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Quale futuro per i foreign fighters europei?

L’Isis è stato quasi completamente sconfitto in Siria e in Iraq. Non così i suoi combattenti, i foreign fighters. Il loro ritorno nei rispettivi Paesi di provenienza rappresenta una questione spinosa per l’Europa, soprattutto dopo l’accelerazione impressa al dibattito dal presidente americano, Donald Trump.

Lo scorso fine settimana, attraverso un tweet, Trump ha posto l’Europa di fronte a un ultimatum, minacciando di rilasciare gli 800 foreign fighters europei catturati in Siria, qualora Gran Bretagna, Francia, Germania e gli altri Paesi europei non siano disposti a prenderli in carico, sia per la detenzione che per il successivo processo.  

I tre Stati citati dal presidente americano costituiscono, insieme a Danimarca, Belgio e Paesi Bassi, i Paesi dai quali, secondo le stime dell’Unione europea, sarebbe partito il maggior numero di foreign fighters – circa l’80 per cento.

In un clima internazionale teso, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles per discutere la questione urgente del rimpatrio dei foreign fighters.

Francia

Già prima dell’incontro di Bruxelles, gli Stati citati da Trump hanno provveduto a chiarire la loro posizione.

Parigi ha dichiarato di voler valutare il rimpatrio dei foreign fighters “caso per caso”, politica fin qui seguita e che non è disposta a cambiare, nonostante le sollecitazioni del presidente americano. Nicole Belloubet, ministro della Giustizia francese, ha chiarito che “in questa fase, la Francia non darà seguito alle richieste di Trump”.

Secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, solo il 12 per cento dei foreign fighters sarebbe al momento rientrato in Francia: 225 individui sui 1.910 partiti alla volta della Siria.

Germania

Anche per la Germania accogliere le richieste di Trump potrebbe rivelarsi “straordinariamente difficile”. Sul punto, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas ha dichiarato che “servono ancora informazioni e indagini. Al momento non sono in corso, e finché non lo saranno, penso che sarà molto difficile da realizzare”.

Secondo Maas, i foreign fighters tedeschi avrebbero tutto il diritto di tornare in patria, tuttavia, il loro rientro dovrebbe coincidere con l’avvio di un processo immediato, cosa al momento non ancora possibile.

Secondo i dati forniti dall’Ufficio federale della Protezione della costituzione (Bfv) tedesco, a partire dal 2013, più di 1.050 foreign fighters avrebbero lasciato il Paese per unirsi alla causa dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Di questi, un terzo sarebbero rientrati in Germania, mentre circa 200 sarebbero morti nei territori del califfato. Tra coloro che sono tornati, più di 110 avrebbero svolto un “ruolo attivo” nei combattimenti a fianco dei jihadisti dell’Isis e sarebbero pertanto “oggetto di indagini giudiziarie e di polizia”.

Gran Bretagna

Più netta la risposta della Gran Bretagna. Londra sostiene che i foreign fighters debbano essere processati nel territorio in cui sono stati commessi i crimini e laddove  i combattenti sono stati catturati.

Il ministro degli Interni del Regno Unito, Sajid Javid, ha rifiutato l’eventualità del rimpatrio dei foreign fighters, affermando che “non esiterà” a impedire il ritorno dei cittadini britannici che si sono uniti all’organizzazione terroristica. Secondo Javid, coloro che cercheranno di rientrare saranno sottoposti a “interrogatori, indagini e forse anche procedimenti penali”.

Secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, sarebbe ritornato circa il 50 per cento dei foreign fighters partiti dal Paese, per un totale di 425 persone.

Il capo del servizio d’intelligence britannico MI-6, Alex Younger, ha sottolineato il dilemma legale che la Gran Bretagna si trova ad affrontare in merito al rimpatrio dei foreign fighters. I cittadini britannici hanno il diritto di tornare a casa, ma nel caso in cui lo facciano, potrebbe essere complesso perseguirli, dal momento che è difficile provare i crimini commessi nei territori del califfato, secondo gli standard previsti dai tribunali europei.

Allo stesso modo, la mancanza di un processo, prevedrebbe una spesa ingente per il reintegro dei jihadisti nella società e per il costante monitoraggio di tutte le loro attività.

L’Europa e i foreign fighters

Tra i 3.922 e i 4.294: questo il numero di europei che a partire dal 2011 – anno di inizio della guerra civile siriana –  avrebbero raggiunto Siria e Iraq per unirsi alle organizzazioni terroristiche, prima fra tutte lo Stato islamico, secondo un report del Parlamento europeo (2018). Di essi, solo il 30 per cento sarebbe già tornato in patria.

Se la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine, il loro rientro rappresenta tuttavia una possibile minaccia per la sicurezza. Le competenze acquisite durante la loro permanenza in zone di guerra fanno temere che possano continuare a diffondere l’ideologia dell’Isis in Europa, attraverso azioni di proselitismo, di raccolta fondi e di facilitazione delle operazioni terroristiche.

A rientrare nei rispettivi paesi di origine non sono esclusivamente singoli individui, ma anche le loro famiglie. Una delle questioni maggiormente analizzate negli ultimi mesi è il grado di coinvolgimento delle cosiddette “mogli dell’Isis” all’interno dell’organizzazione terroristica.

Si stima che più di mille donne e di 2mila bambini, provenienti da almeno 20 Paesi, siano detenuti nelle carceri siriane, irachene e libiche con l’accusa di avere il proprio padre o il proprio marito tra le file dello Stato islamico.

Anche la questione dei figli dello Stato islamico non è da sottovalutare. Molti di loro sono nati nei territori che si trovano sotto il controllo dello Stato islamico e non hanno documenti di identità validi nei Paesi di origine dei loro genitori. Spesso, gli Stati in cui si trovano non hanno relazioni diplomatiche con tali Paesi e questo rende il loro ritorno ancora più tortuoso.

A ciò si aggiunga che, all’interno del califfato, molti bambini sopra i 9 anni hanno ricevuto un addestramento militare e un profondo indottrinamento. Una sfida molto complessa per i Paesi di origine è comprendere che tipo di “minaccia” possano rappresentare e quali risposte sociali e giudiziarie possano essere approntate per minori di quell’età.