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Riad, cade il divieto di guida
ma le attiviste finiscono in cella

A Riyad, adesso, le donne possono guidare. Nemmeno una settimana fa, Re Salman ha dato il via libera alla consegna delle prime 10 patenti, ma nel regno wahhabita non si respira certo aria di libertà.

Lo sanno bene due attiviste, Mayaa al-Zahrani e Nouf Abdelaziz al-Jerawi. La prima arrestata due giorni fa per aver difeso la seconda, già in cella, con un post sui social network. A denunciare l’accaduto è il gruppo saudita pro diritti umani  Alqst, con sede nel Regno Unito: “Riteniamo che le autorità saudite vogliano mettere a tacere tutti gli attivisti e i loro simpatizzanti”. Così mercoledì scorso Nouf Abdelaziz al-Jerawi è finita dietro le sbarre per avere criticato il divieto di guida prima che questo venisse revocato. E a Mayaa al-Zahrani, che gli aveva espresso solidarietà su Twitter, è toccata la stessa sorte. 

Pur non essendo stata ancora ufficializzata, l’accusa formulata nei confronti della due attiviste sarebbe quella di “collaborazionismo”. Questo, spiega ad Al Jazeera il presidente di Alqst Yahya Assiri, accade perché “il governo saudita considera la difesa dei diritti degli oppressi alla stregua di un tradimento”. Ma “avere a che fare con organizzazioni pro diritti umani, con media indipendenti e trasparenti, con ambasciate e Paesi stranieri” e “rivelare le violazioni del governo saudita” non è un crimine, bensì “patriottismo”. Quelli delle due donne, purtroppo, non sono casi isolati. Nelle ultime settimane, per almeno 17 perone sospettate di aver intrattenuto legami con “entità straniere” e ricevuto sostegno economico da “nemici stranieri” sono scattate le manette.

Insomma, le autorità ultraconsevatrici di Riyad non avrebbero gradito l’attivismo di chi si è battuto per ottenere l’annullamento di quell’odioso divieto, informalmente introdotto nel 1990 da una fatwa del Gran Mufti, e più in generale per chiedere la modernizzazione del Paese. Anche per Tyler Perry, esperto statunitense di diritti umani nel Golfo, l’unica colpa delle attiviste sarebbe stata quella di avere “esercitato il loro diritto di espressione”. E ancora: “Scrivere relazioni e contattare i media è un diritto umano e non un crimine terroristico”. 

Che la storica rimozione di quel divieto fosse una vittoria di Pirro, d’altronde, erano in molti a sospettarlo. E a chi esultava per la “svolta epocale”, qualcuno ricordava: “Non perdiamoci nei festeggiamenti e non pretendiamo che l’Arabia Saudia sia fondamentalmente cambiata. Si tratta ancora di una dittatura oppressiva. Tutta questa situazione è solo per propaganda”.

Il discorso si può allargare anche alle altre riforme sociali pianificate dal paese del Golfo con il “Vision 2030”. Tra queste, sempre rimanendo in tema di “pari opportunità”, c’è anche un decreto che consente alle donne di ritornare tra gli spalti dello stadio. Una sorta di cortina fumogena dietro cui repressione del dissenso, segregazione, discriminazioni e violazioni dei diritti umani continuano indisturbate. Così come il progressivo accentramento del potere nelle mani del più giovane e ambizioso della dinastia Saud, il principe Mohammed bin Salman che, in breve tempo, ha sbaragliato la concorrenza reale e si è cimentato in una politica sempre più aggressiva nei confronti dell’Iran.