Nafiza

Storia della piccola Nazifa
ancora viva grazie all’Italia

«A sei anni pensavo che esistesse solo l’Afghanistan. Non sapevo neppure dove fosse l’Italia, ma poi i soldati mi hanno salvata» racconta a il Giornale Nazifa Ahmad Noor, che significa «luce». Nel 2008 era una bimba delle tribù nomadi Kuci affetta da una grave forma di tumore che le stava portando via il futuro. I fucilieri dell’aria della Brigata Friuli a Herat le hanno ridato la speranza di una vita normale mandandola in Italia per curarsi. «I soldati sono parte della mia famiglia», spiega la giovane afghana in perfetto italiano. 

Nazifa indossa un completino afghano rosa nella foto in braccio a una ragazza in mimetica l’11 luglio 2008 davanti all’aereo C-130 che la porterà verso la salvezza. Un velo bianco le copre il capo e la deformazione del linfoma di Hodgkin, che l’aveva quasi soffocata. Oggi è una bella ragazzina di 16 anni con i capelli rossicci, vestitino corto e trucco da adolescente. Dieci anni dopo i veterani della Brigata Friuli si sono ritrovati per ricordare i caduti, le battaglie e rivedere la bimba afghana che considera l’Italia «la mia nuova patria. Non vedo l’ora a 18 anni di ottenere la cittadinanza». 

Il generale di brigata in riserva Carmelo Abisso, inossidabile portavoce del contingente a Herat nel 2008 e fautore dell’incontro, ricorda come «abbiamo portato per primi in Afghanistan un battle group, che è stato subito impegnato anche in combattimento per assumere il controllo di basi cruciali come Bala Murghab e Delaram». Nonostante l’impegno operativo l’attività umanitaria non è mai venuta meno. «Nazifa era stata portata morente all’infermeria del nostro Prt di Herat – ricorda Abisso -. È subito scattata una gara di solidarietà per salvarle la vita. Oggi la consideriamo una nostra figlia adottiva».

Nazifa non solo è sopravvissuta. In marzo è stata nominata «alfiere della Repubblica», come esempio di integrazione, assieme ad altri giovani italiani dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. La motivazione racconta la sua storia esemplare: «È giunta in Italia dall’Afghanistan, grazie all’aiuto del nostro Contingente militare. Aveva una malattia molto grave, le cure negli ospedali italiani sono state lunghe e talvolta pesanti, ma si sono concluse con successo. Durante i numerosi ricoveri ha sempre mostrato il suo sorriso e cercato di essere d’aiuto a chi le stava vicino». Sull’esempio non ci sono dubbi: «È diventata volontaria della Croce Rossa. È pienamente integrata come studente nelle nostre scuole e svolge il ruolo di interprete nei Centri di accoglienza per i migranti».

La giovane afghana frequenta il liceo a Lugo di Romagna e ha un gruppo di amici conosciuti negli Scout. «Dell’Afghanistan ricordo i momenti belli con la mia famiglia semi nomade – spiega -. Anche se non riuscivo a deglutire bene e respiravo a fatica per la malattia». In Italia Nazifa è cresciuta nella famiglia di Roberto Faccani, al tempo nella protezione civile dell’Emilia Romagna, che l’ha portata da Herat all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Dopo un lungo calvario di interventi e cure la giovane afghana è tornata a vivere. «Le tre figlie dei miei genitori adottivi per me sono come sorelle – sottolinea -. Grazie a loro mi sono integrata completamente come una normale adolescente italiana». La ragazzina è battagliera: «Dal momento che la religione islamica in Afghanistan è un obbligo, me ne sono allontanata. Adesso frequento il catechismo per conoscere e capire. Poi deciderò se diventare cristiana oppure no».

Con la famiglia in Afghanistan è sempre in contatto e non vuole abbandonare il suo paese di origine. «Dopo il crollo dei talebani la situazione delle donne è migliorata, ma bisogna percorrere una strada ancora lunga», osserva Nazifa. Il 7 luglio è stata festeggiata, dieci anni dopo il suo salvataggio a Herat, a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, dai veterani dell’Afghanistan, compreso il comandante del contingente di allora, il generale di divisione in ausiliaria Francesco Arena. Nel 2008 i suoi uomini hanno combattuto duramente i talebani negli avamposti come Bala Murghab. «I proiettili sollevavano sbuffi di sabbia conficcandosi davanti ai mezzi. Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Non dimenticheremo mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dove la compagnia rispondeva al fuoco», raccontavano nei giorni degli scontri i fucilieri dell’aria della 3a compagnia Aquile del 66° reggimento aeromobile Trieste.
Nazifa, nata nove giorni dopo l’11 settembre, non ha dubbi. «Spero che gli afghani e gli alleati internazionali compresi gli italiani riescano a fermare sempre i talebani e l’Isis. Se tornassero al potere gli estremisti sarebbe una minaccia non solo per l’Afghanistan, ma per tutti». La giovane, entusiasta della vita, dà una mano alla Croce rossa e aiuta come interprete i suoi connazionali nei centri per i migranti. «Talvolta non credono che sono afghana, ma ho capito una cosa – spiega Nazifa -: chi ha bisogno davvero perché scappa dalla guerra va capito e accolto». La giovane salvata dai militari italiani già pensa all’università con l’obiettivo di non abbandonare il suo paese d’origine. «Mi rendo conto del rischio – afferma -. Per gli integralisti una ragazza come me, integrata in Italia, è un pericolo. Non so ancora bene come, ma voglio e devo aiutare gli afghani».