LAPRESSE_20180329181351_26066099

Quella guerra per lo spazio
tra gli Stati Uniti e la Cina

All’inizio del 2016 gli Stati Uniti hanno creato la Smf (Space Mission Force), un reparto inquadrato nel 50esimo Space Wing di base a Schriver (Colorado) posto sotto il controllo diretto del Comando Spaziale (Afspc) con il compito di monitorare ed impiegare al meglio tutti i sistemi satellitari militari e di intraprendere azioni offensive e difensive volte a mantenere la supremazia americana in questo campo di battaglia.

Stiamo parlando della Space Warfare (Sw) ovvero del complesso di attività volte al controllo degli asset spaziali e dei sistemi atti a neutralizzarli, siano essi basati a terra o in orbita.

Uno studio condotto dal Secure World Foundation e pubblicato mercoledì scorso raccoglie tutte le informazioni note in merito alle capacità “counterspace” di quei Paesi che si pongono come concorrenti ed avversari degli Stati Uniti: dalla Cina alla Russia passando per Iran e Corea del Nord.

Secondo il report, un attacco verso il sistema satellitare americano avverrebbe con molta più probabilità utilizzando sistemi di guerra elettronica o ad energia diretta come jammer e laser piuttosto che con armi come missili antisatellite, che pur sono stati testati con successo dalla stessa Cina nel 2007, quando un missile SC-19 (un derivato del DF-21) ha colpito il satellite meteo FengYun 1C ad una altitudine di 865 km, come riportato nel documento.

Un attacco con un jammer potrebbe, ad esempio, disattivare un satellite o renderlo muto, un’arma ad energia diretta – anche basata a terra – potrebbe accecarlo bruciandone i sensori ottici e, cosa più plausibile, è possibile che un attacco di hacker venga diretto verso il terminale terrestre del sistema satellitare rendendolo inattivo.

Questa strategia “non cinetica”, ovvero non ricorrente ad armi ad impatto come i missili Asat – su cui torneremo a breve – è sicuramente meno dispendiosa e più difficile da controllare per gli analisti militari del Pentagono e sembra che Cina e Russia si stiano dando molto da fare sotto questo punto di vista.

Brian Weeden, uno degli autori del report, afferma che “la cattiva notizia è che stiamo assistendo a allo sviluppo e test di sistemi antisatelliti come non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda, la buona notizia, se così possiamo chiamarla, è che per il momento l’impiego operativo di questi sistemi è limitato a quelli di tipo non cinetico. Si sta sviluppando un’ampia gamma di tecnologie, da quelle cinetiche all’hacking passando per i jammer ma in ultima analisi solo queste ultime sembrano operative”.

Non è ancora chiaro come il Pentagono voglia correre ai ripari in merito alla proliferazione di queste metodologie di guerra antisatellite: per il momento, come ricorda lo stesso Weeden, la filosofia sembra essere quella del “se lo fanno tutti dovremmo farlo anche noi” e questo trend generale sembra che sia la leva che ha smosso i vertici militari portandoli a parlare con più chiarezza in merito alla Space Warfare senza rischiare di sollevare timori di una corsa agli armamenti in orbita.

Corsa agli armamenti spaziali che ricorda molto la Sdi (Strategic Defense Initiative) degli anni ’80 quando appunto cominciarono i primi concreti studi sulle reali possibilità di porre in orbita armi antimissile anche ad energia diretta che hanno ispirato l’odierna tecnologia antisatellite basata a terra o nello spazio grazie agli enormi progressi nel campo della miniaturizzazione.

Le opzioni della guerra antisatellite vedono una serie di sistemi diversi: armi a radiofrequenza installate su satelliti, laser di grande potenza basati a terra, veicoli di manovra per operazioni spaziali (come satelliti mina) e lancio di missili antisatellite da terra e da velivoli come l’Asm-135. Questo era un missile a propellente solido lanciato da un F-15 “Eagle” appositamente modificato. Il lancio avveniva ad una quota di 11.600 metri con un preciso assetto del velivolo in modo da immettere il missile in una precisa traiettoria di collisione col satellite bersaglio. Era dotato di una testata non esplosiva formata da un oggetto cilindrido ci 30 cm di diametro e dal peso di 15 kg che incorporava un giroscopio e dei piccoli razzi. Nel 1988 il programma fu ufficialmente cancellato ma secondo alcune fonti sarebbe stato solo apparentemente ritirato dal servizio ed è proseguito il suo sviluppo in segretezza.

A quel tempo l’arma antisatellite sovietica per eccellenza era un sistema simile installato su di un Icbm tipo SS-9 “Scarp” che però era abbastanza sensibile alle contromisure elettroniche, all’inganno del sistema di guida radar e alle manovre evasive messe in atto dal bersaglio, dato che l’intercettazione richiedeva più di 3 ore.

I sistemi jammer possono essere montati sia su satellite sia su piattaforme aeree come Uav o velivoli pilotati, e anche per i laser si pensò ad un sistema aeroportato – l’Abl – monato su un Boeing 747 appositamente modificato, ma in seguito il programma venne cancellato. Per contrario lo sviluppo di laser di grande potenza basati a terra e di quelli montati su satellite sembra continuare di buona lena: gli Usa riferiscono che nel 2006 un loro satellite era stato illuminato (da un fascio a bassa potenza quindi senza provocare danni) da un laser terrestre. Un altro sistema antisatellite particolarmente efficace potrebbe essere il già citato ricorso alle “mine spaziali”, ovvero una costellazione di piccoli satelliti dotati di carica esplosiva in volo su orbite fisse per lunghissimi periodi e tenuti sempre a distanza ravvicinata dai loro obiettivi in modo da poter esplodere al momento opportuno con brevissimo preavviso. Questa però sarebbe “l’ultima ratio” della guerra antisatellite in quanto i detriti provocati da un’esplosione provocherebbero quasi sicuramente il danneggiamento anche dei propri sistemi satellitari o di quelli degli alleati. Una soluzione simile ma a scala più grande era stata pensata nel pieno della Guerra Fredda con l’esplosione di un missile nucleare nello spazio ma l’Emp generatosi avrebbe “bruciato” anche la propria rete satellitare.

Nel report viene data quindi una panoramica generale sulle capacità antisatellite ed in particolare l’attenzione è rivolta alla Cina ed alla Russia, che sembrano aver intrapreso una “corsa agli armamenti spaziali”. In particolare la capacità cinese di colpire satelliti in orbita bassa (Leo, 100 – 1500 km ) viene considerata “matura” e “entro pochi anni sarà basata anche su lanciatori mobili”, per contrario la possibilità di colpire bersagli ad orbita media (Meo, 5 mila 10 – mila km) ed in orbita geostazionaria (36 mila km) appare ancora in “fase sperimentale”. La Russia per il momento sembra non avere ancora capacità antisatellite “su una scala sufficiente o capaci di raggiungere un’altitudine tale da porre in essere una minaccia critica agli assetti spaziali Usa”, comunque, sebbene sembri che gli sviluppi in questo senso non siano rivolti verso sistemi che vanno oltre l’orbita bassa, attuare disturbi di comunicazioni satellitari (jamming) su una vasta area a partire da stazioni a terra, come può effettuare il sistema da guerra elettronica Krasukha-4 – attualmente presente in Siria – che, oltre a poter accecare i radar di terra, quelli di velivoli Awacs ed i dispositivi di ricezione del segnale satellitare di Uav e missili da crociera, può accecare anche i satelliti in orbita bassa.