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Ecco quanto spendono gli Usa per bonificare il nucleare

I vecchi poligoni dove sono state testate, i siti di stoccaggio, le strutture per la produzione e la ricerca che hanno creato l’arma più letale del mondo: con la Guerra Fredda e la corsa agli armamenti che ha portato allo sviluppo e la produzione di migliaia di testate nucleari, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha dovuto iniziare ad occuparsi della bonifica e dello stoccaggio di tonnellate di scorie radioattive. Fino ad arrivare a spendere 377 miliardi di dollari.

Se il costo per la produzione di armi nucleari negli Stati Uniti è cresciuto rapidamente – e continua a crescere – quello per lo smaltimento dei rifiuti e delle componenti di scarto che portato a ottenere le materie da sottoporre a fissione e fusione nucleare non sono da meno. Il compito è affidato al DoE, lo stesso dipartimento che gestisce la produzione di tutta l’energia del paese,  compresa appunto l’energia nucleare, e ciò che lascia alle sue spalle: il lato potenzialmente più nocivo per gli States. Si tratta di immagazzinare e trattare oltre 90 milioni di litri di rifiuti radioattivi e pericolosi situati in più di 240 grandi serbatoi sotterranei, trattare milioni di metri cubi di suolo e oltre 1 miliardo di galloni di acque sotterranee, smaltire tonnellate di combustibile nucleare e di materiali come uranio altamente arricchito e plutonio.

Negli ultimi cinquant’anni gran parte del portafoglio del Dipartimento è stato gestito per lo sviluppo e la produzione di armi nucleari sempre più potenti e distruttive che, dopo l’impiego “risolutivo” contro il Giappone nel secondo conflitto mondiale, sarebbero dovute servire come arma deterrenza globale o ultima ratio per frenare l’avanzata dell’Unione Sovietica – anch’essa impegnata in una corsa agli armamenti nucleari. Questa corsa allo sviluppo e alla produzione mai frenata ha portato ad enormi quantità di materiale radioattivo che degli ultimo decennio sono pesati sul bilancio per quasi quattrocento miliardi di dollari. L’ultima relazione del General Accounting Office (GaO) ha stimato un costo totale della pulizia da contaminazione che raggiunte i 100 miliardi in un solo anno, dimostrando tra l’altro che la fabbrica di armi nucleari che porta la “Star and Stripes” non si ferma.

Secondo le stime resocontate e le informazioni desecretate, nel 1967, culmine della corsa agli armamenti nucleari, gli Stati Uniti possedevano 31.255 armi nucleari di varie tipologie: atomiche, all’idrogeno, al neutrone. Oggi l’arsenale nucleare sarebbe sceso 6.550. Portando gli Usa a disarmare ed eliminare 25mila armi nucleari che hanno lasciato una quantità enorme di scorie. La produzione e lo sviluppo di nuove armi nucleari all’avanguardia inoltre non si ferma a causa delle tensioni globali.

I siti dove sono state sviluppate le armi durante la Guerra Fredda sarebbero un centinaio, suddivisi per tutta la grandezza degli Stati Uniti d’America. L’opera di disarmo, e quindi di conseguente bonifica, è iniziata nel 1989 quando l’Unione Sovietica era ormai prossima al collasso e l’arsenale nucleare statunitense ampiamente sufficiente ad annichilire il pianeta.  Secondo l’Office of Environmental Management, ad ora il dipartimento ha completato la bonifica di 91 dei 107 siti nucleari. Solo 16 secondo il rapporto del GaO non sono ancora stati “ripuliti”. Tra questi, il solo sito di Hanford, che durante la Guerra Fredda ha prodotto la maggior parte del nucleare destinato alle armi, è stato stimato in 141 miliardi di dollari.

Il processo, oltre che complesso e in alcuni casi pericoloso, richiederà ancora molti anni per essere terminato e non esclude un aumento dei costi previsti. Questo in concomitanza con una fase di riarmo, che vede il Pentagono preoccupato per l’ascesa delle potenze eurasiatiche che testano armi sempre più letali, che ci trascinano in una nuova era della deterrenza.