Un soldato della Nato (Getty)

La Nato continua ad espandersi
Ma per l’Europa ora è un problema

La Nato continua la sua espansione nei Balcani. Il 6 febbraio, inizierà l’iter per l’ingresso della Macedonia del Nord dopo l’accordo sul nome con la Grecia. E per l’Alleanza atlantica si tratta di un nuovo tassello da inserire nel suo mosaico.

Una scelta che è perfettamente in linea con quanto avvenuto in questi decenni successivi alla caduta dell’Unione sovietica. Da sempre il comando atlantico ha la volontà politica, e prima ancora strategica, di inglobare i Paesi che facevano parte dell’orbita di Mosca per costruire un ‘Europa orientale legata a doppio filo alla volontà di Bruxelles (sponda Nato) e Washington. E la fine del veto greco su Fyrom ha di fatto dato il via libera all’ingresso di Skopje nell’Alleanza.

Ma questa linea di espansione verso Est, con un ritorno della conflittualità fra Occidente e Oriente, rischia di avere conseguenze particolarmente importanti sul presente e sul futuro dell’Europa. Ed è per questo che molti si interrogano sul peso che la Nato debba avere all’interno del Vecchio Continente in un momento in cui i rapporti fra Stati Uniti e Russia sono tornati di nuovo decisamente ostili, con la sospensione reciproca del Trattato Inf a essere il simbolo recente di questa sfida fra potenze.

L’Europa si trova in mezzo a questa guerra fredda giocata su sanzioni e espansionismo. E dal momento che la maggior parte dei Paesi membri della Nato mantengono solidi rapporti con la Russia, l’Alleanza atlantica, con la sua politica decisamente ostile nei confronti di Mosca, rischia di rappresentare un ostacolo alla stessa Europa. Sia come Unione europea sia come singoli Stati membri.

L’Italia, in questo senso, è emblematica. Le sanzioni che hanno colpito la Federazione russa dopo l’annessione della Crimea hanno rappresentato una scure molto pesante sulle aziende italiane che vivevano di esportazioni in territorio russo. Una ferita ancora aperta per molte imprese italiane del settore agricolo ma anche manifatturiero che il governo italiano ha deciso di ricucire anche grazie ai buoni rapporti che intercorrono fra Palazzo Chigi e il Cremlino. Ma che deve comunque fare i conti con l’appartenenza di Roma nell’Alleanza atlantica e i rapporti fin qui solidissimi fra il governo giallo-verde e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Le sanzioni non sono chiaramente il nodo principale. Gli effetti delle politiche sanzionatorie nei confronti della Russia sono solo la parte più rilevante di un problema profondo che rischia di non essere compreso in maniera chiara da parte dell’opinione pubblica europea. Che è rappresentato non tanto dalle sanzioni quanto dallo stesso peso che ha la Nato nelle scelte politiche ed economiche dei governi europei.

Come spiegato da Sergio Romano su Il Corriere della Sera, la caduta dell’Unione sovietica poteva essere effettivamente una grande opportunità sia per la Russia che per l’Europa. E l’avvicinamento di Mosca all’Occidente poteva avvenire proprio grazie al continuo interscambio fra la potenza russa e i Paesi dell’Europa occidentale. Un interscambio che avrebbe creato un ceto economico di piccoli imprenditori diverso dalla Russia fortemente centralizzata dell’era post-sovietica. Ma, come afferma Romano, ciò non è avvenuto “perché gli Stati Uniti hanno deciso di allargare la Nato a tutti i Paesi che avevano fatto parte del blocco sovietico; mentre la Russia, come nelle sue tradizioni, reagiva accentuando il controllo politico sulla propria società”.

Del resto, la capacità di intessere relazioni sempre più strette fra Occidente e Russia è un elemento che la Nato tende a evitare per definizione. L’Alleanza atlantica nasce con l’esigenza di creare un fronte anti-sovietico. Finito il blocco sovietico, la sua strategia è stata da sempre quella di espandersi a Est per togliere i Paesi dell’Europa orientale dall’orbita di Mosca. Ed è del tutto evidente che per farlo ha, come condizione necessaria, quella di evitare ogni possibile rapporto strategico fra i membri dell’Alleanza e la Federazione russa.

Il primo elemento quindi è dato dal fatto che la Nato, per forza di cose, continua a rappresentare il maggiore ostacolo fra il Vecchio Continente e la Russia. E anche per la possibilità che Mosca entri nel novero delle grandi potenze europee. Finché ci sarà il comando atlantico, il Cremlino dovrà essere considerato un avversario o, nella migliore delle ipotesi, un soggetto esterno.

A questo problema legato alla Russia, se ne aggiunge poi un altro di profilo puramente strategico. Che è l’impossibilità per la stessa Europa di costruire un sistema di Difesa alternativo alla presenza militare degli Stati Uniti. Attualmente, per molti Stati dell’Ue va bene così. Per il semplice motivi oche l’Unione europea, per come è strutturata, è un’alleanza fantasma costruita sull’asse franco-tedesco. E la Difesa europea è stata di fatto abbandonata, dopo il Trattato di Aquisgrana, in favore in un progetto fra Berlino e Parigi in cui i due Stati tendono ad avere il controllo della politica strategica continentale.

Le premesse per costruire una vera difesa europea e non franco-tedesca sono state quindi nel tempo accantonate proprio dagli alfieri dell’europeismo: Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ed è anche per questo che l’Italia ha optato per spostare il suo baricentro di interessi fra Mediterraneo e Atlantico per sfidare Francia e Germania. Ma al netto delle situazioni contingenti e di chi governa a Berlino, a Parigi o a Roma, quello che conta è che la Nato è, a tutti gli effetti, un’alleanza che impedisce la costruzione di ulteriori sinergie militari fra Paesi europei che non siano autonomi sotto il profilo strategico (come la stessa Francia).