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Quell’allerta dei servizi segreti sulla Nuova Via della Seta

I servizi segreti italiani hanno da tempo avvertito il governo sullo scontro fra Cina e Stati Uniti. E soprattutto sulla sfida rappresentata della Nuova Via della Seta nel panorama italiano e del Mediterraneo.

La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza del 2018,presentata a Giuseppe Conte a fine febbraio dall’intelligence dimostra che il Dis (Dipartimento informazioni e sicurezza) ha perfettamente chiari quali siano i rischi dell’inserimento dell’Italia nell’iniziativa cinese. Un ingresso da cui il nostro Paese può trarre sicuramente profitti, ma che si traduce anche in una sfida per la nostra sicurezza e per la nostra agenda politica, come dimostrato dai richiami della Nato e degli Stati Uniti, ma anche della stessa Unione europea.

La relazione pone l’accento anche sulla Cina, in cui si afferma che “il progetto Made in China 2025 e la Bri (Belt and Road Initiative ndr) sono i principali strumenti cui Pechino affida la propria affermazione nelle molteplici dimensioni in cui si articola oggi il potere moderno”.

Nella relazione dei servizi si pone l’accento proprio su questo scontro fra sicurezza nazionale e interessi economici: “Disegni di lungo periodo e di portata assolutamente epocale rispetto ai quali anche il Comparto intelligence nazionale – nel solco delle indicazioni del Governo – è chiamato a fare la sua parte, sostenendo, in un quadro di salvaguardia dei nostri interessi e della nostra sicurezza, l’interlocuzione italiana con Pechino, in un ambito che dischiude diversificate prospettive alla nostra economia ed impone, al contempo, un’accorta tutela dei nostri asset strategici”.

L’accortezza con cui il Dis ha chiesto al governo di vagliare le iniziative cinesi è molto affine a quanto affermato già in quota Lega da alcuni esponenti di governo. È quella “prudenza” divenuta ormai una mantra in tutto i vertici del Carroccio e che è stata ribadita soprattutto da Claudio Borghi, Guglielmo Picchi e Giancarlo Giorgetti. I tre esponenti leghisti hanno sostenuto che l’importanza della Nuova Via della Seta non debba mettere in discussione la sicurezza italiana ma anche l’alleanza con la Nato e gli Stati Uniti. E questi paletti sono stati anche inseriti da Sergio Mattarella, visto che il presidente della Repubblica, pur confermando la volontà di aprire il Paese a un ingresso di investimenti cinesi rafforzando la partnership con Pechino, ha chiesto di dare garanzie estremamente importanti all’Alleanza atlantica.

I servizi segreti quindi hanno dato l’allerta. E non è un caso che anche il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) abbia chiesto a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio di chiarire sul Memorandum of Understanding che l’Italia dovrebbe concludere con l’arrivo di Xi Jinping in Italia. Come riporta La Stampa, da quel che è trapelato nell’audizione del Comitato, “il premier ha sostenuto che il Memorandum non comprende accordi sulla tecnologia 5G”.

E lo stesso Luigi Di Maio, fautore dell’ingresso di Huawei nella rete tlc italiana, ha detto che “se ci saranno irregolarità, Huawei non potrà partecipare”. Rassicurazione su cui il Copasir ha voluto essere molto chiaro. E che servono soprattutto all’intelligence italiana per garantire gli alleati atlantici oltre che il presidente della Repubblica.

Allerta che comunque non è nuova. Come riportato da Formiche, “una prima avvisaglia del rischio connesso all’apertura delle porte a Huawei in Italia arrivò nel 2012, quando un report del Dipartimento di Informazione e Sicurezza (Dis) consegnato all’allora ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera sollevava dubbi sulla sicurezza di contratti con la pubblica amministrazione dell’azienda cinese”. Allarme ribadito anche nel 2014, quando sempre il Dis formulò una relazione in cui si metteva in guardia dai rischi dell’ingresso cinese nelle rete infrastrutturali italiane. Allerta che seguirono gli stessi parlamentari del Movimento 5 Stelle: che evidente ora hanno cambiato idea.