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Tra Usa e Russia è corsa alle armi
L’Europa è tra due fuochi nucleari

Il Trattato Inf, Intermediate-range Nuclear Forces, ha eliminato dagli arsenali di Russia e Stati Uniti i missili balistici a raggio intermedio (ovvero con gittata compresa tra i 500 e i 5500 chilometri) a seguito dell’escalation e conseguente crisi avvenuta in Europa negli anni ’80.

Il dispiegamento da parte dell’allora Unione Sovietica dei missili nucleari tipo Irbm SS-20 “Saber” (RSD-10 Pioner) provocò la reazione degli Stati Uniti che schierarono in Europa vettori dalle caratteristiche simili: missili Pershing II e Gryphon (ovvero la versione terrestre del missile da crociera Tomahawk) furono dislocati in Germania e Italia. 

La Guerra Fredda si fece pertanto “incandescente” e si raggiunse il punto peggiore dei rapporti tra le due superpotenze proprio nel 1983, al culmine della crisi nota in occidente come degli “euromissili”

L’avvento di Mikhail Gorbachev al Cremlino e di Ronald Reagan alla Casa Bianca, fautore quest’ultimo di una forsennata corsa agli armamenti nota come Sdi (Strategic Defense Initative) ma comunemente detta “Scudo Spaziale”, portò alla firma tra i due leader mondiali del Trattato sulle Forze Missilistiche a raggio Intermedio, o Inf Treaty.

Siglato a Washington nel 1987 prevedeva che entrambe le parti provvedessero a distruggere tutti i missili balistici e da crociera basati a terra con un raggio d’azione compreso tra i 500 ed i 5500 chilometri e i loro sistemi di lancio (lanciatori di qualsiasi tipo e strutture ed equipaggiamento di supporto) entro tre anni dall’entrata in vigore.

Significa che né Stati Uniti, né Russia avrebbero più potuto detenere nei propri arsenali simili sistemi d’arma e tanto meno sviluppare tecnologie di tal tipo, di qualsiasi natura. Questo è un particolare fondamentale che dobbiamo tenere presente per avere una chiave di lettura di quanto sta succedendo tra Mosca e Washington negli ultimi mesi, ma sarebbe meglio dire anni.

Lo spettro della guerra nucleare torna ad affacciarsi in Europa?

L’amministrazione Trump ha annunciato la propria volontà di denunciare il Trattato Inf accusando la Russia di avere schierato un sistema missilistico da crociera con capacità nucleare basato a terra con gittata superiore ai 500 chilometri, e quindi in violazione delle clausole dello stesso.

Il missile è il Novator  9M729 (SS-C-8 in codice Nato) lanciabile da una variante della piattaforma mobile del sistema Iskander, la N, che molto probabilmente è un adattamento della K che utilizza i missili da crociera 9M728.

Le accuse di Washington non sono nuove e sono eredità dell’amministrazione precedente che ha seguito lo sviluppo del sistema missilistico con particolare attenzione proprio in funzione delle sue specifiche tecniche. 

La versione russa però è diversa. Secondo Mosca i primi ad avere violato il trattato sarebbero stati proprio gli Stati Uniti che hanno sistemato i lanciatori del sistema Aegis Ashore in Romania. 

Questi sistemi – derivati terresti del Mk 41 navale – sarebbero, a detta di Mosca, in grado di essere rapidamente riconfigurati come lanciatori per missili da crociera Tomahawk, proprio come avviene sulle unità navali che li hanno in dotazione.

Al netto delle reciproche accuse – entrambe fondate – l’Europa si ritrova al centro di una disputa nucleare a 30 anni di distanza dalla crisi degli euromissili e rischia di fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro, come ebbe a scrivere Manzoni in un’altra celebre occasione.

I sistemi a raggio intermedio non minacciano, per una questione di gittata, il territorio metropolitano statunitense ma fanno rientrare nel loro raggio d’azione solo il continente europeo. L’Europa, con le sue basi americane, della Nato e non solo, si ritrova quindi ancora una volta al centro del mirino nucleare di Mosca con la differenza, rispetto agli anni ’80, che alla Casa Bianca spira un vento isolazionista, che tende a delegare ai suoi alleati, la questione della difesa. 

Non è un segreto infatti che i continui inviti di questa amministrazione americana ai membri dell’Alleanza Atlantica affinché aumentino le spese per la difesa sino al 2% del proprio Pil sia appunto da leggersi nel quadro di un parziale svincolamento di Washington dalle sorti militari europee.

Solo parziale. Perché la Nato non è più solo Germania, Italia e Regno Unito ma negli ultimi 20 anni ha assorbito anche gli ex Paesi del Patto di Varsavia che sentono in modo molto più preoccupante l’ostilità di Mosca sia per una questione storica che per una questione contingente: il colpo di mano russo in Crimea ha fatto paventare scenari simili nei Paesi Baltici o in Polonia

Pertanto quasi tutto il blocco orientale della Nato, quello che è più vicino geograficamente alla Russia, richiede a gran voce maggiore presenza americana sul proprio territorio, e Washington, sino ad ora, ha risposto all’appello sebbene non in maniera tale da far pensare ad un’escalation militare.

L’ombrello nucleare a rischio?

Oltre a chiedersi se davvero torneranno gli euromissili made in Usa, fattore da tenere in considerazione data l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, bisogna riflettere sulla situazione attuale della deterrenza atomica in Europa.

Attualmente solo due Paesi sono dotati di un arsenale atomico proprio: la Francia ed il Regno Unito, entrambi facenti parte della Nato. Alcune decine di bombe atomiche a caduta libera sono stoccate in Germania e Italia che però le possono utilizzare solo tramite lo strumento della “doppia chiave”.

I sistemi in dotazione ad entrambi (missili balistici lanciati da sottomarini, missili da crociera e bombe a caduta libera) costituiscono un piccolo ma efficace deterrente nel quadro di un possibile conflitto: sebbene da soli non siano in grado di spianare interamente il territorio russo come vorrebbe la dottrina della mutua distruzione assicurata (Mutual Assured Destruction, o Mad) attuabile solo tramite l’arsenale atomico americano, quella manciata di missili e bombe rappresenta un efficace strumento di ritorsione e quindi di deterrenza.

Il Cremlino sarebbe infatti disposto a rischiare di vedere totalmente distrutte città come Mosca, San Pietroburgo o Volgograd come risposta ad un first strike che spazzerebbe via le basi in Europa? Un prezzo troppo alto anche considerando un unico attacco mirato alle sole installazioni militari. Senza considerare che esiste sempre l’articolo 5 del Patto Atlantico che innescherebbe la reazione degli Stati Uniti e porterebbe comunque ad un’escalation con lo scambio dei missili intercontinentali.

La vera domanda da porsi è semmai un’altra: visto l’attuale situazione internazionale siamo davvero sicuri che Washington esporrebbe le proprie città, centri industriali, porti, basi militari in una parola tutto il proprio impianto statuale ad un attacco totale da parte della Russia solo per difendere Berlino, Londra o Roma? La domanda è la stessa che si facevano gli analisti durante la Guerra Fredda ma oggi c’è un fattore destabilizzante in più in questo delicato equilibrio che va oltre la politica di Trump.

La questione cinese ed il Trattato Inf

Se è vero che gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza rimasta al mondo è anche vero che questo sta cambiando verso la multipolarità, e da un dipolo Russia-Usa si sta passando ad un “tripolo” con l’aggiunta della Cina.

Non è solamente una questione di guerra commerciale a colpi di dazi: sul piatto c’è la supremazia sull’area indo-pacifica e quindi su tutta l’Asia. Se è vero che la politica cinese per il momento è ancora del tipo win-win cioè tesa a non esautorare gli americani dal Pacifico e dall’Asia è anche vero che la finalità della Cina sia quella di intessere una rete di contatti politici, economici e militari alternativa a quella che da sempre hanno avuto gli Stati Uniti nell’area per poter affermare la propria espansione. Xi Jinpig è stato molto chiaro in merito.

Questa politica passa anche per “la canna del fucile” ovviamente, e Pechino lo sta ampiamente dimostrando. La militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e le piccole ma costanti provocazioni a Taiwan o al Giappone ci rivelano le reali intenzioni della Cina.

Quindi risulta quasi necessario per gli Stati Uniti uscire da un trattato, nato in ambito europeo in tempi in cui la Cina non era annoverata tra i principali nemici globali, che vieta la detenzione di una tipologia di armamento che invece è la spina dorsale del People’s Liberation Army e viene utilizzata per proiettare la minaccia di un attacco di sorpresa molto al di là dei confini cinesi.

Il lancio di missili balistici a raggio intermedio situati nelle isole Spratly, ad esempio, darebbe solo una manciata di minuti di preavviso alla difesa statunitense prima che Guam venisse colpita da una salva letale di testate, ancora meno se si tratta di obiettivi siti nel vicino arcipelago delle Filippine, ancora sede di una importante base navale Usa (Subic Bay).

Gli stessi missili, se lanciati dal territorio metropolitano cinese, darebbero altrettanto poco preavviso se puntati verso il Giappone e Okinawa o verso la Corea del Sud

Si capisce quindi come, in Estremo Oriente, si stia assistendo allo stesso scenario in cui si trovava l’Europa agli inizi degli anni ’80 ma con una situazione strategica diversa data dalla limitazione del Trattato Inf che coinvolge solo gli Stati Uniti, in quanto la Cina non ne ha mai fatto parte e non intende nemmeno sottoscrivere un qualche tipo di accordo simile.

Russia e Usa ai ferri corti

In questo quadro arriva la notizia dell’ultimatum di 60 giorni dato dalla Nato alla Russia per rientrare nel rispetto delle clausole del Trattato Inf.

All’inizio di dicembre,l Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ed il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo hanno avvisato Mosca che se entro 60 giorni non tornerà sui suoi passi gli Stati Uniti denunceranno il Trattato, primo passo per uscirne definitivamente. 

Dura, anzi durissima è stata la reazione del Cremlino che ha fatto sapere che se gli Stati Uniti usciranno dal Trattato la Russia farà lo stesso, aggiungendo che la decisione di Washington è solo un pretesto

“Ci accusano di presunte violazioni ma come al solito non presentano prove” sono state le parole del presidente Putin che si è detto anche pronto a una nuova corsa agli armamenti.

Mosca in questo caso ha ragione, quello di Washington è solo un pretesto che però non dipende tanto dal nuovo missile da crociera sviluppato e dispiegato dalla Russia; dipende bensì dalla minaccia rappresentata dalla Cina. Una minaccia che gli Stati Uniti prendono molto sul serio.