Awamiyah

I Saud cancellano la storia di Awamiyah

Le coste del Golfo Persico raccontano secoli di intensa storia: tra civiltà antiche e scomparse, guerre, confronti, commerci e navigazioni, la parte orientale della Penisola Arabica vanta un dinamismo storico che ancora oggi si riflette nella differente composizione etnica e religiosa degli Stati che si affacciano sulle acque di uno dei bacini più ‘caldi’ e strategici del pianeta. Questa storia e questa eredità culturale, adesso appare in alcuni territori minacciata dalle odierne diatribe e dagli attuali conflitti che coinvolgono alcune delle nazioni che compongono questa parte di medio oriente: loro malgrado, ne sanno qualcosa gli abitanti di Awamiyah, città saudita che conserva alcune delle più importanti tracce delle civiltà arabiche e pre arabiche specialmente nel suo piccolo ma caratteristico centro storico, il quale prende il nome di  Almosara; proprio come gli inermi abitanti di Sana’a, capitale yemenita con diversi luoghi dichiarati patrimonio dell’umanità, i suoi cittadini sono costretti ad osservare la fine di ogni traccia storica per via della furia dei Saud.

Awamiyah sotto assedio da diversi mesi

L’aspetto di questa cittadina, che fino al 2009 secondo l’ultimo censimento annoverava al suo interno circa trentamila abitanti, è identico a quello di un qualsiasi luogo in guerra: eppure essa si trova nel territorio dell’Arabia Saudita e, precisamente, presso la storica provincia del Qatif e quindi a ridosso delle coste orientali del paese; dopo le avvisaglie degli anni passati, ad inizio 2017 da Riyadh si è decisa la linea dura, cingendo d’assedio l’intero territorio ed iniziando a demolire casa per casa e moschea per moschea il suo centro storico. Almosara, distretto antico e che al suo interno conserva (o, come purtroppo forse è meglio dire, conservava) non solo alcuni dei più bei monumenti della provincia, ma anche preziose testimonianze storiche del lungo e glorioso passato di  Awamiyah, appare oggi quasi del tutto distrutto al pari di una città che ha appena subito dei bombardamenti. Dal 10 maggio, data ufficiale dell’inizio delle ‘operazioni speciali’ delle forze saudite, ad oggi si calcola che almeno ventimila abitanti hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni.

Il perché di dette operazioni risiede, almeno nella documentazione ufficiale, nella necessità di dotare Awamiyah di ‘strutture moderne’ ed abitazioni più confortevoli per i suoi abitanti: in poche parole, l’imponente schieramento di forze dell’ordine e di sicurezza nella cittadina del Qatif sarebbe frutto di una mera volontà di restyling da attuare andando anche contro le resistenze dei cittadini; ed infatti, come è possibile leggere su Middle Est Eye, l’intera zona storica di Almosara è stata assegnata a delle compagnie private le quali dovranno realizzare diversi progetti riguardanti la costruzione di nuove abitazioni ed un centro commerciale.

I metodi con i quali da Riyadh le autorità centrali hanno provveduto all’esecuzione forzata degli espropri e delle prime demolizioni di quei vicoletti che da almeno 400 anni componevano il nucleo di Awamiyah, è quanto meno discutibile: prima ancora dell’invio di squadre di sicurezza sul posto, si è proceduto ai distacchi delle forniture d’acqua e di elettricità, costringendo diverse famiglie a lasciare le proprie abitazioni per dirigersi in altri luoghi; chi ha provato a resistere invece, ha subito l’assedio sopra accennato e quindi l’allontanamento forzato attualmente ancora in corso in questi giorni.

Colpita la minoranza sciita

Al di là delle dichiarazioni ufficiali del governo ed al netto delle volontà presunte reali delle autorità di Riyadh, l’operazione in corso ad Awamiyah appare in ogni caso nefasta e nociva per la popolazione locale e per la storia di quei luoghi: demolire pezzo dopo pezzo l’antico centro di Almosara, spazzare via con trattori e camion più di cinque secoli di testimonianze storiche per piazzare poi moderne abitazioni e luoghi commerciali appare un qualcosa di quanto meno scellerato; di fatto, i Saud stanno perpetuando gli stessi scempi fatti dall’ISIS a Palmyra o dai Talebani in Afghanistan in occasione della demolizione dei Budda scolpiti sulla roccia, visto che le pietre divelte e distrutte facevano parte di un tessuto urbano delicato nonché simbolico per la popolazione residente. Gli islamisti hanno provocato quelle distruzioni negli anni passati per via della loro ideologia iconoclasta, i sauditi invece sulla carta per la mera volontà di far spazio alla ‘modernità’; ma in realtà, c’è dell’altro: Awamiyah è infatti uno dei centri di riferimento della minoranza sciita, che per la verità nel Qatif compone una maggioranza stanziata in questi luoghi da diversi secoli.

La cittadina è stata tra le prime della penisola arabica ad accogliere, oramai diversi secoli fa, la religione sciita ed è subito diventata centrale nelle questioni sociali ed economiche delle popolazioni di questa parte orientale della Penisola Arabica; il centro storico ridotto in macerie, era simbolo stesso dello sciismo lungo le coste occidentali del Golfo Persico e racchiudeva al suo interno secoli di vita di una delle più dinamiche comunità della regione. Dunque, la distruzione del quartiere di Almosara priva Awamiyah della propria anima culturale e toglie ogni testimonianza simbolica cara agli sciiti del Qatif; una devastazione premeditata e studiata a tavolino per colpire la storia e la cultura di un’intera popolazione, è questo quello che appare all’orizzonte delle operazioni militari ‘ufficiose’ e dei progetti ‘ufficiali’ di restyling di Awamiyah.

Qatif spina nel fianco dei Saud

La fondazione nel 1932 di un grande regno retto dall’ideologia wahabita, la quale prevede una rigida interpretazione del Corano e che rappresenta una delle ramificazioni più estremiste del mondo sunnita, ha da subito certamente creato non poche preoccupazioni nel Qatif che, per l’appunto, è invece una provincia a maggioranza sciita; i Saud quindi, nell’assumere le redini del regno, hanno iniziato un’opera di forte discriminazione contro le popolazioni di questa provincia orientale e nel 1980 una prima rivolta degli sciiti del Qatif ha mostrato la fragilità della dinastia saudita nella gestione del proprio territorio e dei rapporti con le minoranze. Ma il vero snodo cruciale, così come per gran parte dei più importanti elementi storici recenti dell’Arabia Saudita, riguarda il petrolio: il Qatif è da un lato l’unica provincia a maggioranza sciita, ma dall’altro è anche il territorio più ricco di quell’oro nero vitale per l’economia e la politica di Riyadh.

I Saud, dopo le proteste successive a quelle del 1980, hanno preferito vagliare una linea più ‘moderata’ negli anni successivi la quale ha portato agli accordi del 1993, in cui al loro interno venivano previste riforme e riconoscimenti per la minoranza sciita; ma oggi il quadro è nuovamente cambiato: da un lato le proteste del 2011 e del 2012, figliastre della primavera araba, dall’altro il braccio di ferro con l’Iran e lo scontro quindi con il mondo sciita, hanno portato i sauditi ad un inasprimento a tutto campo dei rapporti con la popolazione del Qatif. Prima l’arresto di Nimr al Nimr, leader sciita nativo proprio di Awamiyah, avvenuto nel 2012 a cui hanno fatto seguito numerose operazioni anti terrorismo, poi l’esecuzione delle pene di morte nei confronti dello stesso Al Nimr e di altri leader sciiti, infine lo sfregio inferto alla cultura ed alla storia della più antica città del Qatif.

Un crescendo di tensioni e di prove di forza, le quali denotano sullo sfondo la paura della famiglia Saud consapevole di essere al centro delle più gravi turbolenze che hanno colpito il regno negli ultimi anni; sull’altare di questi intrecci e di questi scontri, è stato sacrificato il centro storico di Awamiyah e, con esso, la spina dorsale sociale e culturale di questa fetta di medio oriente: e così, proprio come a Sana’a, dove gli aerei sauditi da due anni sganciano ordigni su alcuni dei palazzi più belli della capitale yemenita mentre il mondo sembra girarsi dall’altra parte, anche i cittadini di Awamiyah (nel silenzio di gran parte delle fantomatica comunità internazionale) vedono le proprie vite di sempre cancellate ed il futuro dei propri figli lontano da quei simboli e da quelle costruzioni che hanno scandito l’esistenza e le abitudini per diversi secoli.