Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in un comizio per il referendum sul presidenzialismo

La lunga via verso il presidenzialismo

“Non si dovrebbe dimenticare che le Forze armate sono l’assoluto difensore del secolarismo”. Parlava così, nel 2007, l’esercito turco, avvertendo il Paese, in osservanza a una lunga storia d’interventismo politico, del malessere dei ranghi per la prospettiva di una Repubblica con a capo Abdullah Gül.

Si sarebbe conclusa quell’estate una crisi iniziata con la candidatura di uno dei fondatori del partito dell’allora primo ministro Erdoğan, che aveva portato a elezioni anticipate e a proteste di massa da parte di un’opposizione kemalista che viveva con sconcerto l’idea che un Presidente stimato in Europa ma dai trascorsi islamisti, sposato con una donna velata, Hayrünissa, in un Paese in cui era sufficiente per vedersi sbarrate alcune prospettive di carriera, prendesse il posto del laico Ahmet Necdet Sezer.

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Giurando di mantenere l’imparzialità necessaria alla carica di garanzia per la quale era stato scelto, Gül aveva preso il suo posto. Pochi mesi dopo la Turchia avrebbe votato a larga maggioranza per il “sì” in un primo referendum sulla presidenza, trasferendo dal parlamento ai cittadini la responsabilità di nominare il Capo dello Stato. Una seconda consultazione sulla Costituzione si sarebbe tenuta tre anni dopo e avrebbe –  tra le altre cose – ridimensionato il ruolo dell’esercito nella vita pubblica.

Date fondamentali per comprendere l’attuale assetto della Repubblica, che passando per un dibattito sulla riforma costituzionale, che prese velocità nel 2011 e finì per naufragare tra i litigi, arrivò alla domenica dell’agosto 2014 quando, dal quartier generale dell’Akp ad Ankara, Erdoğan salutava “la vittoria della democrazia” e l’elezione – diretta – a Presidente.

Anni di preparativi. Un progetto, quello per una “nuova Turchia”, che Erdoğan vorrebbe ribadire con il prossimo 16 aprile, quando saranno le urne di ancora un altro referendum a dire se il testo costituzionale approvato dopo il fallito golpe di luglio, passato con i voti della maggioranza e degli ultra-nazionalisti, vada bocciato o approvato, incastrando l’ultimo tassello di un puzzle iniziato quando il Presidente turco occupava il posto di sindaco di Istanbul, continuato dal palazzo di Çankaya e che ora spera di concludere nelle stanze della nuova residenza presidenziale.

Emendamenti controversi

Sono 18 le modifiche proposte alla Costituzione turca attualmente in vigore, approvata dopo un colpo di Stato negli anni ’80 e da lì molte volte emendata. Correzione strutturali, che comporterebbero alcuni cambiamenti molti criticati, tra cui:

  • L’abolizione della carica di primo ministro, sostituito dai vicepresidenti, con molti più poteri di conseguenza concentrati nelle mani del Capo dello Stato, ma senza le dovute “contromisure” a uno strapotere che in larga parte si è già visto all’opera.
  • La scelta di ministri e vice-presidenti da parte del Presidente, senza la possibilità, per il parlamento, di contestarne le nomine. La possibilità, invece, per il Capo dello Stato, di sciogliere l’Assemblea, mossa che tuttavia metterebbe a rischio anche il suo mandato.
  • Scadenze elettorali ogni cinque anni, presidenziali e parlamentari insieme. “Un mandato già di per sé piuttosto lungo”, si legge in un parere molto netto pubblicato dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, ma anche la possibilità per il Presidente di ri-candidarsi se venissero decise nuove elezioni durante il suo secondo mandato, garantendogliene “di fatto un terzo”. E la certezza quasi matematica di una coincidenza tra il colore politico della presidenza e della maggioranza parlamentare.
  • Una presidenza “partigiana”, con l’abolizione di un requisito che la Costituzione aveva previsto finora, ovvero che il Capo dello Stato rinunciasse alla sua appartenenza politica, per garantire formalmente l’imparzialità delle istituzioni.
  • Un maggiore controllo sulla magistratura da parte del potere esecutivo, che sceglierà con il parlamento 4 membri del Consiglio superiore dei giudici e pubblici Ministeri, che ne garantisce l’indipendenza. Dall’altra parte saranno invece aboliti i tribunali militari.

Un Paese diviso

A meno di un mese dall’appuntamento con le urne, i giochi sono tuttavia meno che fatti. I sondaggi pubblicati in queste settimane mostrano un’opinione pubblica divisa – da un lato quella parte del Paese che ha sempre sostenuto l’Akp, dall’altra un’opposizione composita che tallona il campo del “sì” – su un tema su cui Ankara non può permettersi una sconfitta.

Lo si vede – l’ultimo affondo oggi – nel tono assunto dalla crisi con l’Europa, riaccesasi dopo il “no” ai comizi per il referendum in Germania e soprattutto in Olanda, accusate di atteggiamenti fascisti, in un gioco al rialzo in cui sul tavolo ci sono un nazionalismo turco e un’idea di “accerchiamento” su cui il governo punta per convincere gli indecisi.

Lo si è visto dal grado di scontro verbale accesosi con i rivali interni, accusati di stare dalla stessa parte del terrorismo e di non comprendere la situazione emergenziale e il bisogno di stabilità che renderebbero necessario un cambiamento d’assetto politico, in una Turchia che in stato d’emergenza vive già da luglio, da dopo il tentato golpe, tra migliaia di arresti e licenziamenti, e con una stampa mai prima così sotto pressione.

In difficoltà è anche la campagna del “no”, che accusa il governo di fare tutto il possibile per metterla a tacere. Questa situazione, sostiene un rapporto appena pubblicato dalla EU Turkey Civic Commission (EUTCC), costituitasi quando l’approdo della Turchia all’Unione Europea pareva una possibilità concreta, “getta seri dubbi sulla legittimità democratica del risultato del referendum”. Un risultato che tuttavia è ancora incerto. A deciderlo, sembrano dire i sondaggi, sarà chi ancora non si è schierato.

  • la-gazza

    come fece il vecchio Adolf… la conquista del potere dall’interno. E fino a ieri i politici/opinionisti europei plaudevano quando lui ha esautorato quelle stesse forze armate che furono garanti della libertà e della laicità del paese, in nome della democrazia. Lungimiranti…