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MARADI, Niger (April 6, 2007) - Nigerien army soldiers from the 322nd Parachute Regiment practice field tactics during combat training facilitated by U.S. Army Soldiers during exercise Flintlock 2007. The multi-national exercise, which is part of the U.S. State Department's Trans-Sahara Counterterrorism Partnership, is an ongoing and long standing military-to-military relationship between Niger and the U.S. that provides an interactive exchange of military, linguistic and intercultural skills for both. U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 1st Class Michael Larson (RELEASED)

Quei calciatori impegnati
nella caccia ai trafficanti in Niger

Il calcio in Niger non è solo lo sport nazionale, ma è un movimento che tocca le corde della società come forse in nessun altro posto nel continente nero. In una nazione crocevia del traffico di migranti, tappa obbligatoria di passaggio verso le coste libiche, sono addirittura i calciatori della nazionale a ergersi a baluardo di una ritrovata legalità. Gli eroi della tifoseria nigerina sono gli atleti della Gendarmerie nationale nigérienne (Gnn), la squadra dell’esercito, fondata nel 1974 e iscritta al locale campionato di serie A. Non sono professionisti, ma militari con l’hobby del pallone e soprattutto colonna portante della locale nazionale. Ogni maledetta domenica, tanto per scomodare Oliver Stone, cercano di regalare soddisfazioni ai diecimila sostenitori che prendono posto sulle tribune, coperte da un tetto rigorosamente in amianto, dello stadio dedicato al generale (golpista) Seyni Kountché. Negli altri giorni della settimana invece collaborano con il contingente francese, presente con i tremila soldati dell’operazione Barkhane, e a breve anche con i soldati italiani, nel tentare di frenare l’emorragia di disperati dall’Africa verso il Mediterraneo.

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Ed è proprio per queste ragioni che se un abitante del Niger leggesse che si stanno accendendo i riflettori sulle partite di pallone potrebbe addirittura provare un moto d’orgoglio. Anche perché sta contribuendo in maniera concreta all’accensione di ogni singola lampadina, sostenendo il sacrificio chiesto dal governo per inviare la nazionale al Cairo (il prossimo 23 marzo) e affrontare l’Egitto. Il presidente Mahamadou Issoufou ha disposto l’introduzione di una tassa pro tempore sulla corrente elettrica, stimando un introito pari a tre milioni di euro. Denaro che verrà utilizzato per versare gli emolumenti all’allenatore, l’ex oggetto misterioso dell’Ascoli Francois Zahoui, per l’acquisto dei diritti tv dell’evento e per pagare volo e albergo alla squadra. Si tratta di un sacrificio economico considerevole per una nazione che convive con cicliche crisi alimentari e che «vanta»» un reddito pro capite di poco superiore a un dollaro al giorno. Nel recente passato le trasferte della nazionale e della Gnn (che di fatto sono la stessa cosa) erano state agevolate da una tassa sulla telefonia mobile. Ma a quelle latitudini i calciatori-soldati godono di un rispetto che sfocia in una sorta di sacralità.

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Nella capitale Niamey, dove i polli e le nutrie vengono venduti in mazzi a bordo strada, a testa in giù come i fiori, dove un qualsiasi angolo e qualche mattone sono sufficienti per costruire una moschea per viandanti, dove tutto sembra funzionare nonostante l’apparente anarchia, il giorno si spegne all’improvviso, alle 18 in punto. In quel frangente entrano in azione i calciatori-soldati della Gnn, abili a muoversi in un’oscurità a dir poco claustrofobica. Nigeriani, gambiani, maliani, esuli del Ciad e altri disperati del Corno d’Africa si giocano la carta di Niamey, tappa obbligatoria per raggiungere l’Algeria e poi la Libia da dove tentare di approdare, via mare, in Italia. Quelli che rimangono nella capitale del Niger, senza soldi e senza lavoro, sopravvivono grazie all’aiuto dei loro connazionali insediati da più tempo, o si spostano in Mali. «Lo so, sembra assurdo – racconta Moussa Alzouma, portiere e sergente di lungo corso – abbiamo gente che scappa da regioni in guerra per trovare rifugio in un paese, il Mali, reso instabile dalla presenza jihadista e in parte ancora in conflitto».

Il campo profughi di Tillaberi, a 40 km a nord di Niamey, è amministrato dalle Nazioni Unite e ospita circa settemila persone, qui spesso vengono dislocati gli uomini della Gnn, anche i ragazzi della pattuglia atleti dell’under 19. Centinaia di tende, frutto di un collage tra teli di plastica, rami di alberi, spago e paglia, si ergono nel bel mezzo del nulla, alle porte del deserto. Qui non esistono ripari naturali dal sole e dalla sabbia. I servizi igienici sono all’aria aperta, di elettricità non ce n’è e l’acqua, la stessa che viene utilizzata per bere e lavarsi, viene stoccata in una grande cisterna al centro dell’accampamento. «Ce ne sono diversi di campi come quello e anche di peggiori – dice Souleymane Sacko, centrocampista e capitano della nazionale, ma “solo” maresciallo nell’esercito – il nostro compito è anche quello di presidiare e controllare l’area, per evitare ulteriori fughe verso l’Algeria e la Libia». Sull’arrivo dei soldati italiani che saranno impegnati in una missione probabilmente denominata Deserto Rosso, Sacko, non ha alcuna esitazione: «La situazione sta diventando insostenibile. Siamo impegnati sia nel dare la caccia ai mercanti di esseri umani che ai jihadisti, che ci tendono continui agguati. Un sostegno di uomini è di fondamentale importanza».

I calciatori della Gnn sono infatti costretti a fare i conti anche con i miliziani di Boko Haram, che si spingono nel sud del Niger dopo avere «colonizzato» alcune regioni di Camerun, Ciad e Nigeria. «Con quelli di Boko Haram devi essere veloce e sparare il più rapidamente possibile – ammette il soldato semplice, e difensore della nazionale, Amadou Laouale -. Se finisci nelle loro mani, è meglio suicidarsi per non soffrire le pene dell’inferno». I soldati pattugliano giorno e notte il fiume Niger, all’altezza di Gaya, sul confine con la Nigeria, e ogni tanto capita di avvistare i jihadisti sull’altra sponda. Amadou sembra il più loquace della sua unità, probabilmente anche perché si infonde coraggio bevendo la birra calda di cui dispone la truppa. «Se tentano di attraversare il fiume li sterminiamo a colpi di kalashnikov. Ci devono solo provare», dice sicuro di sé, mentre i suoi commilitoni lo incoraggiano con pacche sulle spalle accovacciati sul retro di una jeep.