Corea del Nord

  • Tillerson

    Tillerson minaccia la Cina: “Rischio di un aperto conflitto”

    Le relazioni tra Stati Uniti e Cina hanno raggiunto “un punto di svolta” dopo quarant’anni di conflitto latente. A lanciare quest’avvertimento è stato il segretario di Stato americano Rex Tillerson, che ha chiesto che la Repubblica Popolare Cinese compia maggiori sforzi nelle relazioni con l’economia statunitense prima che si entri in un vero e proprio “conflitto aperto” tra le due potenze. Durante il briefing con la stampa al dipartimento di Stato, Tillerson ha espresso molte perplessità riguardo al comportamento cinese e le reazioni del governo americano. “Come dobbiamo definire questo rapporto e come riusciremo a garantire che la prosperità economica di entrambi i paesi e del mondo possa continuare, e che le differenze – perché avremo e abbiamo delle differenze – non portino ad un conflitto aperto?”, queste sono le domande che ha posto Tillerson durante il briefing e a cui il governo degli Stati Uniti sta tentando di dare risposta. Risposte che attualmente non sembrano andare nella direzione della distensione, visto il serrato confronto diplomatico che sta avvenendo con la Corea del Nord, in cui spesso la Cina viene accusata dalla Casa Bianca di non fare il possibile per evitare il rafforzamento del programma missilistico di Pyongyang.

    Dall’inizio dell’era Trump, la Cina è subito apparsa come l’obiettivo numero uno della politica estera del nuovo corso statunitense. Sin dall’inizio della campagna elettorale l’allora candidato presidente Donald Trump aveva ritenuto fondamentale focalizzarsi sulle pratiche commerciali cinesi, a suo dire dannose per l’economia statunitense. La globalizzazione del mercato cinese, la produzione industriale spostata in Cina e la bilancia commerciale totalmente a favore di Pechino, sono sempre stati punti centrali nel programma elettorale di The Donald. E sin dai primi giorni di presidenza ha puntato il dito su Pechino e sul suo espansionismo, partendo dallo “schiaffo” diplomatico con la telefonata a Taipei. Le acque si erano poi calmate grazie all’entourage del Presidente, che aveva segnalato come un innalzamento eccessivo dei toni tra gli Stati Uniti e la Cina fosse un pericolo per la stessa economia nordamericana. Le telefonate con Xi Jinping e l’incontro di aprile tra i due leader avevano, di fatto, rappresentato un momento di pacificazione diplomatica che sembrava dovessero perdurare.

    Tuttavia da aprile qualcosa è cambiato, e quello che sembrava essere un periodo di apparente serenità tra i due Paesi si è rivelato in realtà quello dell’incubazione di un malessere ancora più forte. Pechino e Washington non erano affatto giunte a un accordo, ma si erano soltanto incontrate. I problemi tra le politiche economiche e strategiche dei due Stati non si erano assolutamente dissolti, ma anzi, covavano conseguenze molto serie. Le questioni di natura economica sono rappresentate dalla preoccupazione americana per le pratiche commerciali cinesi, considerate fuori dalle regole del diritto internazionale e del diritto commerciale statunitense. Proprio in queste ore il New York Times ha rivelato che la Casa Bianca sta pensando di attivare un’indagine approfondita sulla violazione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale da parte della Cina, dal momento che a Washington sono molto preoccupati per la crescita della produzione industriale cinese in settori strategici per l’industria americana.

    A questi problemi, non irrilevanti per un’economia come quella americana, si aggiungono poi i problemi di natura strategica e geopolitica sul ruolo degli Stati Uniti nel Pacifico Occidentale in cui il nervo scoperto, adesso, è rappresentato dal regime di Pyongyang. La Corea del Nord, come confermato da Tillerson, rappresentava il terreno in cui l’amministrazione Trump voleva comprendere effettivamente la volontà della Cina di scendere a compromessi con gli Stati Uniti, e il Segretario di Stato è stato particolarmente chiaro nell’affermare di non essere soddisfatto di quanto posto in essere da Pechino. Secondo Tillerson la Cina ha fatto ben poco per privare la Corea del potenziale per costruirsi un arsenale in grado minacciare gli USA e gli alleati di questi ultimi nel Pacifico. Tuttavia, questa presunta inattività di Pechino, non nasce, come spesso definito dall’ambiente del governo statunitense, da un’alleanza tra Kim e Xi Jinping: ma da semplice calcolo geopolitico. Kim non è un alleato di Pechino, ma è una pedina utile nello scacchiere asiatico per evitare che il confine con la Cina diventi un’ulteriore piazzaforte militare degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Il governo cinese non ha mai dato prova di apprezzare le politiche della Corea del Nord, ma preferisce il regime nordcoreano all’avvicinamento di Washington.

    Al problema della Corea del Nord si aggiunge la questione del Mar Cinese Meridionale, dove gli Stati Uniti hanno intrapreso da mesi un rafforzamento militare in tutta l’area. Le dispute territoriali di Pechino su quelle acque sono da tempo al centro degli interessi di Washington, che qui ha enormi interessi economici, per via del controllo delle rotte commerciali, ma anche politici, avendo Stati che orbitano nella sfera d’influenza statunitense e che si sentono minacciate dall’espansionismo commerciale e militare della Cina. Per gli Stati Uniti è essenziale che lì la Cina non si radichi, avendo già il progetto della Nova Via della Seta e avendo già una forza industriale gigantesca. Le parole di Tillerson, al netto della Corea, vanno tenute in conto soprattutto per ciò che concerne quest’area.

Pagina 15 di 16« Prima...1213141516