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“Noi vittime di gang
coperte di benzina e stuprate”

(Regno Unito) “Una macchina ha accostato. Dentro c’erano due uomini asiatici. Dopo, uno di loro mi ha stuprato”. Katy è una delle vittime della gang pachistana di Huddersfield. Vittima di  20 bestie condannate in totale a più di 200 anni di carcere. Hanno stuprato, torturato, drogato, rapito e venduto delle bambine e delle adolescenti per anni.

Katy, che ora è una donna ma durante gli anni dell’incubo aveva 14 anni, è una di loro. Parla a fatica. Non vuole ricordare. O spesso non può proprio. Sì, perché spesso gli orchi la drogavano a sua insaputa. “Quella sera non so se mi abbia stuprato anche l’altro. Non posso dirlo”. “Eri cosciente?”, le chiediamo. “No”, risponde con un filo di voce. Katy ha perso la verginità con una violenza. Con quell’uomo che la considerava solo “spazzatura bianca”. “Ci dicevano che eravamo solo delle puttanelle bianche. Erano razzisti”. Per più di tre anni, questa è stata la sua vita. Una realtà uguale a quella di altre adolescenti e bambine di Huddersfield (accertate sono una quindicina, ma secondo i giudici di Leeds sarebbero molte di più). La più piccola di loro aveva solo 11 anni.

Loro, gli orchi, sono tutti di origine pachistana e fanno parte della comunità musulmana locale. Predavano ragazze vulnerabili con una situazione familiare complicata perché così era più facile adescarle e stuprarle. E pure portarle in giro per il Regno Unito per venderle e farle stuprare da altri. “Una volta mi hanno portato a Manchester in un hotel. Prima mi hanno drogato mettendomi qualcosa nel bicchiere. Poi qualcuno è entrato in stanza e mi ha stuprato”, racconta Katy.

“Dopo mi hanno abbandonata là. Io non sapevo come tornare a casa…”. Questo è un esempio della quotidianità di queste ragazze. Oggi sono delle donne, ma al tempo – tra il 2004 e il 2011 – erano solo delle bambine. “Non hai mai provato a opporti, a dire che non volevi farlo?”. “Sì, ma quando ci provavo mi minacciavano. Una volta mi hanno detto che mi avrebbero buttato giù dalla finestra”, racconta ancora Katy. L’incubo, per lei, finirà solo a 17 anni. “Sono rimasta incinta di uno di loro. Non è mai stato accusato di nulla perché non c’erano abbastanza prove. Penso che il mio bambino mi abbia salvato la vita”. “Perché?”, le chiediamo. “Perché improvvisamente era come se fossi diventata troppo vecchia per loro. Mi hanno semplicemente lasciato andare”.

Ma non è solo Huddersfield. È tutto il Regno Unito. In totale, dal 2005 ad oggi, sono circa 300 le condanne per stupro, maltrattamento e sequestro di persona a carico di membri delle comunità musulmane locali. E anche in questi casi le vittime sono per la maggior parte di origine inglese. Sì, perché per questi orchi che le hanno violentate e usate erano solo “spazzatura bianca”. È impressionante ritrovare gli stessi racconti da parte di altre ragazze. Abbiamo parlato con Elizabeth e con Sammy, vittime delle gang pachistane di Rotherham e Swinton. Altri anni. Altri uomini. Le modalità, però, le stesse. “Erano tutti pachistani. Le signore, invece, erano donne bianche convertite all’Islam”, racconta Elizabeth. “Una volta sono stata segregata in un appartamento per 10 settimane. Poi hanno iniziato a vendermi per tutto il Paese”. Le chiediamo quanti uomini l’hanno stuprata in quei quattro anni. “Non so dire un numero preciso….”.

“Una volta che entri in questo tunnel, sei già in trappola. Non puoi uscirne. Inizi a sentirti di loro proprietà”, aggiunge Elizabeth. “Sei non facevi quello che ti ordinavano, ti minacciavano di morte. Alcune ragazze venivano ricoperte di benzina e poi stuprate anche 30 o 40 volte a sera. Non potevi dire di no”, ricorda Sammy.  In Gran Bretagna lo chiamano “Grooming scandal”, ovvero: scandalo dell’adescamento. “Io penso che sia uno dei reati più pericolosi. Perché all’inizio non sai che ti sta succedendo. Quindi è come un reato silenzioso. Poi, una volta che te ne rendi conto, è già troppo tardi. Non puoi uscirne”, afferma Sammy. “Una volta hanno provato a uccidermi. Eravamo su questa macchina e ha iniziato ad andare veloce. Poi ancora più veloce. Siamo arrivati in cima a una collina mi ha detto che mi avrebbe buttato giù dal dirupo. Poi, in macchina, mi ha stuprato di nuovo. In quei momenti ero come un corpo morto in un obitorio”. Ti adescavano, ti stupravano e poi ti minacciavano. E minacciavano anche la tua famiglia. “A volte mi dicevano che avrebbero dato fuoco a casa mia se non fossi salita sulla loro macchina”, dice Sammy. “La polizia sapeva, ma non faceva nulla. Avevano paura di essere chiamati razzisti”. Alla fine dell’intervista, a Elizabeth vengono gli occhi lucidi. Sono passati tanti anni, ma quell’incubo è ancora dentro di lei. Non se ne libererà mai. “Oggi mi ripeto sempre che sono fortunata a essere ancora viva”.