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Srebrenica

NE MANCANO ANCORA MILLE

di Giovanni Masini. Fotografie di Ivo Saglietti.

Da Potocari (Bosnia ed Erzegovina)

Nell’aria fredda del mattino si sente solo il crepitio della carta e il rumore del respiro arrochito dal fumo. Una donna siede su una panca di pietra, fra le mani una busta sigillata. Intorno a lei una distesa di lapidi bianche, con poche parole in arabo e il giglio simbolo dei martiri bosniaci: il memoriale dedicato alle vittime del genocidio di Srebrenica sorge fra le verdi montagne della valle teatro del genocidio del 1995.

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Su queste alture, non lontano dal fiume Drina – che oggi segna il confine con la Serbia e nell’antichità segnava la frontiera fra l’Impero romano d’Occidente e quello d’Oriente – nel luglio di 23 anni fa le truppe serbo-bosniache comandate da Ratko Mladic trucidarono a sangue freddo oltre 8mila musulmani bosgnacchi nel più sanguinoso singolo episodio di pulizia etnica di massa che la storia europea recente ricordi.

La gran parte riposa nel cimitero di Potocari, costruito proprio nei campi da cui la mattanza ebbe inizio, sotto gli occhi dei Caschi Blu olandesi delle Nazioni Unite. Ogni anno, l’11 luglio, nel camposanto si svolge la cerimonia di commemorazione in cui vengono restituiti alle famiglie i cadaveri identificati nei 12 mesi precedenti. Una ricorrenza densa di grida, pianti, confusione. Migliaia di persone vi partecipano.

Ogni anno vengono restituiti alle famiglie i cadaveri identificati: migliaia partecipano alla cerimonia.

364 giorni all’anno, però, Srebrenica coltiva il ricordo in silenzio, muto come le donne che assistono alla riesumazione dei padri e dei mariti. Il lavoro incessante di archeologi e antropologi, infatti, restituisce senza sosta resti umani d’ogni genere. Frammenti di ossa, pezzi di tessuto, qualche ciuffo di capelli. Reperti dell’orrore che riaffiorano dalla foresta o nelle campagne, riemersi dalle fosse comuni con il maltempo o trovati per caso da qualche escursionista.

“Ossa, frammenti di tessuto, ciuffi di capelli, riaffiorano dalla foresta o nelle campagne”

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La International Commission for Missing People lavora da decenni a identificare quei resti attraverso una meticolosa ricerca del dna. Una procedura consolidata nel tempo che da anni è stata esportata anche in altre parti del mondo , dove la ferita dei desaparecidos è ancora aperta.

Una volta che la ricerca dei cadaveri – attivata da una segnalazione da parte dei cittadini oppure condotta su impulso dell’autorità giudiziaria – ha dato i propri frutti, gli archeologi riesumano i corpi e gli antropologi e i genetisti procedono all’identificazione. Nel caso vengano rivenute parti di corpi già identificati, la salma già tumulata viene riesumata e completata con i nuovi reperti, in un mesto rituale che avviene generalmente alla presenza delle famiglie.

All’ingresso del cimitero di Potocari un cippo ricorda che le vittime del genocidio furono 8732 ma secondo i dati della Icmp al 26 giugno scorso le persone identificate in decine di fosse comuni erano 6973. Oltre mille mancano ancora all’appello.

Intervistata da Gli Occhi della Guerra, l’antropologa forense Drugana Vucetic spiega che “potrebbero esserci una o due fosse comuni ancora da individuare o forse i resti sono insepolti nella foresta”.

Potrebbero esserci ancora fosse comuni da individuare

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Una volta individuate le salme e restituita loro un’identità, però, il lavoro delle autorità bosniache non è finito. Dopo che i corpi sono stati seppelliti e recitate le preghiere dei morti, la palla passa al procuratore, che s’incarica di ristabilire la verità storica individuando i colpevoli e punendo i responsabili. Grazie anche al lavoro della Icmp il tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia ha potuto processare 20 persone per il massacro di Srebrenica. Di questi, 14 sono stati condannati per vari reati e uno assolto. Due imputati, Ratko Mladic e l’ex presidente della Repubblica Serba Radovan Karadzic, hanno presentato ricorso in appello mentre l’ex presidente della Serbia Slobodan Milosevic è morto prima della conclusione del processo. Tre altri procedimenti invece sono ancora in corso.

Solo quando tutti questi casi si saranno risolti si potrà – se non proprio dire che giustizia è stata fatta – almeno porre la parola fine alla tragica vicenda di Srebrenica.”

 


ivo_sagliettiFotografie realizzate da Ivo Saglietti

Nato a Toulon, Francia, Inizia la propria attività a Torino come cineoperatore, producendo alcuni reportages di tipo politico e sociale. Nel 1975 inizia ad occuparsi di fotografia, lavorando nelle strade e nelle piazze della contestazione e nel 1977 si trasferisce a Parigi. Da qui iniziano i suoi viaggi come reporter-photographe, dapprima con agenzie francesi, in seguito per conto di agenzie americane e per magazines internazionali ( Newsweek, Der Spiegel, Time, The New York Times ), per i quali “copre” in assignement situazioni di crisi e di conflitto in America Latina, Africa, Balcani, Medio Oriente. Leggi tutta la biografia