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Lisbona torna in cammino grazie a milioni di scarpe

È il 2008. Il Portogallo arriva all’appuntamento con la crisi internazionale già in affanno. La moneta unica aveva influito sulla fragile economia lusitana e al momento dello tsunami finanziario il Paese – poco competitivo nel mercato internazionale – viene travolto. Le poco strutturate imprese, poi, furono incapaci di compensare, con la produzione interna e le esportazioni, un volume di importazioni già molto alto e divenuto sempre più crescente. Nove anni dopo l’atmosfera da grande depressione scoppiata in quell’annus horribilis sembra ormai un ricordo molto lontano e il Paese ha ripreso a vedere la luce tra i buchi della propria economia. La rinascita del Portogallo non passa però attraverso la finanza, ma dalla produzione di scarpe. D’altronde, se lo stivale è la sagoma che ha reso famosa l’Italia, la scarpa è il manufatto che meglio si addice alla morfologia portoghese. A ben guardare il profilo dell’Europa, pare di distinguere una calzatura sospesa, incastrata a piombo tra l’Oceano e il resto della penisola iberica. Un Paese così non poteva non fondarsi sulla scarpa. Si è così passati dalla Rivoluzione dei Garofani alla rivoluzione economica, che se tra le viuzze delle cittadine portoghesi è stata quasi sussurrata, oltre i confini è passata addirittura inosservata.

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Oggi la capitale lusitana è lo specchio del cambiamento in corso, capace di rinforzare la propria storica manifattura e di potenziarla massimizzando l’export e riducendo le importazioni. Il risultato è che il 2016 ha rappresentato il settimo anno consecutivo col segno positivo e un nuovo record per le esportazioni di calzature di Lisbona. Le paia vendute all’estero lo scorso anno sono state 81,6 milioni, oltre il 95% della produzione nazionale con un guadagno di oltre 1,9 miliardi di euro. Ma il dato ancora più sorprendente è la crescita di oltre il 3% rispetto al già ottimo anno precedente. Non a caso, negli ultimi sette anni, l’export dell’industria calzaturiera portoghese è cresciuto di circa il 50%, un risultato enorme. «Tanti dicevano che le scarpe erano riservate ai cinesi e al lusso italiano ha riferito nel giugno scorso il premier António Costa per spiegare la crescita Invece gli imprenditori hanno lavorato vent’anni, ristrutturando l’intera filiera. Hanno investito nella formazione dei lavoratori, nell’innovazione e nel design». Con una capitale come Lisbona, arrotondata da colli e inevitabilmente aggrappata alle nozioni di «alto» e «basso», il cammino è sempre stato parte integrante della vita lusitana.

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Disseminati in piccole e vecchie botteghe con le porte in legno, i laboratori di artigiani di calzature dagli odori novecenteschi riempiono le piccole e colorate ruas, mentre nelle perpendicolari principali lo sferragliare dei tram si mescola alle voci dei passanti. Il ticchettio del martello e gli aromi di cuoio danno il benvenuto in un vicolo del centro come tanti. Qui c’è Juan, uno dei più vecchi artigiani di Lisbona. È chiamato «Sapateiro de Alfama», perché da 40 anni nel suo laboratorio nel cuore della città restituisce dignità e vigore alle scarpe di migliaia di cittadini dando loro la possibilità di rimettersi in marcia. «Sto assistendo alla seconda vita dell’artigianato portoghese», dice con un lieve sorriso sulle labbra senza alzare lo sguardo dallo stivaletto che sta rigenerando. Le sue mani ruvide e annerite raccontano tutta la storia della calzatura portoghese. A Lisbona è ancora nitido il ricordo del Paese in rosso a rischio default. Negli anni della crisi era in compagnia di stati come Grecia, Irlanda e Italia, ma ora i portoghesi non si sentono più ultimi tra gli ultimi e mostrano consapevolezza nei propri mezzi.

«La domanda esterna continua ad essere determinante per l’espansione della nostra economia dice José Carlos Pereira, imprenditore del settore ed esperto di nuovi mercati in sviluppo – e l’aumento degli investimenti sta mettendo le basi per i prossimi anni. Oggi siamo riusciti a contrastare persino la concorrenza dei Paesi emergenti e la produzione di scarpe destinata all’estero è seconda al mondo». Anche se il mercato europeo rappresenta la meta preferita delle scarpe lusitane con Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito in particolare, nel 2016 sono infatti cresciuti mercati meno tradizionali come la stessa Cina (+ 9,7%) e gli Stati Uniti (+ 13,6%). La nuova zona industriale lisbonese è il ritratto del fenomeno in corso. Centinaia di capannoni sono occupati da marchi calzaturieri o da aziende dell’indotto, che lanciano come razzi decine di camion colmi di merce dall’area produttiva verso il resto del mondo. Un fermento che si riflette anche sull’economia locale del centro, dove il brand tutto lusitano «Sea Side» ha aperto uno store strizzando l’occhio ai turisti e puntando tutto sulle «portoguese shoes». Ma tutta la città pullula di attività commerciali dedite alla sola vendita di scarpe (un tipo di esercizio in via di estinzione altrove). I prezzi dei prodotti non sono contenuti.

«Ma c’è un motivo – rivela un negoziante – la qualità delle nostre calzature è molto alta, frutto della tradizione della storica manifattura portoghese. Non stiamo parlando di prodotti cinesi scadenti». Già, la qualità. Proprio quella che ha reso possibile il salto quale secondo produttore nell’Ue dopo l’Italia e quale competitor della Cina. «Ma non finisce qui», è convinto l’imprenditore Pereira. Il fenomeno delle scarpe portoghesi continua.