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I rapporti della Russia di Putin
con Israele ed Arabia Saudita

La Russia spesso viene vista, erroneamente, come una potenza che fa in modo assoluto da contraltare alla potenza Usa sullo scacchiere internazionale, e forti di questa convinzione, spesso ci si dimentica di analizzare e considerare fatti che concorrerebbero a sfatare questo mito.

La Russia, come qualsiasi altra nazione diplomaticamente attiva, ricerca i propri interessi a prescindere da “schieramenti” ideologici preconcetti, quindi in un’area del globo può allearsi o intrattenere rapporti commerciali e militari – anche stretti – con Paesi che storicamente si possono annoverare “nella sponda opposta”.

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È il caso dello scacchiere mediorientale – intendendo con questo termine l’area geografica che comprende anche la Penisola Arabica – dove Mosca non è solo alleata di Siria ed Iran (e da qualche tempo molto vicina alla Turchia come già ampiamente enucleato dal nostro giornale), ma intrattiene rapporti, non solo amichevolmente diplomatici, con nazioni storicamente vicine agli Stati Uniti: Israele ed Arabia Saudita.

Mosca e Tel Aviv grazie al nuovo corso dato alla politica di Putin sono sinceri alleati che, nonostante Israele attinga le sue risorse militari dagli Usa sin dai tempi della guerra dei sei giorni, intrattengono rapporti non solo diplomatici. Se da un lato Tel Aviv non ha perso occasione di ricercare nel Cremlino una forza capace di calmierare le pretese iraniane in Siria e nell’area della “mezzaluna sciita”, come emerso dal vertice di Sochi dello scorso agosto tra Putin e Netanyahu – dall’esito più che positivo a detta dello stesso Primo Ministro israeliano – dall’altro ha fatto ampie concessioni alle pretese russe sulla Crimea nel consesso internazionale: è notizia recente riportata dalla Tass che Israele ha rifiutato di prendere le parti di Kiev – come auspicato da Washington dopo la mossa di Gerusalemme capitale – nella disputa sulla Crimea. L’ufficio del Ministro degli Esteri israeliano ha fatto sapere tramite le parole di Alexander Ben-Zvi (vice direttore generale e direttore del dipartimento eurasia) che Tel Aviv “sarà soddisfatta di ogni soluzione basata sul dialogo tra Russia e Ucraina” e che “se Russia e Ucraina concordano che la Crimea sia suolo russo, allora non saremo contrari, ma finchè non ci sarà consenso comune Israele manterrà una posizione neutrale sulla questione” aggiungendo infine come Kiev abbia cercato ripetutamente di portare Tel Aviv sulle proprie posizioni ma che non intendono cambiarle. Una “neutralità” che risulta essere molto più schierata di quello che possa sembrare: da un lato sicuramente avrà indispettito Kiev, ma soprattutto il suo grande alleato e sponsor militare, gli Stati Uniti. Siamo sicuri che Trump si sarebbe aspettato qualcosa di più da parte di Netanyahu vista la decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme incendiando in pochi giorni mezzo Medio Oriente – e non solo. Plauso quindi a Mosca che ha saputo giocare bene le proprie carte con Israele anche in considerazione di un possibile futuro rapporto molto più “materiale”: il gasdotto East-Med, di cui ci siamo già occupati, che è in costruzione e che porterà il gas in Europa dal Levante. Collegarsi a East-Med fa gola a Mosca nell’ottica di bypassare l’Ucraina ed aprire così una via sicura per il proprio gas sul mercato dell’Europa Meridionale. Saltato South Stream – per cui Saipem ha pagato un salato pegno – e con una sola via sempre in costruzione (il Turkish Stream) è sempre meglio diversificare gli accessi raddoppiandoli vista anche l’instabilità politica dell’area. 

Il rapporto della Russia con l’Arabia Saudita rientra in un quadro più complesso anche perché coinvolge direttamente anche forniture militari ad un Paese che da sempre gravita nella sfera di influenza americana. Già da tempo si parlava della possibilità di fornire il sistema missilistico da difesa aerea S-400 a Riad, cosa che è avvenuta il 13 novembre scorso quando Dmitry Shugayev – capo del Servizio Federale Russo per la Cooperazione Militare e Tecnica – ha annunciato la sigla del contratto tra le due parti. Questa è la naturale conseguenza dei colloqui tra Putin e Re Salman bin Abdulaziz al-Saud avvenuti a Mosca lo scorso ottobre: in quell’occasione i due capi di Stato firmarono un memorandum d’azione che impegna la Rosboronenexport a fornire all’Arabia Saudita il contratto per la produzione su licenza del fucile da assalto Ak-103 e relativo munizionamento ed accessori.

Non solo armi però. Secondo la stessa Tass e secondo Riad i due Paesi hanno una “comunione di intenti” riguardo a diversi problemi regionali. “Posso dire che le nostre relazioni sono caratterizzate dalla similarità di punti di vista su molti problemi regionali e internazionali. La cooperazione bilaterale continuerà su qualsiasi cosa possa promuovere una più forte sicurezza e prosperità dei nostri Paesi” sono state le parole esatte di Re Salman. In quell’occasione infatti, oltre alla volontà bilaterale di risolvere la crisi siriana per via politica, è stato affermato che Ryad e Mosca devono lavorare a stretto contatto per stabilizzare il mercato del greggio, da cui dipendono molto le economie di entrambi i Paesi, espandendo e diversificando la cooperazione tra Russia e Arabia Saudita per creare scambi e reciproci investimenti economici di base. In un momento storico in cui sembra delinearsi un fronte “antisciita” inedito con Riad che accusa l’Ayatollah Khamenei di essere “il nuovo Hitler” e contemporaneamente stringe l’occhio a Tel Aviv grazie al Gran Mufti Abdul Aziz al Sheikh che ha emesso una Fatwa in cui dichiara la guerra contro gli ebrei “proibita”, anche al netto del riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico, che ha provocato una tiepida reazione di Riad che si è limitata a dire che il comportamento Usa è stato “ingiustificato e irresponsabile” a mascherare la vera strategia di un piano di pace israelo-palestinese condiviso con Washington. Del resto così non poteva essere dopo la pomposa inaugurazione del Global Center for Combating Extremist Ideology lo scorso maggio.

La Russia quindi guarda all’Arabia Saudita per cercare di fare “cartello” in campo petrolifero, per avere un nuovo mercato per le sue armi – e così non poteva essere altrimenti date le sanzioni internazionali e il tipo di economia russa legata a doppio filo agli idrocarburi – e soprattutto per cercare, grazie ai rapporti intessuti con le altre nazioni che aspirano a diventare “potenze regionali” – Iran, Turchia, Israele – di sostituirsi agli Usa nel ruolo di arbitro nelle contese internazionali: cosa che le è riuscita (almeno parzialmente) con la Siria, e che forse vedremo anche per lo Yemen o per l’annosa rivalità tra Iran e Arabia Saudita, con Israele a fare da carta da giocare al momento giusto, ovvero quando ci sarà da ridefinire i confini della Siria o quando si dovrà discutere del programma nucleare (e missilitico) iraniano con gli Stati Uniti.