LAPRESSE_20170112192850_21821293

Quel Paese in bilico tra Nato e Russia

Dopo l’ingresso all’interno della NATO del Montenegro, nella penisola balcanica torna sempre più dirompente la questione del posizionamento dei paesi dell’area nello scacchiere internazionale; gli occhi sono stati, in questi ultimi mesi, puntati soprattutto sulla Macedonia e questo per via sia della sua posizione strategica e sia per la cronica fragilità delle proprie istituzioni, il tutto collegato poi ad un’instabilità politica solo parzialmente risolta con le recenti elezioni politiche vinte dal partito VMRO – DPMNE, ossia i conservatori con a capo Nikola Gruevski.

LEGGI ANCHE
Weah duramente criticato
sulla libertà di stampa in Liberia

Chi è Nikola Gruevski

Leader del governo dal 2006, Gruevski viene ritenuto essere ‘l’uomo forte’ di Skopje e colui in grado di saper tenere botta ad un’opposizione che è arrivata molto vicina a sconfiggerlo sul piano politico; infatti, a seguito di una crisi istituzionale durata quasi un anno, il paese è tornato al voto lo scorso 11 dicembre ed il partito di Gruevski è riuscito a vincere ma soltanto di misura ottenendo 51 seggi sui 120 del parlamento e quindi il prossimo governo dovrà essere gioco forza di coalizione. La crisi istituzionale in Macedonia, trae origine da molto lontano: il paese negli anni 90, anche a causa della vicinanza con il turbolento Kosovo, ha vissuto momenti di tensione tra la maggioranza slava – macedone e la minoranza albanese ed il tutto ha poi raggiunto l’apice nell’estate del 2001 con un conflitto armato civile breve ma molto intenso.  Dopo quell’episodio, l’assetto del paese è radicalmente cambiato mentre nel 2006 i conservatori riescono per la prima volta ad approdare al timone del governo a Skopje.

LEGGI ANCHE
L'asse Russia-Turchia
dietro Turkish stream

Tra accuse di corruzione e di potere autoritario, lo scontro tra Gruevski e l’opposizione si è fatto molto più intenso tra il 2015 ed il 2016, quando i movimenti socialdemocratici sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni dell’esecutivo; in tutto questo contesto, nel maggio 2015 riesplode la questione dei rapporti tra macedoni ed albanesi: a Kumanovo si registra infatti un’operazione di polizia culminata poi in una vera e propria carneficina con otto morti tra gli agenti e ventidue nelle fila di alcuni uomini armati identificati poi come appartenenti alla fazione macedone dell’UCK, ossia del gruppo kosovaro – albanese attivo durante il conflitto in Serbia di fine anni 90. Secondo il governo, tale gruppo era pronto a supportare azioni di sabotaggio volte a destabilizzare il paese; quel che accade dopo è la totale paralisi governativa: l’opposizione accusa le autorità e lo stesso Gruevski di responsabilità nella gestione della situazione, ma lo scenario diventa ancora più teso pochi mesi dopo.

Infatti, a minare le fondamenta del potere politico macedone è stato lo scandalo, sempre del 2015, delle intercettazioni compiute da persone vicine a Gruevski nei confronti di membri dell’opposizione; da lì sono nate altre proteste, con i partiti di minoranza pronti a mobilitare gran parte dell’opinione pubblica contro il governo. E’ in questo frangente che si inizia a parlare di ‘Maidan macedone’, un accostamento che non è casuale: modalità e toni della protesta sono molto vicini a quanto visto e sentito a Kiev tra il 2013 ed il 2014, ma gli esiti saranno del tutto differenti.

Gli interessi in gioco in Macedonia

Dimessosi nel gennaio 2016, Gruevski assieme all’apposizione aveva in un primo tempo fissato le elezioni anticipate nel giugno 2016, pur tuttavia lo stallo politico è durato fino alle recenti consultazioni per via di una nuova ondata di proteste successive alla grazia concessa dal presidente macedone, Ivanov, ai politici coinvolti nello scandalo delle intercettazioni; il rinvio delle elezioni, lungo tutto l’anno appena trascorso, è specchio di una situazione al limite, la quale riflette a sua volta l’importanza strategica della Macedonia. Infatti, durante le manifestazioni del 2015 e del 2016 sono apparsi simboli e riferimenti ben ricollegabili ad ONG ed associazioni internazionali che hanno avuto un ruolo pesante e decisivo nella sopra citata piazza Maidan, così come in altri contesti di presunte ‘rivoluzioni colorate’ accadute negli ultimi anni in giro per il mondo: tra queste, la Open Society Foundation  del magnate americano George Soros, così come non sono mancate a Skopje bandiere dell’Unione Europea e slogan a favore delle istituzioni comunitarie.

L’interesse a destabilizzare la Macedonia può essere ben visibile guardando una banale cartina geografica: il paese si trova nel bel mezzo della rotta balcanica degli immigrati che giungono dalla Turchia, così come il suo territorio è attraversato dal progetto del futuro Turkish Stream, il gasdotto che porterebbe in Europa il gas russo oltrepassando l’Ucraina. Su entrambe queste questioni, il governo macedone si è posto in una posizione poco gradita a Bruxelles ed a Washington: da un lato, ha chiuso la rotta balcanica sbarrando i propri confini con la Grecia, dall’altro lato non si è opposto al progetto voluto fortemente dalla Russia e, dulcis in fundo, Skopje si è dichiarata apertamente scettica circa l’introduzione di sanzioni contro Mosca. Dopo queste prese di posizione, il premier Gruevski ha iniziato a fronteggiare le crisi sopra citate e si è visto catapultare in piazza diversi cittadini che per mesi ne hanno chiesto le dimissioni.

Eppure Gruevski con il suo VMRO – DPMNE, all’inizio del decennio di governo erano ben visti dall’occidente: il premier ed il partito infatti, hanno portato avanti una politica di avvicinamento all’Europa ed alla NATO, mentre in campo economico sono state intraprese diverse azioni volte alla privatizzazione dei principali servizi della Macedonia. Adesso il paese, oggi più che mai, si trova ad un bivio: la virata apparentemente filorussa di Gruevski e la sua recente risicata vittoria elettorale, al momento tengono Skopje lontana da UE e NATO, ma il pendolo tra Bruxelles e Mosca oscilla paurosamente in un parlamento dove i numeri della maggioranza appaiono molto risicati. Al momento una ‘Maidan macedone’ è stata scongiurata, pur tuttavia nessun paese come la Macedonia può ben rappresentare cosa significhi essere in bilico tra occidente ed oriente.

  • mortimermouse

    questo significa che la nato agisce su “ordine” della sinistra, altrimenti non si spiega come mai si sono messi contro la russia…. e quando c’è di mezzo la sinistra, i guai vengono per tutti, non soltanto per i russi, ma anche a coloro che hanno imposto! statevene alla larga dalla sinistra! solo cosi possiamo evitare guerre come queste!!!

  • Bragadin a Famagosta

    continua l’accerchiamento( miope) della Russia, foriero di guai futuri per l’Europa

    • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

      L’espansione dell’Islam in Russia sta mutando l’Europa dell’Est …

  • Raoul Pontalti

    La Macedonia in sede UE ha l’ostracismo della Grecia al punto di doversi far chiamare internazionalmente FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia) e non Repubblica di Macedonia e ha anche dovuto cambiare bandiera per non irritare la grecia. La macedonia storica (pur con cambiamenti di confine dovuti alla storia e soprattutto con mutamenti etnico-linguistici nel tempo (la Macedonia antica non era considerata ellenica dai Greci i quali consideravano Filippo, padre di Alessandro Magno, un barbaro) con grecizzazione completa (greco attico della koinè) solo due secoli dopo la conquista romana e con poi lo stravolgimento delle invasioni slave del Vi secolo) occupava dei territori oggi corrispondenti in piccola parte ad Albania e Serbia, in parte alla Bulgaria e in grande parte alla Grecia. La repubblica odierna di Macedonia corrisponde alla parte occidentale dell’antico Regno bulgaro e la lingua slava parlata è un dialetto occidentale del bulgaro letterario (dialetto occidentale). Ha dunque un certo qual fondamento la resistenza greca al riconoscimento del nome di Repubblica di Macedonia. ma questa ragioen e la questione delle minoranze complica l’adesione del Repubblica di Macedonia alla UE, ovvio dunque che i “macedoni” si rivolgano anche altrove nei loro rapporti politici ed economici.