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La Turchia fa tacere le voci contrarie all’operazione in Siria

“Fascisti razzisti chiedono la guerra a gran voce! Io sono contro la guerra, sono curda, gitana, ebrea, araba, Lgbt, armena, yazida… per farla breve sono tutto quello che detestate. Non seguitemi!”. Non passano che poche ore dal momento in cui questo messaggio viene pubblicato su twitter, che la polizia sfonda la porta di una casa a Diyarbakir, portando via nel pieno della notte la giornalista e attivista Nurcan Baysal.

Quello nella città a maggioranza curda nella parte orientale del Paese, confermato dall’avvocatessa della donna, Reyhan Baydemir, è soltanto uno dei raid condotti negli ultimi giorni dalla polizia turca, in cui secondo un sito indipendente locale almeno trenta persone sono state arrestate nella sola Diyarbakir. Sono 42, stando all’agenzia semi-ufficiale Anatolia, le persone in manette, accusate di propaganda contro l’operazione militare Ramo d’ulivo, lanciata nel pomeriggio di sabato contro l’enclave curda di Afrin.

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Sin da subito le procure della capitale Ankara e di quattro province dove la presenza curda è molto forte avevano aperto indagini su commenti pubblicati online e che condannavano l’attacco. Sarebbero a oggi almeno quattro i giornalisti fermati dall’inizio degli scontri. Al nome della Baysal, che attende di essere sentita dalla procura, bisogna aggiungere quello di Ishak Karakash, direttore della testata Halkin Nabzi. E in arresto sarebbero anche Hayri Demir, dell’agenzia curda Mesopotamia, e Sibel Hurtash, collaboratrice del sito Al-Monitor e autrice di un libro sui cristiani uccisi in Turchia.

La mano pesante nei confronti del dissenso fa a malapena notizia. In un recente incontro con i rappresentanti degli organi di stampa principali, il primo ministro Yildrim ha fornito un vademecum in 15 punti contenenti le buone norme per un racconto “patriottico” dell’operazione in Siria, chiedendo anche di non sottolineare le manifestazioni di protesta delle organizzazioni contrarie. Sono 153 i giornalisti attualmente in carcere in Turchia, la maggior parte dei quali arrestati sotto lo stato d’emergenza dichiarato all’indomani del fallito colpo di Stato di luglio 2016, e poi rinnovato per la sesta volta giovedì scorso.

“Baysal, che è curda, ha a lungo sostenuto il dialogo e il negoziato politico per mettere fine al conflitto decennale tra lo Stato turco e il Pkk”, scrive l’organizzazione Human Rights Watch. Ma a costarle un arresto è stata ora la sua aperta contrarietà all’attacco lanciato contro Afrin. L’enclave siriana è controllata da milizie curde, ritenute ad Ankara assimilabili al partito armato dell’autonomismo curdo e un’organizzazione terroristica.

Entrato oggi nel suo quarto giorno, lo scontro nel nord della Siria ha già visto due militari turchi cadere. Meno preciso il conteggio delle vittime dall’altro lato, che sarebbero però almeno ventiquattro tra i civili, pure se ad Ankara i ministri di Erdogan continuano a ribadire di fare “tutto il possibile per assicurarsi che non ci siano morti” se non tra i miliziani curdi.

L’ostilità alle Ypg è un argomento in grado di mettere d’accordo molti. L’operazione, percepita in Turchia come una mossa a difesa della sicurezza nazionale, è scattata con l’aperto sostegno di tre delle quattro formazioni politiche che si spartiscono il parlamento di Ankara.

A salutare con favore i bombardamenti dai cieli siriani non solo stati soltanti gli uomini di Erdogan, ma anche la destra ultra-nazionalistra, stampella della maggioranza e che si è sempre opposta ai negoziati di pace con i separatisti del Pkk, da tempo naufragati. “Su questo punto non c’è differenza tra il governo e l’opposizione”, ha poi detto Ozturk Yilmaz, numero due del Chp, la principale forza dell’opposizione.

Isolata la voce della minoranza di sinistra filo-curda (Hdp), ancora una volta accusata di sostenere il terrorismo, come quei membri del partito che sono stati incarcerati o a cui sono state tolte le prerogative di parlamentari. “Ora siete seguiti passo dopo passo – ha ammonito Erdogan dalla città di Bursa, dopo le prime notizie dell’attacco in Siria e mentre arrivano i primi accenni di protesta – Hdp, Pkk, ovunque vi facciate vedere sappiate che le nostre forze di sicurezza vi staranno con il fiato sul collo”.

Che le parole di Erdogan non fossero pronunciate a vuoto lo dicono le notizie delle ultime ore. Nella provincia occidentale di Mugla, sulla costa dell’Egeo, due rappresentanti del partito a livello locale sono stati arrestati per “propaganda” dopo perquisizioni alle loro abitazioni.