L'immagine di Putin e Assad in Siria (LaPresse)

Siria, Putin e Trump trovano l’accordo
Ecco cosa prevede il patto di Helsinki

Nell’incontro di Helsinki fra Donald Trump e Vladimir Putin, tra i vari temi trattati, la Siria è certamente stata uno dei principali. La guerra che da anni sconvolge il Medio Oriente e, in particolare, il popolo siriano, sta volgendo lentamente al termine. Ma le insidie e le incognite restano estremamente importanti. La principale, almeno fino a questo momento, è rappresentata dal fronte meridionale e dal coinvolgimento di Israele.

La liberazione di Daraa e l’avanzata dell’esercito siriano verso Quneitra, alle porte del Golan, preoccupano il governo israeliano. Da anni, lo Stato ebraico è coinvolto nella guerra siriana. Prima con il sostegno ai ribelli del Sud, poi con raid chirurgici contro le presunte basi iraniane in Siria. E ora continua a monitorare con preoccupazione i movimenti delle truppe di Damasco al di là del suo confine. La vittoria di Bashar al Assad sembra ormai essere stata accettata: ma Benjamin Netanyahu vuole qualcosa di più, e cioè la garanzia dell’assenza di forze legate all’Iran in tutta la parte meridionale della Siria. E vuole che i siriani non pensino a riappropriarsi del Golan, annesso de facto.

Questa richiesta è stata avanzata da tempo sia a Trump che a Putin. Quest’ultimo, incontrato poco prima del summit di Helsinki a Mosca, è considerato il vero artefice della vittoria di Damasco ma anche l’unico leader in grado di mediare fra forze contrapposte come Siria e Israele. Ed è l’unico in grado di poter fare da mediatore fra due poli opposti come Iran e Israele, puntando anche sui buoni rapporti con il presidente degli Stati Uniti.

Durante l’incontro fra il presidente degli Stati Uniti e quello della Russia si è giunti dunque a un accordo-quadro. Chiaramente dovrà essere poi verificato alla prova dei fatti. Ma sembra l’unico che possa condurre a una definizione del conflitto senza che degeneri in un ulteriore inasprimento e in una possibile escalation militare. 

Secondo le fonti dell’intelligence israeliane citate dal sito Debka, molto vicino ai servizi, il patto prevede il passaggio alla responsabilità della Russia di tutte le parti della Siria meridionale e sud-occidentale che confinano con Israele e Giordania. Ai russi saranno assegnati tutti i punti strategici per la sorveglianza e il monitoraggio delle aree che vanno dal Mediterraneo orientale al confine con l’Iraq, praticamente quasi ad Al Tanf, base americana. In sostanza, Putin diventerebbe il garante assoluto di tutto il fronte meridionale siriano.

Questo accordo sarebbe l’unico in grado di fermare i raid israeliani in Siria. Ed è l’unico che può permettere ad Assad di riprendere il controllo della fascia meridionale del Paese, facendo in modo che le forze occidentali non interferiscano nell’offensiva contro i ribelli e contro le ultime sacche dello Stato islamico. È un patto che tutela Israele, certamente. Ma è un accordo che serve anche alla Russia per evitare che un’eventuale escalation possa colpire la strategia costruita in maniera così meticolosa da Putin in questi anni di guerra al fianco di Assad. E che adesso può permettere ai russi di concentrarsi su Idlib, roccaforte del terrorismo islamico e protetta dalla Turchia.

Tutti vincitori in questo accordo? Tutti tranne l’Iran e i suoi più stretti alleati. Il governo di Teheran ha per anni sostenuto la riconquista di Damasco contro forze ribelli e gruppi terroristici. E i rapporti fra l’Iran e la Russia sono sempre stati ottimi anche grazie a questa saldatura militare nata con la guerra in Siria. Ma il Cremlino non è solito abbandonare gli alleati. Ed è chiaro che, se la Russia deve fare da mediatrice, dovrà anche avere ottenuto qualcosa in cambio nei confronti di Teheran. Oppure, l’alternativa è che il patto per salvare Assad e la strategia russa in Siria implichi un graduale abbandono dell’Iran a se stesso, come ipotizzato da alcuni analisti.

  • Flavio Stilicone

    La fine del conflitto è cosa buona. Trump però rischia la vita. Ha modificato la politica estera americana basandola sul rapporto personale ma così sfugge al controllo degli strateghi americani (peraltro poco brillanti). Se in un secondo tempo gli riuscisse di pacificare Israele con Siria e perfino Iran (dopo la Corea del Nord nulla è impossibile) la pace in medio oriente vorrebbe dire il ritiro delle truppe USA dallo scenario mediorientale. Non glielo permetteranno mai. Dal punto di vista dei “suoi” è una variabile impazzita, da fermare.

    • bruno

      Assecondare in toto gli interessi di Israele è una polizza sulla vita niente male

  • johnny rotten

    Nessuno lo vuole ascoltare da anni eppure il Presidente Assad ha detto più volte e a chiare lettere che la Syria intende riprendersi le alture del Golan, che persino l’onu considera occuppate illegalmente da israele, quando verrà il Momento dei Fatti, e verrà, allora saranno costretti ad ascoltarLo.