (l’autostrada che da Aleppo conduce a Damasco), alle cui spalle vi è il confine libanese; dal paese dei cedri sono arrivate molte delle armi di contrabbando utilizzate nelle prime fasi del conflitto, grazie anche al controllo della cittadina sunnita di Arsal, in territorio libanese ma vicina alla frontiera dove i movimenti islamisti sono sempre stati molto radicati. La riconquista di Assad, il cui potere nell’estate del 2012 veniva da molti indicato come prossimo alla fine, è iniziata proprio da qui: dopo aver resistito agli assedi del luglio di quell’anno a Damasco e ad Aleppo, che avrebbero comportato la fine dello Stato siriano guidato dal partito Baath, l’esercito prima ancora di liberare le aree periferiche delle grandi città ha puntato dritto sul confine libanese e sulla regione denominata ‘Qalamoun’.  

    Dal novembre 2013 fino all’aprile 2014, l’esercito siriano assieme ai militanti di Hezbollah hanno avviato una lunga campagna volta al controllo dei confini con il Libano in modo da fermare il contrabbando di armi ed evitare, tra le altre cose, che i gruppi jihadisti presenti al di là della frontiera potessero entrare in contatto con i miliziani presenti nell’est della provincia di Homs; inoltre anche da Beirut quella battaglia è stata interpretata come una vera e propria guerra per la sopravvivenza, temendo il contagio della guerra civile siriana all’interno del proprio territorio. Quando il Ministero della Difesa siriano il 26 aprile 2014 ha dichiarato completate le operazioni del Qalamoun, il conflitto ha radicalmente mutato aspetto: da adesso in poi si è iniziato a parlare di ‘fronte nord’ e ‘fronte sud’, così come i lealisti sono apparsi per la prima volta come attaccanti e non come attaccati ed hanno iniziato gli assalti finali volti alla ripresa del totale controllo di Homs; inoltre, i confini libanesi, specie dopo la caduta di Zabadani, hanno iniziato a fare molta meno paura.

    Resa dei conti contro i movimenti jihadisti presenti lungo il confine libanese

    Pur tuttavia la battaglia del Qalamoun non ha del tutto eliminato la presenza jihadista nella regione, né nell’area attorno alla cittadina libanese di Arsal: sia per la priorità data ad altri fronti, sia per la presenza in zona di numerosi profughi, l’esercito siriano ed i militanti Hezbollah hanno limitato le loro azioni ad una costante sorveglianza della situazione. Verso Arsal inoltre, diversi gruppi jihadisti in fuga dalla Siria e cacciati dai soldati fedeli a Damasco, hanno trovato protezione controllando di fatto alcune piccole zone da cui hanno provato a continuare il contrabbando di armi; adesso, a più di tre anni dalla fine della battaglia del Qalamoun, l’esercito vuole definitivamente chiudere il confine libanese grazie anche all’aiuto delle forze di Beirut, il cui governo ha sempre visto la presenza jihadista a Arsal come una vera e propria spina nel fianco. I gruppi islamisti maggiormente rappresentati in questa regione, sono quelli facenti parte della galassia ricollegabile agli ex di Al Nusra, filiale siriana di Al Qaeda.

    Dopo sporadiche azioni compiute sia dall’esercito libanese che siriano e, dopo gli annunci provenienti da Beirut e l’invio di rinforzi anche da Damasco, la vera e propria operazione volta ad eliminare la presenza jihadista ad Arsal e nel confine tra Libano e Siria è iniziata questo venerdì mattina: l’aviazione siriana ha avuto il permesso di bombardare obiettivi anche oltre il proprio confine, mentre gli Hezbollah ed i soldati dell’esercito dei due paesi stanno adesso provvedendo ad avanzare in questa che negli ultimi anni ha rappresentato una piccola ma pericolosa enclave erede dei primi mesi della guerra civile. Il territorio di queste regioni è impervio ed è caratterizzato da aspre colline che risalgono poi verso la Bekaa ed i monti presenti lungo il confine: una zona rurale, da sempre vitale per i collegamenti tra il Mediterraneo ed il cuore della Siria, difficile da controllare anche in contesti di pace e non bellici.

    L’operazione viene seguita molto da vicino dai media presenti sul campo, tanto siriani quanti libanesi e questo è segno dell’importanza assunta dall’azione congiunta di Beirut e Damasco; a nulla, in tal senso, sono valse le trattative nei giorni scorsi compiute anche da tutti gli attori impegnati nella battaglia volte a persuadere i gruppi jihadisti al allontanarsi dai monti a ridosso di Arsal senza ricorrere ad azioni di forza. Dopo gli ultimi appelli lanciati anche dal leader di Hezbollah, già dall’11 luglio scorso le voci di un imminente attacco si erano fatte più insistenti fino alle evoluzioni di queste ultime ore. 

  • cattura3_2000x1000px

    Assad: “L’Europa aiuta i terroristi”

    Da Damasco. La strada che porta dal Libano alla Siria è interrotta da continui check point. I lealisti controllano ogni mezzo che passa perché il rischio di attentati è ancora altissimo. Gli Occhi della Guerra tornano ancora in Siria. Nel momento più delicato per la storia di questo tormentato Paese: dopo la liberazione di Aleppo e la firma dell’accordo per il cessate il fuoco.

    https://www.youtube.com/watch?v=GcrJgXuddC0&feature=youtu.be

    Assad ci accoglie in una delle sue residenze. Ha il volto rilassato e saluta tutti con un sorriso e una stretta di mano. Riusciamo a porgli alcune domande. Prima di tutto sui migranti siriani che stanno raggiungendo in massa l’Europa. E la sua risposta è chiara: “Se vuoi sapere cosa vogliono davvero i migranti, rispondo in qualità di siriano: vogliono tornare nella loro nazione. Tutti quanti vogliono tornare, ma poi pensano che cercano anche stabilità e sicurezza e anche bisogni di prima necessità. In questo caso,non posso dire che li inviterò a tornare in Siria perché questa è la loro terra e non hanno bisogno di un invito per ritornare. Ma quello che vorrei dire loro, in questo caso, è che i rappresentanti europei hanno creato questo problema supportando il terrorismo direttamente o indirettamente nella nostra nazione. Hanno creato questa onda di siriani diretti verso l’Europa e allo stesso tempo ritengono di aiutarli dal punto di vista umanitario. Non hanno bisogno del vostro supporto nella vostra nazione; hanno bisogno di supporto nella nostra nazione. L’Europa deve smetterla di supportare i terroristi e abbandonare l’embargo che ha spinto molti siriani a venire da voi. La loro fuga è stato determinata dall’embargo e non soltanto dal terrorismo, perché proprio a causa di queste proibizioni molti siriani non possono più vivere nella loro terra”.

    Ma le cause che hanno portato alla guerra in Siria, secondo Assad, sono da ricercare nel suo “No” al sistema di pipeline proposto dal Qatar: “Quello è stato un momento molto importante. Non ci è stato offerto pubblicamente, ma credo che fosse pianificato. C’erano due vie che tagliavano la Siria; una di queste è quella Nord-Sud, che è legata al Qatar, mentre la seconda è quella Est-Ovest attraverso il Mediterraneo, che taglia l’Iraq dall’Iran. Noi abbiamo deciso di costruire quest’ultima via che va da est a ovest. E credo che molte nazioni che si sono opposte alle politiche della Siria non volevano che il nostro paese diventasse un hub di energia, con risorse e petrolio, e anche un incontro di ferrovie”.

    Proprio ieri è stato confermato l’accordo sul cessate il fuoco in Siria. Una mossa certamente importante, sviluppata da Iran, Russia e Turchia, per cercare di riappacificare il Paese. Dall’accordo sono stati esclusi i gruppi jihadisti, contro i quali continuano i bombardamenti. Sono, secondo Assad, gli stessi terroristi che, proprio la settimana scorsa, hanno colpito il cuore della Germania. Il presidente siriano rivendica il fatto di essere uno dei pochi leader al mondo a combattere il terrorismo e chiarisce: “Il problema dell’Europa è che non vuole che che la di aiuti. Gli ufficiali e i governi lavorano contro i loro stessi interessi. Supportano il terrorismo nella nostra regione e, così facendo, aiutano il terrorismo ad attaccare l’Europa. Come posso aiutarlo? Se non hai buone politiche prima dell’intelligence, non puoi raggiungere alcun risultato attraverso l’intelligence e le azioni militari”.

    I cristiani sono tra coloro che hanno sofferto di più durante questa guerra. Ma, assicura Assad, avranno certamente un ruolo nella ricostruzione del Paese, assieme alle altre minoranze: “Se guardi la Siria non solamente oggi o negli ultimi due giorni, ma anche nell’ultimo secolo, puoi notare come sia sempre stata diversificata. È sempre stata un melting post di religioni e etnie. Senza questa diversità non esisterebbe la Siria. Parlo ovviamente della Siria come società prima della guerra. A causa di questo conflitto ci sono stati diversi cambiamenti demografici, soprattutto in seguito allo spostamento delle persone all’interno e all’esterno della nazione. Dopo la guerra, la maggioranza dei siriani tornerà in patria e la Siria rinascerà perché fino ad oggi non è ancora svanita. Questa guerra, inoltre, ha unito tanti siriani che hanno imparato moltissime lezioni. Se non ci accettiamo reciprocamente, se non ci rispettiamo reciprocamente, non possiamo avere una società unita e, così facendo, la Siria non rinascerà. Credo di non dovere solo parlare della rinascita della Siria, ma sento che, se non ci sarà più il terrorismo, la società civile sarà più forte di quella di prima il conflitto. Anche grazie alle elezioni che abbiamo imparato”.

Pagina 1 di 3123