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Quelle giravolte dell’Onu con l’Arabia Saudita

Le Nazioni Unite hanno preso una storica decisione nei confronti dell’Arabia Saudita. Almeno questo è quanto emerso dall’ultimo report annuale sulla condizione dei bambini nelle zone di conflitto.

La blacklist che condanna l’Arabia Saudita

Ogni anno, infatti, l’Assemblea Generale stila un elenco, una blacklist, delle nazioni che non rispetterebbero i diritti dei bambini durante i conflitti. A finire nella lista della vergogna 2017 è stata “a sorpresa” la coalizione a guida saudita che opera nel teatro di guerra dello Yemen. La monarchia saudita e i suoi alleati sono stati accusati per l’uccisione di 683 bambini in Yemen, oltre a 38 attacchi certificati contro scuole e ospedali nell’ultimo anno solare di guerra. Nella lista nera sono finiti anche i ribelli houthi, i rivali dei sauditi in Yemen, anche loro colpevoli per l’uccisione di 414 bambini.

Sembrerebbe dunque che l’aggressività del conflitto yemenita, in particolare da parte saudita, sia finalmente venuta a galla in sede internazionale. Tuttavia già nello stesso report si può ravvisare una sorta di “marcia indietro”, che il Segretario Generale, Antonio Guterres, ha voluto imprimere. Nel documento, Guterres ha voluto personalmente apporre un appendice ricordando che “comunque le Nazioni Unite hanno ravvisato che la coalizione saudita ha messo in piedi delle misure durante il periodo esaminato per migliorare la protezione dei bambini. La lista è stilata non solo per far crescere l’allarme, ma anche per promuovere misure che possano aiutare la condizione critica dei bambini nei conflitti”.

La monarchia saudita ha ricattato Ban Ki-moon

Sembra dunque un tentativo di mediazione, quello posto in atto dal Segretario Generale, per mitigare l’accusa gravissima contenuta nel report. Questa lista annuale non è nuova a polemiche. Lo scorso anno, infatti, erano state sollevate proteste contro l’ex Segretario Ban Ki-moon per aver volutamente escluso la coalizione saudita dalla lista nera. Una decisione presa a causa delle pressioni da parte della stessa Arabia Saudita. La monarchia del Golfo aveva infatti minacciato le Nazioni Unite di tagliare i fondi ad esse destinati, se Ban Ki-moon avesse incluso la petrolmonarchia nella lista della vergogna.

Un vero e proprio ricatto cui l’ex Segretario Generale ha finito per sottostare a causa di “milioni di bambini che avrebbero fortemente sofferto in posti come Palestina, Sud Sudan e Siria, se i fondi fossero stati tagliati”. E anche quest’anno il regno saudita ha provato a esercitare pressione sugli alti rappresentanti Onu. A metà agosto, riportava Al Jazeera, l’ambasciatore saudita Onu si era espresso sulla possibilità che la monarchia finisse nella lista nera dicendo: “Confidiamo che le Nazioni Unite prenderanno una decisione appropriata sulla questione”.

All’Onu l’Arabia Saudita vigila sulle donne e i diritti umani

Che l’Onu abbia una posizione ambigua verso l’Arabia Saudita era già stato dimostrato da alcune, incomprensibili, nomine fatte negli ultimi anni. Il 28 settembre del 2015 veniva nominato Faisal bin Hassan Thad come presidente del comitato consultivo Onu dei diritti umani. Si trattava nello specifico dell’ambasciatore saudita presso le Nazioni Unite. Da allora il rappresentante della monarchia saudita ha avuto il compito di nominare gli esperti Onu sui diritti umani. Stride il fatto che proprio quegli esperti non abbiano ricevuto il permesso di entrare in Arabia Saudita dal lontano 2008. Stride poi, perché è risaputo come la legge wahabita di Riyad non sia così in linea con gli standard umanitari espressi dentro il Palazzo di Vetro.

Non finisce qui. Lo scorso aprile 2017 veniva concessa ai sauditi una rappresentanza Onu all’interno del comitato preposto alla lotta per l’uguaglianza di genere (Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne). Una decisione che è stata definita come “mettere un piromane a capo dei pompieria” da parte della direttrice dell’ONG UN Watch. Da queste contraddizioni risulta chiaro come l’Onu sia facilmente esposto a “ricatti” su questioni eticamente rilevanti. Se le Nazioni Unite dipendono infatti dai finanziamenti diretti degli Stati, da essi dipenderanno anche ideologicamente. La soluzione? Forse consisterebbe nel semplice abbandono di questa frenetica rincorsa ad un ruolo di autorità morale, da parte Onu,  sulle questioni internazionali. L’Onu non è infatti altro che l’espressione della realpolitik in tutte le sue accezioni.