La bandiera dell'Isis in Siria (LaPresse)

La confessione dello scienziato:
“Ecco le armi chimiche dell’Isis”

Giugno 2014. L’Isis, all’apice della sua potenza, si impossessa della città irachena di Mosul. A conquista avvenuta, l’organizzazione inizia ad arruolare civili, offrendo loro di lavorare sotto la sua amministrazione.

Tra i cittadini iracheni che accettano la proposta dello Stato islamico c’è anche Suleiman Al-Afari, un geologo iracheno. Già impiegato presso il ministero dell’Industria e dei Minerali, all’uomo viene chiesto di aiutare il gruppo a produrre armi chimiche. 

Nessun pentimento

Al-Afari acconsente immediatamente e lavora fianco a fianco con l’organizzazione terroristica per 15 mesi, con il compito di supervisionare il progetto di produzione di armi chimiche. In un’intervista al Washington Post, l’uomo si giustifica così: “Non hanno obbligato nessuno. Ero dispiaciuto per aver perso il lavoro. Siccome è difficile ottenere incarichi statali, mi sono impegnato per mantenere il mio”.

Nessuna traccia di pentimento nelle sue parole. Suleiman dice di aver accettato il lavoro perché, dopo la presa di Mosul, “l’Isis era diventato il governo e tutti volevano un lavoro per ottenere uno stipendio”.

Arrestato nel 2016 dai soldati Usa e curdi, l’uomo si trova, ora, in carcere a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ed è stato condannato alla pena di morte. È uno dei pochi superstiti ad aver preso parte al programma dell’organizzazione jihadista per la produzione di armi chimiche.

Interrogato dalle autorità curde, Al-Afari ha confermato la produzione di gas mostarda, noto per essere stato utilizzato già durante la Prima guerra mondiale. Il gas sarebbe stato impiegato come deterrente nei confronti dei soldati iracheni, ma – a suo dire – non avrebbe avuto le caratteristiche per diventare un’arma pericolosa.

Tuttavia, questo sarebbe stato soltanto il primo atto di un piano ben più ambizioso, mirato a creare nuove armi, necessarie per la difesa del territorio dello Stato islamico e per terrorizzare i nemici.

Esperimenti sui prigionieri

Tra il 2014 e il 2017, l’Isis ha condotto almeno 76 attacchi con armi chimiche, colpendo indistintamente militari e civili. Ma gli orrori dell’organizzazione jihadista non finiscono qui.

Nel maggio 2017, il quotidiano britannico Times aveva denunciato una nuova pratica dell’Isis: condurre esperimenti con armi chimiche su “cavie umane”. L’organizzazione avrebbe avvelenato il cibo e l’acqua dei propri prigionieri con composti presenti nei pesticidi, quindi facili da ottenere.

In alcuni documenti ritrovati all’interno dell’università di Mosul, l’organizzazione svelava i segreti di questa pratica e rivelava di aver avvelenato prigionieri con solfato di tallio, una sostanza incolore, insapore e facilmente solubile in acqua. In altre parole “un veleno letale ideale”. Altre vittime sarebbero state uccise attraverso l’iniezione di un composto a base di nicotina.

L’obiettivo finale dei test sarebbero state le forniture alimentari occidentali. Vanno inquadrate così anche le recenti minacce rivolte a Kate Middleton, duchessa di Cambridge. Il 13 gennaio scorso, l’Isis ha rivolto un appello ai propri seguaci invitando a colpire la reale britannica, affermando: “Sappiamo cosa mangia – avvelenatelo!”.

Armi chimiche: la minaccia continua

Lo Stato islamico è stato il primo attore non statale ad aver sviluppato agenti chimici vietati, combinandoli con un sistema di lancio missili. Sfruttando laboratori universitari, impianti di produzione e numerosi scienziati, l’organizzazione ha avviato un progetto unico nella storia del terrorismo moderno.

Con l’intensificarsi degli scontri con i soldati Usa e iracheni, nel 2016, lo Stato islamico è stato costretto ad abbandonare le strutture utilizzate per la produzione di armi chimiche, forse trasferendole e nascondendole in Siria. Il timore è che l’organizzazione jihadista abbia stabilito una nuova cellula per la produzione di armi chimiche nella Euphrates River Valley, nel nord-est della Siria, al confine con l’Iraq.

Anche se lo Stato islamico non avesse ancora nuove strutture in cui proseguire la sua attività, potrebbe custodire il know-how trasmessogli da Al-Afari e dagli altri scienziati, probabilmente conservato in computer, chiavette Usb e nella memoria dei sopravvissuti.