Lago Chad

Un progetto per salvare il lago Ciad
deciderà il futuro degli Stati africani

Nel ventunesimo secolo sembra impossibile l’esistenza di luoghi della nostra terra non ancora del tutto ricostruiti in una mappa; in un periodo di satelliti, immagini provenienti sia dalla terra che dal cielo, appare facile pensare che per ogni angolo del nostro pianeta non vi sia almeno una precisa ricostruzione tramite mappe e cartine. Eppure, tali luoghi esistono ancora: il lago Ciad ad esempio, è uno di questi; scoperto nell’800 all’epoca delle grandi esplorazioni ad opera degli europei, questo immenso bacino idrico non è mappato del tutto e non si conoscono in maniera esatta e precisa i propri confini. Si tratta di uno dei “serbatoi” d’acqua più importanti e grandi dell’intero continente nero, da cui attingono tutti i territori circostanti appartenenti a quattro diversi Stati: Ciad, Cameron, Nigeria e Niger; senza queste acque, molte regioni delle nazioni prima menzionate sarebbero completamente a secco e l’agricoltura dell’intero Sahel ne risentirebbe. E’ per questo che, nei giorni scorsi, ad Abuja è stata organizzata una conferenza che ha affrontato le tante problematiche inerenti questo lago.

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Un lago sempre più povero

Il motivo per il quale il lago Ciad è difficile da decifrare sotto un profilo meramente geografico, sta nella sua stessa natura; si tratta infatti di un bacino cosiddetto “endoreico”, ossia senza l’apporto di veri e propri emissari, bensì costituito soprattutto dalle acque piovane e dall’approdo idrico proveniente dalle zone circostanti. In poche parole, il lago Ciad altro non è che il punto di convergenza del reticolo idrico della zona che va a riempire un punto topograficamente depresso; nel corso della storia, tale lago ha raggiunto punti di grande espansione affiancati a periodi invece di scomparsa totale delle sue acque: attualmente, come detto, la sua espansione si è ridotta di circa il 90% rispetto ai rilevamenti effettuati negli anni 70 del secolo scorso, è per questo che i governi che condividono i confini di questo bacino idrico hanno iniziato a mettere a punto un piano per la sua rinascita.

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 Il progetto Transaqua

Ad Abuja si è trovato l’accordo per un corposo ed ambizioso cronoprogramma che prevede, nel giro di pochi anni, la costruzione di un canale di 2.400 km che dal bacino del fiume Congo porti le acque direttamente nel lago Ciad; si tratta, in realtà, di un progetto che ha tre decadi di vita e che già negli anni 80 era stato pensato dalla società italiana di Bonifica. Instabilità politica e ritardi nei finanziamenti hanno fatto per lungo tempo arenare il progetto, ripreso però dopo l’incontro tra i governi di Nigeria, Ciad, Niger e Cameron nella capitale nigeriana; il punto di partenza è rappresentato dalla convinzione secondo cui, alla base del prosciugamento graduale del Ciad, compartecipano fattori quali la siccità, le piogge più carenti, ma anche lo sfruttamento intensivo delle acque ed il degrado ambientale attorno il bacino. Da qui, è partita l’idea di tirare fuori dal cassetto l’ipotesi del canale artificiale, dando al progetto il nome di “Transaqua”; tutti e quattro i leader presenti ad Abuja, assieme ai vertici della Banca Africana per lo Sviluppo, hanno concordato sulla possibilità di effettuare questa gigantesca opera.

Il progetto Transaqua prevede, in parole povere, il collegamento del fiume Congo con il fiume Oubangui e, da qui, le sue acque sarebbero poi portate verso il Chari, corso fluviale che è poi possibile metterlo direttamente in collegamento con il lago Ciad; un progetto da 14 miliardi di Euro, lavori ardui e molto difficili da realizzare, una vera e propria impresa da mettere a punto anche se dal vertice di Abuja trapela un certo ottimismo. Il documento finale vede nel progetto Transaqua un obiettivo fondamentale e non più rinviabile per la stabilità ambientale, economica e sociale della regione.

I dubbi sul progetto

Ma non tutti sono concordi sia sulla fattibilità del progetto, sia sull’allarmismo circa le condizioni del lago Ciad; preso in passato anche come emblema dei problemi ambientali del pianeta, come ad esempio nel documentario del 2006 dell’ex vice presidente statunitense Al Gore, secondo alcuni studiosi ciò che sta accadendo in questo importante bacino idrico potrebbe in realtà rappresentare una normale evoluzione storica data dalla natura del territorio. Come detto, il Ciad è un lago endoreico e dunque dipende molto dall’apporto delle acque piovane e del reticolo idrico circostante; se diminuisce la pioggia, le acque inevitabilmente si ritirano mentre, al contrario, nelle stagioni in cui le precipitazioni appaiono più abbondanti allora le dimensioni del bacino aumentano: “E’ per questo che è impossibile tracciare una mappatura del Ciad – afferma Christian Seignobos, geografo e direttore dell’istituto di ricerca e sviluppo di Parigi E’ un lago poco profondo, dipendente dagli afflussi del Chiari e delle acque piovane”.

Dunque, l’allarmismo degli ultimi decenni sarebbe ingiustificato; anzi, secondo Seignobos il ritiro delle acque ha favorito l’aumento di superficie coltivabile attorno le rive del lago e l’immissione di nuovi metri cubi d’acqua provenienti dal fiume Congo, potrebbe rappresentare una tragedia economica per non poche comunità. Ma c’è chi si spinge oltre, vedendo nel progetto Transaqua non solo un qualcosa di poco opportuno per economia ed ambiente, ma anche un vero e proprio progetto di speculazione economica; ad avanzare questa ipotesi è Roland Pourtier, secondo cui dietro la volontà di collegare il fiume Congo con il lago Ciad ci sarebbero meri interessi finanziari; Pourtier, che è presidente dei geografi francesi, già da diversi anni ha bollato il progetto in questione come irrealizzabile e nocivo per i paesi che ne sarebbero coinvolti.

Tra chi si oppone al Transaqua inoltre, c’è chi sostiene che l’allarme lanciato sul lago Ciad è in realtà funzionale al lancio di un maxi investimento da almeno venti miliardi di Dollari, ossia il costo che avrebbe la realizzazione del canale di collegamento tra i bacini idrici interessati; una grande opera, quasi colossale, che non può non far gola ad imprese e multinazionali potenzialmente attratte dai Dollari che pioverebbero sul lago Ciad. Intanto, i governi sembrano realmente voler partire: con quale copertura finanziaria e con quale progetto definitivo è ancora però tutto da vedere.