Trump e Kim Jong-un

Il raid in Siria danneggerà
il dialogo tra Usa e Corea del Nord?

Per quanto limitato sotto il profilo dell’impiego militare, degli obiettivi prescelti e dei danni causati, a dir poco irrisori, il raid compiuto da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria ha rappresentato un importante avvenimento politico, che potrebbe avere importanti ripercussioni sulla questione legata al nucleare della Corea del Nord, scenario di crisi principale del primo scorcio di 2018.

La scelta di Trump di colpire il governo di Assad è stata sicuramente analizzata nei dettagli nelle stanze del potere di Pyongyang, che nel corso delle ultime settimane sono state puntellate dai successi conseguiti dalla diplomazia nordcoreana nel dialogo con i principali avversari regionali e hanno accolto con favore l’offensiva di pace del leader di Seul Moon Jae-in.

Mentre il leader nordcoreano Kim Jong-un si prepara ad incontrare tanto il suo omologo meridionale quanto lo stesso Trump, bisogna assolutamente interrogarsi sul ruolo che la dimostrazione di forza di Washington in Siria avrà nel condizionare i negoziati per la denuclearizzazione della Corea del Nord.

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Il dialogo tra USA e Corea del Nord nell’era dei falchi

La questione si inserisce in un dilemma più ampio, relativo all’influenza che l’ascesa dei falchi interventisti Mike Pompeo e John Bolton alle cruciali cariche di Segretario di Stato e National Security Advisor avrà sul dialogo tra Washington e Pyongyang. 

Riguardo alla Corea del Nord, Pompeo non ha fatto mistero di preferire un approccio duro; a fare eco alle sue parole ci ha pensato Marc A. Thiessen del Washington Post, che poche ore prima del raid su Damasco e Homs ha scritto un articolo in cui argomentava che la linea della fermezza in Siria avrebbe dimostrato la credibilità dell’approccio di Washington alla Corea, mandando “un avvertimento silenzioso a Kim Jong-un riguardo a ciò che potrebbe accadere ai suoi programmi nucleari e missilistici” nel caso in cui continuasse a sfidare  Washington.

Capolavoro di interventismo liberal, l’articolo di Thiessen è criticabile sotto diversi punti di vista: in primo luogo, questi presuppone la libertà d’azione per gli Usa in entrambi gli scenari, eventualità tutt’altro che dimostrata e, anzi, confutata apertamente in relazione alla Corea del Nord, ove appare poco credibile che Washington possa assumere i ruoli “dell’accusa, del giudice e del boia”, per usare un’espressione coniata dall’ambasciatore boliviano all’Onu. Inoltre, non sembra prendere in considerazione il prevedibile “effetto contagio” a livello regionale che impedirebbe di circoscrivere qualsiasi tipo di raid contro Pyongyang.

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La Corea del Nord si trincererà dietro l’atomica?

Più realistico credere che l’azione decisa da Trump in Siria possa, sul lungo termine convincere Kim Jong-un circa l’indispensabilità dell’arsenale nucleare quale assicurazione sulla vita della monarchia totalitaria della Corea del Nord, la cui sopravvivenza è l’unico obiettivo palese del regime nelle negoziazioni.

James Griffiths della Cnn ha riportato le opinioni di Rodger Baker, vicepresidente della società di analisi Stratfor, secondo il quale il raid in Siria è proprio il genere di azioni che i Kim puntavano ad evitare nel momento in cui hanno deciso di portare avanti il programma nucleare nordcoreano. Difficile dare torto: Griffiths cita il caso della Libia di Muammar Gheddafi, che nel 2003 negoziò la cessazione dei programmi di ricerca sulle armi di distruzione di massa in cambio della riammissione alla “comunità delle nazioni” celebrata da George W. Bush, salvo poi essere nel 2011 rovesciato e assassinato proprio a causa dell’intervento della Nato nel suo Paese.

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Con la sua azione, insomma, il Presidente Trump ha riportato all’attualità episodi storici che a Pyongyang sono molto noti e che influenzano l’approccio alla diplomazia della Corea del Nord. Presto sarà quest’ultima ad occupare nuovamente il centro delle cronache internazionali: il rischio che l’approccio di Kim Jong-un sia stato condizionato negativamente dalla mossa contro Bashar al-Assad è tutt’altro che remoto.