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Quei matrimoni proibiti tra bengalesi e Rohingya

Un amore impossibile, le nozze clandestine e la fuga per sottrarsi a un destino che li vorrebbe divisi. Potrebbe sembrare la trama di un romanzo ma quella di Jewel (26 anni) e Rafiza (18 anni) è una storia vera e allo stesso tempo dolorosa. Lui è un giovane cittadino bengalese studioso del Corano e insegnante in una madrasa nei dintorni di Dhaka. Lei invece è una degli oltre 620mila profughi di etnia rohingya fuggiti dalla Mnyanmar. Lontano da quello Stato di Rakhine in cui dalla scorsa estate infuria uno scontro sanguinoso tra i reparti dell’esercito birmano e i militanti islamici dell’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army). Uno scontro che si è trasformato presto in un vero massacro per i civili musulmani che hanno così iniziato a fuggire a piedi o in barca verso il vicino Bangladesh.

Rafiza viveva nell’immenso campo profughi di Kutulapong nella città di Cox’s Bazar dove ormai, a causa dell’incontrollato flusso di persone, la situazione è degenerata. Sporcizia, malattie, scarsità di medicine e generi alimentari flagellano gli sfollati quotidianamente. Per sfuggire a questa ingestibile situazione Rafiza e i suoi genitori si recarono in cerca di aiuto verso Nord nella moschea di Singair dove furono accolti da un’associazione islamica caritatevole. La moschea era la stessa in cui ha studiava il giovane Jewel. Proprio qui i due ragazzi si sono per la prima volta incontrati innamorandosi l’uno dell’altra. Subito Jewel ha chiesto al padre la mano di Rafiza, ma il suo sogno di sposarla è andato in frantumi poco dopo l’inizio dei preparativi per il matrimonio.

Il 14 settembre l’amministrazione distrettuale ha ordinato il ritorno della famiglia di Rafiza nel campo profughi di Kutulapong. Il governo bengalese infatti, dopo aver inizialmente aperto le porte ai profughi birmani, si è reso conto di non essere più in grado di gestire economicamente la situazione. Ha dunque iniziato a radunare nuovamente tutti gli sfollati all’interno dei campi profughi in attesa di un rimpatrio.  Anche la fortissima pressione interna ha portato il premier Hasina Wazed ha cercare un accordo con la sua omologa Aung San Suu Kyi per il rimpatrio in tempi brevi.

Venuto a conoscenza del ritorno di Rafiza a Cox’s Bazar, Jewel ha viaggiato per circa 500 chilometri per riuscire a rintracciarla tra le migliaia di persone che affollano l’immensa baraccopoli. I due si sono sposati in una moschea situata all’interno del campo. Il matrimonio è stato condotto dall’imam della moschea secondo le norme e i principi islamici. La romantica storia di Rafiza e Jewel è stata raccontata anche da alcuni giornali del Bangladesh ed è divenuta subito famosa. Il caso è divenuto noto come la prima unione della recente ondata di migrazioni.

Ma questo non è bastato ai novelli sposi per poter finalmente vivere in pace. Per le autorità bengalesi infatti il matrimonio non è ritenuto valido. Una legge dello stato datata luglio 2014 proibisce infatti l’unione tra cittadini del Bangladesh e rifugiati Rohingya provenienti dal Mnyanmar.  Quest’anno, il 25 ottobre, il governo ha emesso un’ulteriore modifica alla legge: saranno appositi funzionari statali a controllare direttamente i registri matrimoniali per assicurarsi che gli sposi siano entrambi di nazionalità bengalese. La stretta sui matrimoni è prevista soltanto in aree cosiddette “speciali”,  vale a dire Cox’s Bazar, Bandarban, Rangamati e Chittagong, cioè quelle a ridosso col confine birmano dove più massiccia è la presenza di Rohingya. La pena, per chiunque trasgredisca alla norma, è di almeno sette anni di carcere. Il governo afferma che il divieto è inteso a impedire ai rifugiati Rohingya di usare i loro certificati di matrimonio per ottenere la cittadinanza del Bangladesh e diventare residenti permanenti. Secondo gruppi di attivisti, ci sarebbero numerosi casi di matrimoni combinati per scampare alle condizioni disagiate dei campi nella parte meridionale del Paese. Moltissimi sono i casi in cui giovani donne e addirittura bambine provenienti dal Mnyanmar sono state praticamente vendute a uomini bengalesi ottenendo in cambio qualche soldo per poter mangiare. La storia di Jewel e Rafiza sembra però essere andata diversamente.

Non riuscendo a registrare il matrimonio presso gli uffici statali la coppia ha preso la strada verso il Nord, stabilendosi per qualche settimana nel distretto di Manikganj. La polizia, probabilmente allertata da qualche delatore, ha tentato di arrestare i due amanti che però sono riusciti a far perdere le loro tracce. Ancora oggi sono in fuga, nascosti da qualche parte in attesa che qualcosa cambi a livello legislativo.

Nel frattempo il padre di Jewel, Babul Hossain, ha presentato una petizione scritta contro la legge anti-matrimonio. L’Alta corte si è data qualche settimana per rispondere e il verdetto è giunto proprio pochi giorni fa (7 gennaio 2018).  La legge statale è stata confermata e le richieste del padre del ragazzo sono state respinte così come la richiesta di proscioglimento. Al padre è stata inoltre comminata una molta di 100mila taka (circa 1000 euro) per le spese legali. Quando verrà rintracciato, Jewel finirà quasi certamente dietro le sbarre.  Babul Hossain dopo la sentenza dell’Alta Corte ha respinto le accuse rivolte al figlio affermando che la loro unione non è affatto motivato da questioni legate alla cittadinanza, bensì da affetto sincero: “Se è permesso a un bengalese di sposare una donna cristiana o di una qualunque altra religione, cosa c’è di sbagliato nel matrimonio di mio figlio con una musulmana Rohingya?”.

  • https://www.youtube.com/watch?v=S31VLG8Qi78 Panthera Pardus

    Quindi i rohingya sono talmente del impiastri che non gli vogliono nemmeno in un paese confinante dove sono terrorist… volevo dire musulmani come loro… te guarda i casi della vita.

    Ha già fatto una dichiarazione al riguardo l’imam di Roma? L’argentino è sempre in prima linea in questi casi.. magari adesso con la comunità di San TopoGigio e il corridio umanitario ci arriva la coppia dell’articolo a mangiare a sbafo on italia.

    • Fra Birk

      La colpa è dei carnefici, incolpare altri è discolparli cioè aiutarli a danno delle vittime.

      • Zeneize

        Va’ a pulire il cesso, va’.