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Quei ragazzini delle fogne

Miguel è un ragazzino senza gambe. Per attirare l’attenzione della gente che passa veloce accanto alla stazione «Gare du Nord», a Bucarest, fa l’equilibrista sollevandosi sulle braccia. Vive nelle fogne della capitale della Romania insieme con altri giovani e giovanissimi che tutti cercano di evitare e far finta non esistano.

«Fotografa questo, guarda, riesco anche a camminare sulle mani… e faccio le scale». Miguel racconta una storia così triste da essere un incubo. «Quando avevo undici anni, una mattina papà e mamma mi hanno buttato sotto un tram per uccidermi. Non sono morto ma ho perso le gambe. Sono stato tantissimo tempo in ospedale e poi un giorno sono venuti a rapirmi e mi hanno portato via. Per colpa loro ho dovuto imparare a camminare sulle mani, perché volevano mandarmi a mendicare in giro per la città e così si fanno più soldi». Miguel è tossicodipendente, le sue braccia sono piene di tagli che lui stesso si è fatto con pezzi di vetro. «A volte vorrei uccidermi… tagliarmi le vene per morire e non dover più vivere come un animale da circo».

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Nel sottosuolo di Bucarest vivono fino a tremila giovanissimi, in una sorta di regno dell’ombra definito da regole e leggi che valgono solo lì.

Per capire e vedere una realtà spaventosa che si srotola parallela a poche decine di metri da negozi di lusso, macchine costose e una normalità dignitosa, serve un Virgilio. A guidarci nella discesa in questi inferi a mille chilometri dall’Italia è Liviu. Liviu è un amico di Miguel, anche se la parola amico tra loro non la usano mai. «Prima di venire giù devi farti marchiare, così sarai uno di noi, altrimenti lì sotto ti tagliano la gola immediatamente», così mi spegne la sigaretta sul dorso della mano e in meno di un minuto il rossore e la bolla d’acqua sono ben visibili. Scendiamo nelle fogne che qui, con un garbo inaspettato, chiamano canali. «Chi cazzo è questo? Da dove arriva? Perché l’hai fatto scendere?». C’è tensione, nessun sorriso, sguardi ostili. La «marchiatura» non sembra sufficiente per farsi accettare. «Tranquilli, è amico di Miloud. È qui per raccontare a tutti come viviamo qui sotto».

Ci si ritrova in mezzo a un brulichio di persone che dormono e vivono in condizioni inumane, molte delle quali sono tossicodipendenti e malati di Aids. La musica ad altissimo volume, un caldo umido che, insieme con una puzza insopportabile, dà la nausea e fa venire voglia di scappare per ritornare subito in superficie. Due ragazzi, buttati a terra in un angolo, stanno facendo sesso mentre altri, seduti vicino a loro, sembrano non notarli e sniffano colla. Uno si buca. Camminiamo e strisciamo in questo inferno per più di un’ora, fino a quando Liviu ordina «adesso è meglio tornare su, torniamo domani anche con Miloud. Ora voglio portarti da Marius». Lasciamo quel mondo fatto di buio, di minacce, odori che ti restano nel cervello, e ritorniamo su. La giornata è brutta, nuvole basse e scure, ma non ce ne accorgiamo. Sembra di essere in riva al mare quando tira vento anche se l’odore, quell’odore, non se ne vuole andare.

Liviu ci porta davanti a una macchina parcheggiata. È una Renault 5 vecchissima e senza ruote. «Aspetta qui, vedo se c’è». Bussa sui vetri appannati e, dopo pochi secondi, si apre la portiera. «Vieni – mi fa cenno Liviu -, lui è quello che ti dicevo». Marius ha dodici anni e da 5 anni vive dentro quella macchina con un grosso cane. «Sono scappato…. Sì anch’io sono scappato da mio padre che mi massacrava di botte tutti i giorni quando si ubriacava». Ha indosso una giacca e sembra quasi elegante, la sua espressione è tristissima, il volto è segnato dalla sofferenza e ha occhi da vecchio. «Aspetta, adesso esco. Mi dai una sigaretta?». Mentre fumiamo racconta la sua storia. Triste come i suoi occhi. «Perché vivi in una macchina e non con gli altri ragazzi nei canali, almeno al caldo?». «A volte scendo – risponde con fastidio -, quando muoio di freddo vado un po’ a scaldarmi, ma poi torno qui perché lui non riesce a scendere e non voglio lasciarlo qui da solo». «Lui» è un cane grande e dal pelo scuro, un mix di mille razze ma «è tutto quello che ho. Mi comprate qualcosa da mangiare, ho fame, sono 2 giorni che non mando giù niente».

I ragazzini della «repubblica delle fogne» hanno una storia lunga decenni.

Nel 1966 Nicolae Ceausescu, padre-padrone del Partito Comunista e dello Stato romeno, vietò l’aborto, aumentò le tasse per le persone di entrambi i sessi che, compiuti i 25 anni, non avessero figli, vietando anche ogni forma contraccettiva. Emanò il «decreto 770» per aumentare i livelli di natalità nel Paese in base al criterio elementare del «più siamo, più contiamo».

La conseguenza di tutto ciò fu una disastrosa crisi di povertà, ed iniziarono a verificarsi migliaia di casi di figli abbandonati al momento della nascita da parte delle famiglie. I bambini venivano rinchiusi in orfanotrofi, veri e propri lager dell’orrore, ove regnavano violenze, malnutrizione ed estrema sporcizia e povertà. Da lì le violenze e soprattutto le fughe verso il nulla di questi piccoli già grandi dentro, ma ancora in età da scuola elementare.

Una fuga come quella di Elvis, 11 anni, un maglione bucato e faccia e vestiti sporchissimi. Ai piedi un paio di scarpe di almeno tre numeri più grandi del suo piede. «Io vivo vicino alla stazione da quattro anni – dice -, da quando sono scappato dall’orfanotrofio di Pitesti. Mi picchiavano tutti i giorni e dormivo su un letto senza materasso. Sulle molle, hai capito?».

La «repubblica delle fogne» vive di elemosina, furti, proventi di spaccio di droga e della prostituzione, sempre più diffusa tra i ragazzini anche sotto i 15 anni. Questa società parallela è controllata da un capo, temuto e rispettato da tutti, anche lui orfano abbandonato a se stesso, ex streetfighter chiamato e conosciuto con il nome di «Bruce Lee», proprio come il leggendario campione di kung-fu.

È lui a rifornire i ragazzi di eroina, metadone, anfetamine, Aurolac, la colla-vernice metallica da inalare dopo averla scaldata e messa in sacchetti di plastica. È la droga più diffusa in quanto la più economica, placa i sintomi del freddo e della fame dando un forte senso di stordimento, oltre ad essere facilmente reperibile. Ha però effetti devastanti sul cervello provocando danni irreversibili.

In un mare di indifferenza da parte delle strutture pubbliche, a Bucarest è stata creata un’associazione chiamata «Pa-ra-da» dal clown franco-algerino Miloud Oukili che dal 1992 vive al fianco di questi ragazzi e bambini, cercando di inserirli in una società migliore anche attraverso l’arte del circo. Per una sorta di paradosso della storia, Oukili è riuscito a far sorridere ragazzini che avevano dimenticato cosa è un sorriso. Il clown ha salvato qualche decina di ragazzi, numeri piccoli ma la dimostrazione che con l’impegno si può ottenere qualcosa.

Il regista italiano Marco Pontecorvo ha girato un bellissimo film che narra la storia di come Miloud è diventato il pifferaio magico di Bucarest. Ed è riuscito a farlo guadagnandosi la fiducia e il rispetto di questi ragazzi, con esistenze difficilissime alle spalle e un futuro egualmente buio. È per questo che ancora oggi, chiunque arriva a Bucarest può imbattersi in questa realtà nascosta e volutamente dimenticata.

L’entrata in Europa da parte della Romania non ha cambiato le cose, così come non le aveva cambiate la fine della dittatura di Ceausescu nel 1989. Venticinque anni in cui nel mondo è cambiato quasi tutto, ma a Bucarest non è stato possibile espugnare la «repubblica delle fogne».